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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Risanare l’Europa

di Enrico Peyretti

Chi ha un cuore civile e soffre per ogni mancanza di pace e di giustizia, di pari dignità tra le persone come tra i popoli, ha sofferto e soffre la lunga, complessa vicenda tra Europa e Grecia. Questa dura storia non chiusa ci ha coinvolto in discussioni preoccupate, sul piano umano come su quello istituzionale-civile. Premetto che sono ignorante dei complicati dettagli tecnici, ma sensibile ai valori e ai fini umani in gioco. Non è la tecnica che decide, ma gli orientamenti entro i quali le tecniche funzionano. Questa è sempre la domanda giusta: a che scopo? A favore di chi? «Cercasi un fine» è la prima esigenza di una cultura e di una politica nella storia umana. A che scopo viviamo in società?

A che scopo abbiamo regole, ordinamenti, a che scopo discutiamo, partecipiamo (più o meno)? A che scopo abbiamo fatto l’Unione Europea, dopo la seconda guerra mondiale, cruenta disunione dei popoli europei? Per il commercio e i soldi, o per la civiltà umana, che in questa Europa ha fatto un cammino? Ogni tanto la storia deve ritornare sui propri passi, per riscoprire, o per trovare finalmente una ragione degnamente umana per procedere.

Il dovuto e il voluto

Riassumo un articolo del 16 giugno su Il Fatto quotidiano: sul piano finanziario la distanza tra le posizioni del governo greco e quelle della Ue non è superiore a un paio di miliardi, pochissimo per la Ue, moltissimo su Iva e pensioni per il popolo greco già in sofferenza. La Grecia è stata stritolata dall’austerità, mentre la Bce presta alle banche private, praticamente a tasso zero, migliaia di miliardi. Allora perché la Ue è così rigida, a rischio di rottura della zona euro? Non sono ragioni economiche, perché negare un taglio del debito e far fallire la Grecia avrebbe ripercussioni molto maggiori su tutta la zona euro. Allora perché? Il problema è tutto politico, non economico. L’Ue non vuole un accordo che smentisca le politiche di austerità e vuole sfregiare il governo greco ribelle, di sinistra, per poterlo presentare come piegato ai suoi diktat. Se il governo greco ottenesse una ristrutturazione del debito e riuscisse a praticare una politica di maggior giustizia sociale, i popoli europei si renderebbero conto che le politiche di austerità sin qui praticate non sono oggettive e che i sacrifici fatti sono stati dannosi per le proprie condizioni di vita ma anche per l’economia. I governi portoghese e spagnolo, che hanno applicato con grande zelo austerità e riforme strutturali, temono le reazioni popolari se un buon accordo con la Grecia evidenziasse il carattere arbitrario delle politiche subite. L’Ue a trazione tedesca si dichiara indisponibile a modificare le politiche neoliberiste e di austerità, anche se sono state democraticamente rifiutate da un popolo come quello greco (con le elezioni e poi con il referendum). Se un popolo non accetta di fare da cavia degli esperimenti neoliberisti, o piega la testa o finisce fuori dall’Europa, viene messo all’indice dalla santa inquisizione neoliberista. La questione è chiara: i gruppi dominanti dell’Europa neoliberista ritengono la democrazia incompatibile con la Ue se i popoli la utilizzano non solo per cambiare i nomi dei governanti ma per cambiare classi dirigenti e politiche economiche. Cioè, i popoli possono decidere in democrazia solo entro il recinto delle politiche neoliberiste che favoriscono grandemente la Germania. Si tratta di una democrazia teatrale, in cui i popoli possono decidere su tutto salvo che sull’essenziale.

Io non so valutare i giudizi economici, ma vedo che molte voci ragionevoli confermano questa valutazione dopo l’accordo-capestro del 13 luglio.

