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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Fraternità e politica

di Viviani Luigi

I politici non possono essere buoni

Della triade di valori che ha caratterizzato la Rivoluzione francese e il suo lascito nella cultura e nella politica, la fraternitè è stata certamente quella che ha meno influito nella storia politica e sociale del nostro paese e dell’Europa.

In particolare la politica, stretta nelle gabbie ideologiche dell’800, è stata, e in gran parte rimane, essenzialmente il luogo e il regno del realismo, del conflitto, della divisione, nella duplice veste della ragion di Stato e della violenza repressiva o rivoluzionaria. Troppe volte la politica si è trasformata in guerra (la politica condotta con altri mezzi) e soltanto nei suoi esiti migliori essa si è risolta in intese frutto di negoziati e in mediazioni tra i diversi portatori di interessi contrapposti.

In ogni caso da questo contesto la fraternità è stata sistematicamente espunta.

Nella politica odierna il quadro non risulta molto cambiato. Sul piano interno prevale lo scontro verbale sistematico di schieramento, la polemica continua, la propaganda ossessiva, la competizione fine a se stessa, la riproposizione, anche se in forme più sofisticate, del binomio amico-nemico.

In campo internazionale le regole del diritto fanno fatica non solo a essere applicate ma spesso anche a essere formulate, date le enormi differenze di interessi economici, sociali, culturali e politici esistenti a livello dei rapporti tra gli Stati e i relativi cittadini. La forza rimane ancora il fattore determinante nello stabilire i rapporti e gli equilibri politici internazionali.

Rapporti di forza inadeguati

In un tale contesto rimane ben poco spazio per rapporti che prescindano dagli interessi sostenuti dalla forza e quindi l’assunzione della fraternità come valore capace di influire sui rapporti interpersonali e sociali e, più in generale, sulla vita della società, appare ancora una ingenua utopia.

Non a caso anche recentemente un leader di partito del nostro paese ha esclamato: «I politici non possono essere buoni». Anzi, rapporti politici negli schieramenti consolidati, non chiaramente distinti e conflittuali, suscitano diffidenza, accuse di trasformismo, e bollati come espressione di un “buonismo moralistico” da condannare perché ambiguo, inefficiente, se non inutile.

Ma se dalla prassi politica corrente passiamo a interrogarci sulla qualità della politica che serva ad affrontare i complessi problemi della nostra società globale e sia capace di offrire risposte non effimere, si possono aprire interessanti riflessioni.

La razionalità politica tradizionale, fondata essenzialmente sull’equilibrio dei rapporti di forza, come strumento di regolazione degli interessi in campo, attraverso un rapporto dinamico tra Stato e mercato, mostra sempre più la corda.

I crescenti squilibri nel processo di sviluppo dei popoli che stanno amplificando a dismisura le disuguaglianze di reddito, di sapere, di libertà e di benessere; il progressivo degrado ambientale del pianeta e la nuova fase di proliferazione delle armi nucleari che rendono possibili apocalittici scenari futuri di fine dell’umanità; il permanere dei mali endemici delle guerre, della fame, delle malattie, del razzismo e del terrorismo; la crisi della democrazia per progressivo ottundimento di un ethos condiviso con il conseguente proliferare del populismo e delle oligarchie, rappresentano i mali più evidenti che contrassegnano la crisi della politica, della sua rappresentanza e della sua efficacia.

Condivisione e rispetto delle differenze

Lo Stato e il mercato, nelle loro attuali declinazioni e rapporti, non appaiono in grado di offrire soluzioni all’altezza dei problemi da risolvere.

Eppure, questa faccia drammatica del nostro mondo ha un suo rovescio in non poche opportunità e prospettive di cambiamento positivo che in vario modo si stanno manifestando.

Il mondo va comunque verso una prospettiva di vita e di destino comuni. Le recenti vicende internazionali hanno sanzionato la fine dell’unilateralismo, con i suoi effetti di dominio e l’affermarsi della necessità di un modello multilaterale, fondato sulla reciproca comprensione, cooperazione e coesione tra gli Stati, come unica possibilità di risolvere i problemi e i conflitti globali.

Gli sviluppi della scienza della tecnologia stanno unificando fisicamente e culturalmente il pianeta, senza sottostare necessariamente a un pensiero unico.

La regolazione dei conflitti, divenuti sempre più acuti e radicali, richiede una base di valori etici condivisi, pur nel rispetto delle differenze culturali, religiose, sociali, e politiche. Oggi il mondo progredisce soltanto con progetti di integrazione che vadano oltre la semplice composizione degli interessi verso rapporti di condivisione e di reciprocità.

