Welfare state. La vera malattia dello Stato sociale

Lo Stato sociale? Si tratta di un’interessata elargizione a favore delle classi basse e deboli da parte delle classi alte, preoccupate dei costi che miseria, degrado, insicurezza le costringevano a pagare in termini di ordine e di pace sociale? Oppure è l’effetto della mobilitazione delle classi basse e deboli, organizzate in partiti e sindacati?
La storia la si può raccontare in tanti modi. Né esistono narrazioni neutre e innocenti. Oggi, curiosamente, la seconda narrazione ha più fortuna della prima. Ciò non toglie che se la democrazia non vuol tradire il nome che porta, e sempre che i principi coniati dalla modernità, che ne costituiscono il tratto distintivo, come libertà, uguaglianza, solidarietà, dignità umana, non siano ormai diventati effimere bolle di sapone, lo Stato sociale è una conquista di civiltà irrinunciabile. O, meglio, si può forse rinunciare allo Stato sociale, ma non all’idea di una responsabilità collettiva della società nei confronti dei suoi membri più deboli a tutela della sua integrazione.
Eppure, anche nelle democrazie più stabili e progredite, lo Stato sociale è sotto assedio.


Domande critiche

Una valanga di argomenti gli vengono rovesciati contro giorno dopo giorno, in tutte le sedi possibili. Basta esaminarne qualcuno per apprezzare l’entità dell’offensiva. Il primo è che economia capitalistica e Stato sociale sono intrinsecamente incompatibili. L’una si fonda sulle disuguaglianze e su moventi di tipo egoistico; l’altro sull’uguaglianza e su moventi di tipo solidaristico. Il problema starebbe nel fatto che lo Stato sociale ricava le risorse che servono a finanziarlo dall’economia capitalistica e perennemente rischia di soffocare la gallina delle cui uova d’oro si nutre.
Quant’è credibile, però, questa tesi?
Non fosse passato di moda, basterebbe rileggere Keynes. In ogni caso, è una tesi assai meno credibile di quanto non pretenda un certo senso comune, volutamente manipolato, se è vero che le prestazioni del welfare, la sanità in cima a tutti, sono tra i settori economicamente più dinamici delle economie sviluppate.


Risposte non definitive

Non molto più plausibile è l’argomento che nell’economia globalizzata lo Stato sociale costituisca un intollerabile appesantimento dei costi gravanti sul sistema delle imprese.
L’argomento non regge: poiché i cittadini tenderebbero comunque a curare i propri malanni e a sopravvivere anche quando sono troppo anziani per lavorare, da qualche tasca – delle imprese, dello Stato, delle famiglie – le risorse necessarie a tal fine dovrebbero uscire. È naturalmente possibile curarsi poco e male, ma in una società sviluppata, ad alto livello di istruzione, è un’eventualità che riguarda frange ristrette della popolazione. Quanto all’abitudine che le vedove si buttino sul rogo ove brucia la salma del marito, che, se replicata in occidente, ridurrebbe considerevolmente la spesa in fatto di pensioni di reversibilità, o quelle delle famiglie dei figli, pure in India si va perdendo.
Infine, si è mai calcolato quanti risparmi consente nella repressione della devianza e nella cura del disagio sociale la protezione che lo Stato accorda ai disoccupati, stabili o temporanei, giovani e anziani che siano?


Passare i servizi ai privati.
Quali?


Un altro argomento forte contro lo Stato sociale sono i suoi sprechi. Che, a ben pensarci, sono di due tipi. Innanzitutto gli sprechi burocratici. Le amministrazioni pubbliche funzionano per lo più piuttosto male, amministrano risorse collettive e quindi di nessuno, sono notoriamente una fonte inesauribile di sprechi.
È non di meno da dimostrare – il recente caso della camera iperbarica della clinica Galeazzi di Milano è una buona prova – che il settore privato, orientato com’è al profitto, garantirebbe davvero il medesimo servizio agli stessi costi.
Non è detto neppure che alcune prestazioni di welfare non possano essere sottratte allo Stato ed affidate ad altri soggetti, privati magari, sotto rigoroso controllo statale: vedi il caso del volontariato. Che lo strumento di difesa della società contro le insidie alla sua integrazione debba necessariamente essere lo Stato, che lo Stato sia lo strumento più idoneo ad implementare i cosiddetti diritti sociali, è più che legittimo dubitarne. Il punto è che, fino ad oggi, le società sviluppate non sono state in grado di metter a punto strumenti più efficaci, e soprattutto più universalistici, dello Stato.


