MELQUÍADES

Fonte: Catalunya Plural
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CC BY-NC-SA 4.0
Articolo di Guillem Pujol

Il Papa contro il nuovo Dio algoritmico

Ogni grande trasformazione economica ha bisogno della sua religione. La Rivoluzione Industriale aveva il mito del progresso infinito, le fabbriche trasformate in cattedrali e una nuova fede nella macchina. Il neoliberismo prometteva mercati onniscienti capaci di ordinare il mondo meglio di qualsiasi politica.

Il Papa contro il nuovo Dio algoritmico
Papa Leone XIV | Edgar Beltrán, The Pillar, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

L’intelligenza artificiale si presenta ora con una promessa ancora più ambiziosa: automatizzare non solo il lavoro fisico, ma anche il linguaggio, il giudizio, la creatività e, progressivamente, il processo decisionale. In mezzo a questa trasformazione storica, un attore inatteso tenta di colmare il vuoto morale: il Vaticano.

La prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, pubblicata simbolicamente in concomitanza con l’anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII , rappresenta un vero e proprio intervento politico nella grande battaglia contemporanea per il lavoro, il potere e il significato stesso dell’essere umano.

Fin dall’avvento dei primi modelli linguistici, la Silicon Valley è riuscita a presentare la propria espansione come un processo tecnico quasi naturale e inevitabile, in cui gli algoritmi vengono presentati quasi come un’estensione evolutiva.

Le parole di Leone XIV hanno il potere di rompere con questo linguaggio. Quando il Papa mette in guardia contro la trasformazione della tecnologia in un “falso dio”, non si limita a lanciare un avvertimento teologico, ma indica piuttosto una struttura ideologica fallace che sostiene che qualsiasi limite umano – tempo, fatica, conflitto, incertezza, persino la coscienza – possa essere superato attraverso l’informatica, i dati e l’automazione.

Il paradosso è rivelatore, considerando che il Vaticano, storicamente – e per usare un eufemismo – non ha rappresentato efficacemente gli interessi delle classi inferiori, né tantomeno ha agito da avanguardia morale nella rivendicazione di nuovi diritti sociali. Ora, mentre molte istituzioni politiche europee discutono ancora di intelligenza artificiale quasi esclusivamente in termini di competitività, innovazione e produttività, è il Vaticano a far rivivere parole praticamente bandite dal dibattito pubblico contemporaneo: dignità, limiti, disumanizzazione, sfruttamento, comunità.

Non è un caso che l’enciclica ponga tanta enfasi sul lavoro. L’enorme afflusso di intelligenza artificiale coincide con un periodo di precarizzazione strutturale già in atto. Piattaforme digitali, esternalizzazione, finto lavoro autonomo, sorveglianza algoritmica, frammentazione sindacale e un’economia sempre più dipendente da grandi infrastrutture tecnologiche controllate da un numero ristretto di aziende. L’intelligenza artificiale, come vediamo ogni giorno, non fa altro che accelerare questo processo.

La velocità è parte del problema. La rivoluzione industriale ha distrutto posti di lavoro nel corso di decenni, e la cosiddetta intelligenza artificiale ha la capacità di sconvolgere interi settori in pochi anni. Allo stesso tempo, sebbene la rimozione dell’umanità dal lavoro non dovrebbe essere di per sé un problema, lo è, e continuerà ad esserlo, finché il divario di potere tra ricchi e poveri continuerà ad ampliarsi.

Il motivo è che, mentre le grandi aziende tecnologiche promettono una nuova era di efficienza, migliaia di lavoratori stanno iniziando a sperimentare una realtà più concreta e meno astratta. Come evidenziato dal rapporto di Anthropic, la graduale scomparsa di funzioni amministrative, traduzioni, assistenza clienti, produzione audiovisiva, programmazione di base e redazione di contenuti è una realtà tangibile.

Il vero dibattito, quindi, non riguarda se i modelli linguistici (LLM) scrivano meglio o peggio di un giornalista, né se l’intelligenza artificiale possa generare immagini più velocemente di un illustratore. Il dibattito verte su chi controlla l’infrastruttura cognitiva della società, chi possiede i modelli e chi accumula i dati. Chi decide quali lavori scompaiono e quali rimangono? Chi raccoglie i frutti dell’automazione e chi può monitorare milioni di persone in tempo reale? E, soprattutto, chi definisce i limiti di ciò che è verificabile, visibile o credibile?

Il termine “tecnofeudalesimo”, sempre più utilizzato da economisti e analisti, non sembra più esagerato se si osserva la crescente dipendenza da poche piattaforme in grado di controllare la comunicazione, i consumi, le infrastrutture digitali e la conoscenza. L’intelligenza artificiale non fa che rafforzare questa concentrazione.

In questo senso, le parole di Leone XIV non sono rivolte unicamente ai cattolici, ma contribuiscono piuttosto a un dibattito globale sul tipo di civiltà che sta emergendo. Lo fa riproponendo un’idea che fino a poco tempo fa sembrava superata: che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è socialmente accettabile.

È qui che il Vaticano tenta di costruire un antagonismo morale. La questione centrale è, come sempre, politica.

Pubblicato da Catalunya Plural, da noi tradotto

 Guillem Pujol

Guillem Pujol

Laurea in Scienze Politiche (UPF), Master in Politica e Politiche Europee presso l'Università di Londra, Birkbeck College e Dottorato di Ricerca con lode (UAB)