È in questo contesto che la necessità di una nuova politica richiede nuovi paradigmi e nuovi valori di riferimento, in grado non soltanto di cambiare le regole del gioco ma, soprattutto, di modificare i rapporti interpersonali, sociali e politici, senza dei quali non sarà possibile dare soluzione ai conflitti, vecchi e nuovi, che l’attuale temperie economica e politica mette drammaticamente in evidenza.

Il capitale sociale

Uno dei nuovi paradigmi di riferimento per una nuova politica è costituito dal capitale sociale.

Esso è rappresentato da quell’insieme di reti, di relazioni,di cultura, di fiducia reciproca, di senso di appartenenza, di spirito civico, di vita associativa, di coesione sociale, che facilitano il funzionamento di una società democratica.

In sintesi, il capitale sociale consiste nella condivisione di valori e di cultura che favoriscono la fiducia e la cooperazione tra i diversi attori sociali.

Esso si presenta quindi come una risorsa strategica, un bene collettivo la cui importanza cresce con il crescere della complessità della società.

Aumentano il capitale sociale quelle relazioni che manifestano una identità riconosciuta e che favoriscono forme di solidarietà e reciprocità, sviluppano l’amicizia, il dono, la consolazione, la cultura.

Senza un elevato livello del capitale sociale la stessa legge diviene pura norma astratta, che si subisce, ma che risulta incapace di influenzare positivamente il costume.

L’esperienza del nostro paese ha dimostrato che un alto livello del capitale sociale favorisce un più elevato benessere sociale.

Tale convinzione, pur tra tante resistenze e difficoltà, sta facendosi strada nell’economia e nella politica.

Espressioni come “economia relazionale”, “economia civile”, “economia del dono”, “commercio equo e solidale”, “credito etico” non rappresentano più soltanto espressioni utopiche ma stanno dando vita a nuovi soggetti e a crescenti processi economici e finanziari reali, che stanno influenzando e contaminando la stessa economia di mercato.

Il capitalismo, anche nelle versioni più sofisticate di “economia della conoscenza”, mostra crescenti difficoltà a produrre quei beni e servizi pubblici che risultano strategici per uno sviluppo equilibrato della società. Ciò perché il profitto privato riesce sempre meno a rintracciare ragioni di convenienza nella produzione di questi beni.

Solo forme di organizzazione e di partecipazione economica e di coesione sociale fondate su relazioni nelle quali i rapporti di reciprocità e di gratuità e di condivisione ideale hanno un peso crescente, appaiono in grado di progettare e realizzare risposte innovative ed efficaci.

Incamminarsi su questa strada significa concretamente sostituire beni e servizi di mercato con attività gratuite, grazie anche alle nuove tecnologie che consentono di comunicare, lavorare, dialogare, apprendere e ricevere gratuitamente.

Funzione democratica delle comunità locali

Questi rapporti trovano maggiore possibilità di applicazione nell’ambito di comunità locali, nelle quali, pur tra le differenze, è possibile utilizzare le risorse della prossimità e delle relazioni umane ravvicinate.

Il comune, da questo punto di vista, rimane la più importante delle istituzioni, perché essendo più vicino alle persone e ai loro bisogni, può diffondere relazioni politiche improntate all’incontro, al dialogo e alla fraternità.

Tutto ciò ha un preciso significato e risvolto politico, tanto che c’è chi pensa, come Jacques Attali, a una nuova via umana allo sviluppo, nella quale «il mercato e la democrazia, come li pensiamo oggi, potranno essere definitivamente superati da nuove forze altruiste e universali».

Per corrispondere alle sue finalità fondamentali di orientamento e di regolazione della crescita della società, la politica deve nutrirsi di rifiuto della violenza nelle sue diverse forme, di un consenso sociale fondato su un insieme di valori condivisi, che possono innestarsi e consolidarsi nel corpo sociale solo attraverso una pratica collettiva di questi valori nell’agire politico quotidiano.

Problemi come quelli dell’integrazione nella società multietnica, del dialogo tra le culture e le civiltà, della laicità, della protezione sociale, solo per citarne alcuni tra i più evidenti, richiedono una nuova cultura fondata sull’amore politico, inteso come amore per il proprio tempo e della propria società, e ricerca incessante di punti di convergenza come premessa per la costruzione di un progetto comune.

Solo assumendo l’amicizia e la cooperazione nei rapporti interpersonali, sociali e nelle relazioni tra i popoli come tensione permanente che caratterizza la politica si può evitare lo scontro di civiltà e costruire la pace.

In tal senso la fraternità può diventare, e sta già diventando, un valore di riferimento che progressivamente acquista rilevanza come criterio di organizzazione della società globale, capace anche di aiutare la libertà e l’uguaglianza a ridefinirsi per riacquistare vitalità ed efficacia.