Francuccio Gesualdi (viene dalla scuola di don Milani), il 28 giugno scriveva (riassumo): il debito pubblico greco è stato costruito con la complicità di tutti (anche imprese di armi tedesche) per arricchire i già ricchi alle spalle del popolo greco e dei contribuenti europei. Il debito greco sul Pil europeo vale poco più del 2%, e sul debito pubblico di tutti i paesi Ue poco più del 3%. Se la classe politica europea la smettesse col fanatismo mercantilista, l’Europa potrebbe facilmente risolvere subito il debito greco, senza contraccolpi per nessuno. Ma non lo vuole fare, perché quel debito è una questione politica, occasione per riaffermare che la classe politica europea sta dalla parte di chi ha i soldi contro i diritti e l’interesse collettivo. Il governo Tsipras ha cercato di far considerare anche le ragioni delle persone, le loro condizioni di vita, il loro diritto alla dignità. Ma niente da fare: i capi di governo europei (alcuni si dicono di centro sinistra) hanno rifiutato le richieste greche per ricordare al mondo che l’ordine economico e sociale che deve trionfare è quello mercantile del grande capitale. Costi quel che costi sul piano umano, sociale, ambientale. Se la Grecia sola, con tutte le sue difficoltà, cercherà soluzioni presso i russi o i cinesi, diventando una spina nel fianco dell’Europa e dell’ordine occidentale, allora si griderà al nemico, aprendo nuovi fronti di ostilità.

Con le settimane, ascolto sempre più numerose autorevoli voci critiche della politica economica tedesca, di dominio, non di egemonia convincente: Prodi, Piketty, Habermas, Krugman, Stiglitz, M. Salvadori, E. Galli Della Loggia, E. Scalfari, Rusconi, e anche giornali tedeschi. Non sono voci estremiste, perciò più efficacemente mostrano l’estrema gravità dell’infarto civile e democratico dell’Europa.

Tra le dichiarazioni di Tsipras dopo l’accordo del 13 luglio: l’accordo è duro, tuttavia abbiamo impedito l’obiettivo di trasferire proprietà pubblica all’estero, abbiamo fermato il piano per l’asfissia finanziaria e il crollo del sistema finanziario, un piano che era pronto – fino all’ultimo dettaglio -, recentemente progettato alla perfezione, e che aveva già cominciato a essere attuato.

Il primo diritto è vivere

A un amico che, nelle settimane di discussione, invocava le regole europee sul caso greco, ho scritto: la regola umana della solidarietà vale più delle regole fatte dai forti. Chi ha bisogno, ha diritto. È il forte che deve cedere. Alla regola iniqua si fa obiezione, di coscienza e di politica. La democrazia non è solo legge di numeri e di forza (altrimenti è machiavellismo) ma di diritti riconosciuti nelle civiltà e nelle costituzioni. Finanz-crazia e tecnocrazia non sono umanocrazia. Ci sono leggi non scritte che valgono di più e danno valore a quelle scritte, e le giudicano. Non è (tutta) colpa del popolo greco la sua situazione, anche provocata da chi ora lo strozza. Qui ne va della civiltà europea, altro che euro e Ue!

Insomma, il primo diritto è vivere. E vivere in condizioni di sufficiente equità, cioè di pari dignità con gli altri. In questo noi europei e occidentali siamo grandissimi debitori verso il mondo più povero. La giustizia perciò è distributiva e restitutiva, prima che commutativa-commerciale. Nelle grandi diseguaglianze, il debitore è il ricco. È il ricco che ruba assai più del povero, ridotto ad aggirare le regole, pur necessarie, nella società.

Sia Paolo VI che Michele Pellegrino citarono S. Ambrogio: «Non è del tuo avere che fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché quel che è dato in comune per l’uso di tutti è ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi» (Populorum progressio, n. 23; Camminare insieme, n. 8). Questo vale altrettanto per i beni economici di oggi e le odierne grandi diseguaglianze.