Autodifesa sociale

Vi sono in secondo luogo gli sprechi che potremmo definire “corporativi”, che sono poi ingiustizie bell’e buone. Vi sono categorie che riescono a spuntare, in virtù del loro potere di ricatto – elettorale, economico e via di seguito – benefici ben più alti di altre. E gruppi sociali che nei meandri del welfare si districano più disinvoltamente di altri, traendone un sovrappiù di vantaggi. È proprio sicuro, tuttavia, che le prestazioni delle burocrazie del welfare non possano essere migliorate? E chi impedisce ad uno Stato democratico di contrastare ogni sorta di privilegio trattando tutti i cittadini allo stesso modo?
Quando si parla di forme di difesa autonomamente predisposte dalla stessa società, o meglio da specifici gruppi sociali, com’è possibile evitare il rischio che taluni gruppi se la passino meglio di altri? E come evitare la competizione tra i deboli o disuguaglianze tra più e meno deboli, tra quelli capaci di autoproteggersi e quelli che non lo sono?


Il tallone d’Achille:
solidarietà senza volto


Eppure lo Stato sociale ha un vero tallone d’Achille. Ed è quello di burocratizzare la solidarietà. Sorto per surrogare i rapporti solidali che la modernità e il mercato inesorabilmente dissipano, anch’esso, con le sue burocrazie impersonali, ha finito per conseguire lo stesso effetto. Da un lato, il welfare disorganizza i rapporti sociali, rimpiazzandoli con relazioni amministrative. Tra la residenza protetta per anziani e il calore della famiglia tradizionale c’è una bella differenza, così come non è poca la differenza fra il medico di famiglia che a fine settimana si fa sostituire dalla guardia medica e il medico condotto di ottocentesca memoria.
Dal lato opposto, il burocratismo del welfare, e il correlativo greve burocratismo dei sistemi fiscali contemporanei, occultano con gran cura il nesso di solidarietà reciproca che sotto tali forme si nasconde. Perché paghiamo tante tasse? si chiedono i piccoli imprenditori del Nordest, dimentichi di come quelle tasse siano il prezzo pagato per vivere in una società civilizzata.


Dare un senso alle parole

Inefficienze e sprechi, va da sé, non aiutano. Ma il vero problema è che lo Stato sociale ha a lungo andare perso la sua legittimità. Un tempo, anche se elargito dall’alto, c’era un substrato di lotte sociali che lo legittimava. Oggi è solo un insieme di prestazioni amministrative “dovute”, le cui valenze solidaristiche sembrano essersi dissolte. C’è un rimedio a tutto questo? Forse no. E forse sì. Sì, se si riuscisse a rovesciare il segno del discorso pubblico sull’argomento. Quando politici e intellettuali la pianteranno di usare con tanta leggerezza parole come “spreco”, “flessibilità”, “compatibilità”, e via di seguito, e investiranno le loro capacità per riaccreditare concetti con “solidarietà” e “doveri di cittadinanza”, nel migliorare le performances dello Stato sociale, e nel ridurne le ingiustizie, magari le cose andranno un po’ meglio.

Alfio Mastropaolo
Ordinario di politica comparata
Università di Torino
Bibliografia
Maurizio Ferrera, Modelli di solidarietà, Il Mulino, Bologna 1993, pp. 348, lire 42.000.
Maurizio Ferrera, Il welfare state, Il Mulino, Bologna 1984, pp. 369, lire 42.000.
Flora Heidennheimer, Lo sviluppo del welfare state, Il Mulino, Bologna 1983, pp. 460, lire 50.000.
Giovanna Zincone, Sudditi e cittadini, Il Mulino, Bologna 1992, pp. 320, lire 35.000.
Gian Primo Cella, Non di solo mercato, Edizioni Lavoro, Roma 1994, pp. 188, lire 20.000.
Pierre Rosanvallon, La nuova questione sociale. Ripensare lo stato assistenziale, Edizioni Lavoro, Roma 1997, pp. XX + 160, lire 20.000.