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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Comunicazione: la scoperta del 2000?

di Ceccato Pierina

«Non devi mai piegarti davanti a una risposta».
«E perché no?».
«Una risposta è il tratto di strada
che ti sei lasciato alle spalle.
Solo una domanda può puntare oltre».
[J. Gaarder, C’è nessuno?]

«Comunicare significa
mettere in comune segni verbali,
non verbali e anche infra e
ultra verbali per trasmettere
dei messaggi che implichino
l’instaurarsi di un rapporto
a partire dalle affinità,
dalle complementarietà,
dalle differenze o
dagli antagonismi».
[Jacques Salomé]

Sommersi dai mezzi di comunicazione
Viviamo l’epoca della comunicazione. Di essa si parla con entusiasmo e in termini di continuo superamento; tutti, un po’ esperti del fenomeno, ci affidiamo comunque alle opinioni di alcuni profondi conoscitori che spesso contribuiscono alla gestione dell’enorme potere di massa rappresentato dalle mode, dai modelli e dai linguaggi. Viviamo sommersi dai mezzi di comunicazione: dai trasporti ai media, ad Internet, il passo, tutto sommato, è stato breve ed abissale. Oggi affermiamo che il nuovo millennio non conoscerà alcun limite di comunicazione tra persona e persona sino alla diffusione mondiale.

L’uomo, protagonista della comunicazione?
Conoscere e aprirsi a tutte le culture, abbattere le barriere tra i popoli, trovare un linguaggio fruibile dall’intera umanità… Eppure avverto chiaramente che comunicare, conoscere, incontrare, diventa sempre più difficile, benché i mezzi a disposizione siano numerosissimi, perché, forse, e ne provo sgomento, abbiamo smesso di incontrare il vero protagonista della comunicazione: l’uomo. La definizione di “target” lo riduce esclusivamente a possibile utente, servendosi della distinzione per categorie, secondo la prevaricazione discriminante del consumo. Allora comunicare non significa affatto “relazione dialogica” eludendone completamente la reciprocità; il rapporto con l’altro risulta chiaramente strumentale e finalizzato al raggiungimento dei propri obiettivi. Indaghiamo quotidianamente il mercato cercando di carpire (attraverso una psicologia spiccia o attraverso mega indagini) i bisogni di chi vogliamo catturare… ma a quale scopo? Ci plasmiamo di conseguenza, modifichiamo il nostro atteggiamento, il nostro linguaggio e, se necessario, diamo di noi un’immagine falsata, gasata, sicura, vincente, perché lo scopo è il raggiungimento del target. Categoria di persone che non deluderà, così come non dovrà essere delusa, in una reciproca soddisfazione di bisogni forti quanto superficiali e, quel che è peggio, spesso indotti.

Sperimentatori della vita senza saggiarne il gusto
Penso all’arte, alla letteratura, alla musica, alla danza come strumenti per esplicitare un sentire profondo, condividendolo con gli altri affinché lo possano contemplare, comprendere e, rendendolo proprio, aprirsi a nuovi orizzonti. Credo che il fine della comunicazione non possa spostarsi dall’umanizzazione reciproca, dalla chiarezza, dalla limpidezza, dallo scambio. Sento sempre più inaccettabile l’azione di plagio che spesso si attua sulla persona, agendo sulla sua insicurezza, sull’alienazione da sé, sull’evidente poca conoscenza che ormai abbiamo di noi, del nostro potenziale e soprattutto del nostro senso d’esistere. Un senso che elemosiniamo per ogni dove, sperimentatori della vita senza saggiarne il gusto, giovani perché un progetto ampio e sottile ha così deciso, oppure single, donne manager, rampanti… e poi l’emarginazione di chi non appartiene a nessuna delle sfere “interessanti”, “attraenti” o “d’immagine” (le nuove povertà).

Conosco un Uomo
Guardo molto più semplicemente a come comunichiamo tra noi, a quanti soliloqui si compiono nei nostri rapporti d’amicizia, di famiglia, di coppia. Ci rivolgiamo all’altro con la stessa logica consumistica, sostituendo alle preoccupazioni di rivalsa economica quelle di conferma affettiva, di strumentalizzazione dei sentimenti per fare di noi stessi i protagonisti assoluti della vita altrui. Ma dov’è la libertà tra noi? L’uomo dice di non poter più rinunciare al privilegio di crescere se stesso, ma ne è capace? In che direzione? Un maggior livello di benessere significa davvero per noi “stare bene”? Che cos’è l’armonia? Che cosa la naturalezza?

Vivere il dialogo e l’amicizia
Vivere il dialogo e l’amicizia non è cosa semplice… Credo comunque che esistano alcuni atteggiamenti di fondo che favoriscono relazioni autentiche ed arricchenti: . la conoscenza di sé nella verità
«Comprendi anche il consiglio del cuore: chi ti sarà fedele più fermamente di esso? Il cuore dell’uomo gli fa sapere la sua via, più di sette sentinelle all’erta».
[Siracide 37,13]
. una disponibilità all’incontro che fugga qualsiasi tipo di pregiudizio
«… arriva una donna samaritana ad attingere acqua. Gesù le dice: “Dammi da bere”. Risponde la donna: “Come? Tu, un giudeo, chiedi da bere a me che sono una donna samaritana?”. Infatti i giudei non vogliono avere nulla a che fare con i samaritani… ».
[Gv. 4,25­26] . vivere la diversità come ricchezza
«Solo allora capii quello che voleva dire. Poi Mika continuò: “Più la notte è nera, più soli riusciamo a vedere nel cielo. Finché è giorno riusciamo a vedere soltanto il nostro”».
[J. Gaarder]