Noi stessi siamo privilegiati: abbiamo tempo per pensare, ragionare, correggerci, polemizzare. Il nostro debito da restituire, il nostro dovere, è andare fino in fondo nel duro scomodo cammino di vedere qualcosa di più vero e di più giusto di ciò che esiste, di ciò che già pensiamo, e che soprattutto la pressione dei padroni ci fa pensare. Sotto l’influenza ci sono anch’io, ci siamo in molti. Non mi rassegno, non condanno, ma confesso. Confessiamo! Ci salverà la metanoia, il cambiare mente, restituendo almeno la verità dovuta alle vittime del sistema che utilizziamo. Sostengo sempre la ragionevolezza, ma non più quando moltiplica le argomentazioni complesse per nascondere la verità semplice. Gli Azzeccagarbugli sono sempre all’opera. I deboli meritano un «privi-legio» (= legge speciale), solo per il fatto di essere deboli, non perché sono giusti. Tutto ciò prepara la rivoluzione culturale nonviolenta, che Francesco, senza alcun clericalismo, oggi propone e guida.

Fermento sociale

Un’obiezione: l’evangelico «prestate senza sperare nulla in cambio» (in Luca 6,35 è quasi una sintesi del discorso della pianura) possiamo personalmente praticarlo assai di più, ma una qualsiasi società, a tutti i livelli, deve anche curare i bilanci, altrimenti fallisce e diventa inutile. Ma l’estremo opposto è l’adorazione del «niente gratis; niente per niente», la guerra di un’economia contro l’altra, nell’Europa che storicamente voleva essere una Unione di civiltà e di vita. Il vangelo non è per un altro mondo, ma è seme per questo mondo. Non è un impero del bene imposto per legge, ma neppure un sogno irreale. E’ fermento pratico. Il mondo lo respinge, ma non sempre, non per sempre. La condanna a morte di Gesù non è la sua fine. La spirito di Gesù va molto al di là del cristianesimo, e soffia dappertutto, contrastato ma mai spento.

S’intende che povero non è chi ha qualcosa di meno del ricco, ma chi ha bisogno del necessario per vivere, e vivere in dignità, proporzionata al livello generale di vita: casa, terra, lavoro ha detto Francesco ai movimenti popolari sudamericani: «Sigan con su lucha» (continuate la vostra lotta, 28.10.2014). Chi sta bene, non ha diritto a pretendere da chi sta male, e deve dargli tutto il tempo. Chi non ha vero bisogno, non ha diritto. La vita non è un libro contabile.

L’esito, per ora, del dramma greco purtroppo dà ragione alle intuizioni iniziali che ho condiviso: il governo del denaro non tollera ma distrugge il governo del popolo bisognoso. Il giudizio è spietato quando punisce chi ha bisogno, e mai punisce chi abusa del potere con la prepotenza. Il diritto del bisogno, cioè del vivere, deve prevalere sul diritto dell’avere. La politica che non realizza questo ordine è antiumana, anti-polis: «Questa economia uccide» (Francesco). Chi vuole agire con giustizia ha un compito pesante, e chi può pensare (cioè orientare verso gli scopi umani) deve aiutarlo a vedere la strada. La meta guida il piede, non viceversa. L’Europa è patria storica anche – insieme al contrario! – della volontà di giustizia nella storia.

Aggressione

Mi scrive Paola il 16 luglio. Lei vive in Grecia, dove abita la figlia, gran parte dell’anno. La gente si sente aggredita e invasa. Ci si aspetta che le proprietà, le poche aziende ancora attive, i luoghi più belli vengano acquistati da stranieri, soprattutto tedeschi, che ormai da anni si stanno impossessando del paese stremato, a prezzo irrisorio. In molti luoghi della Grecia l’acqua si compra dai distributori perché non arrivano gli acquedotti. L’acqua che voi bevete ora che fa tanto caldo, beh quella avrà una tassazione del 23%. Su richiesta già della Troika per aumentare le entrate del paese, l’Iva su questi beni era già stata portata al 13%. Questi beni in Italia sono tassati al 10%. Ogni economista sa che l’aumento dell’Iva non produce maggiori entrate, perché quando i soldi non ci sono la gente semplicemente smette di acquistare.

Il sentimento di aggressione è espresso dai greci con un ricordo agghiacciante: «Not with tanks, but with banks». L’Europa seppe rinascere fuori dai carri armati. Saprà rinascere mettendo le banche al servizio della vita?

Enrico Peyretti, presidente della FUCI tra il 1959 e il 1961,
fondatore nel 1971 e direttore
fino al 2001 della rivista mensile Il foglio