1 maggio 1997
Festa di Taranto E chi più di loro potrà raccontare le meraviglie di quei giorni? Lasciamo dunque ai vari cantastorie locali l’esposizione ed il canto, con l’intrusione e la modulazione di qualche partecipante venuto da lontano, ed il ronzio del cronista. Con partenza da Padova e Bologna arrivano a Taranto nove amici ed amiche della Associazione Macondo, ospiti d’onore del Gruppo tarantino che fa capo ad Angelica Sansone. Ormai la vita di Taranto è scandita solo dalle feste di Macondo, se si escludono le ricorrenze della prima guerra punica e le feste locali, nonché gli onomastici di famiglia. Più che racconti queste righe sono riflessioni o sensazioni sulla festa.

Ottima terra
«Ogni terra dove abbiamo amici è un’ottima terra».
[Jorge Amado]
Macondo va a scuola è stato lo slogan della festa che i giovani di Macondo di Taranto hanno tenuto nei giorni due e tre di maggio, presso l’Istituto Maria Pia di Taranto. La scuola di Macondo è diventata, in quello spazio di tempo, la nostra ottima terra. Luogo di amicizia e di vita, ove gli itinerari singoli s’incontrano, si mescolano. Le parole si scambiano e le solitudini si dimenticano. La festa come luogo di amicizia: Stefano, Pino, Eugenio, Antonio, Angelica e così via, con un insieme di singolarità diverse che vi ritrovano un’aspirazione comune. E resta, alla fine, il desiderio di approfondire il rapporto con persone che già conosci e la curiosità suscitata dalle domande di Maria Calvo, che ha accompagnato gli interventi Abituato già da alcuni anni a rendere i giovani partecipi della personale esperienza di vita, mi chiedo quanto rimanga ai giovani delle nostre testimonianze. I giovani conoscono certamente meglio le questioni legate all’ambiente, al rispetto dei diritti umani; ma quanti di loro sono disposti oggi ad impegnarsi in prima persona? Pensavo che gli studenti sarebbero stati ancora una volta spettatori di spicchi di vita vissuta da altri. Mi sbagliavo. È stato questo un incontro voluto dai giovani, realizzato grazie a loro, e tutto ciò a dimostrare che i giovani desi­ derano essere protagonisti, “vogliono essere consultati”, a dirla con Galeano. Il filo conduttore dei temi sviluppati mi è sembrato essere l’uomo, nelle sue molteplici sfumature e potenzialità.
Riccardo Rossano
(Amnesty International)
Alda Merlini si è espressa per immagini, con un linguaggio poetico: «Ma il giorno in cui si apersero i cancelli, che potemmo toccare con le mani quelle rose stupende, che potemmo finalmente inebriarci del loro destino di fiori. Divine, lussureggianti rose! Non avrei potuto scrivere in quel momento nulla che riguardasse i fiori perché io stessa ero diventata un fiore, io stessa avevo un gambo e una linfa».

Finestra sulla parola
Il nostro programma, inserito quest’anno nel Progetto di Educazione interculturale e nel Progetto Giovani 2000 dell’Istituto tecnico Maria Pia di Taranto, si è arricchito della presenza di Suor Adima, e del dottor Mario Bertin che hanno dato contributi sulla condizione dei meninos de rua che vivono in Brasile, e che rappresentano la realtà di tanti paesi del nostro pianeta. Questa festa ha goduto dell’adesione di altre scuole di Taranto. (Racconta poi una storia, quella di Magda che ritaglia parole e le dispone in scatole diverse) ­ Oggi voglio proporvi solo una scatola, quella trasparente contenente le parole magiche per raccontarvi come queste, mescolate ai nostri pensieri, ci hanno accompagnato in tutto il percorso fatto insieme.

Accettazione
Strano che sia venuta fuori proprio questa parola. E mi ricordo che il primo ostacolo da superare fu una frase impressa nella mia mente: «Stai zitta, bambina!». Certo, sembra giusto che la differenza di età pregiudichi un rapporto, ma per sfatare questo mi viene in mente una frase: «Arricchiamoci delle nostre reciproche differenze», e per questo Voltaire aggiungeva: detesto le tue idee, ma mi batterò tutta la vita perché tu possa affermarle. Un’altra parola magica che ci ha accompagnato è marginalità, che è la conseguenza della negazione del confronto. Accanto a noi, molti ragazzi si sentono emarginati, ma questa loro condizione è in rapporto a quanto noi pensiamo di loro. Una esperienza sana e formativa è stato per noi visitare il Centro di Prima Accoglienza che ospita i minorenni arrestati; ed incontrare i ragazzi della Comunità Terapeutica Airone. Il sentimento prevalso in noi è speranza. Noi giovani abbiamo in mano le sorti del mondo e per questo noi dobbiamo assumere le nostre respon­ sabilità. Ciò vuol dire essere responsabili. Ognuno di noi, nel gruppo, ha avuto ed ha la possibilità di proporre ed analizzare qualsiasi iniziativa, che poi viene discussa e costituisce un ulteriore elemento di crescita.
Valeria di Maio

Gli amici del Nord a sera del sabato hanno ripreso la via del ritorno assieme a Gianni e Luigia, che avevano preso accordi a Santa Maria di Leuca per il camposcuola d’estate. Al passaggio del Po non hanno cambiato linea, solo le scarpe, che facevano caldo.
(Valeria, Alda, Riccardo di Taranto, con intromissioni del cronista fuorviante)