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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

La pedagogia della parola 1

di AA. VV.

Ricordando Giuseppe Stoppiglia

Con Gaetano Farinelli, presidente di Macondo, avevo invitato amiche e amici a mandare qualche riga, il loro ricordo di Giuseppe Stoppiglia. Per lasciare una traccia, tenere a memoria una frase, un gesto, un viaggio, un incontro. Un pianto o una risata. Un giorno di luce e il buio di una notte. La salita all’alba sul Monte Grappa e il tramonto sulle valli di Comacchio. Dalle vostre lettere, davvero tantissime, è molto di più di questo. Ognuno ha chiamato il fondatore (parola grossa che non gli piacerebbe) con un nome diverso: don Giuseppe, Stoppiglia, padre, zio, Beppe, Barba, Bepi, Bepìn… Perché ogni incontro è unico e irripetibile. E perché la vita di questo strano uomo è stata talmente lunga, sempre in movimento, piena zeppa di sguardi, di voci, di mani, di abbracci. Inseguire, leggere, comprendere a pieno la vita di Beppe, inseguirne il filo durante gli anni e attraverso i continenti è forse impossibile. In lui, come in ogni uomo, c’è un segreto a cui nessuno può avere accesso: non è forse questa la vera essenza, e insieme la meraviglia del sacro? Ma a questo filo, a questo mistero, possiamo avvicinarci scorrendo una dopo l’altra queste testimonianze. Un grazie a Beppe che ha animato le nostre voci. E un grazie a tutti quelli che hanno scritto, scusandomi con ognuno di loro per i tagli dovuti allo spazio, non infinito, di questa rivista.
Effe Emme

La sua falcata sotto la neve
Era il giorno di santa Lucia. Ricordo la sua falcata sotto la neve; mi aveva appena consegnato in una clinica e partiva diretto a Parma, di treno, per rientrare in serata a Comacchio e portare notizie a mia madre e a mio padre. La mia consegna in clinica non era un sequestro, poteva diventare un salvataggio. Mi aveva conosciuto l’anno prima e aveva capito che sarei finito stritolato sotto una parvenza di morale, che mi soffocava la voglia di vivere. Chi gli dava l’autorità di scegliere per me, quali garanzie offriva ai miei su tale decisione? Qual era il punto di forza su cui Giuseppe basava una scelta così importante, fino a interrompere i miei studi e riportare la mia vita su di un altro versante? Dove aveva appreso, lui, non ancora trentenne, la forza di decidere per me, invece di abbandonarmi ai margini di una perfezione acerba e amara? Quando lo rivedo sotto la neve che corre verso la casa dei miei, tra i motivi di quella decisione metto in elenco il suo temperamento, la sua resistenza alle norme; o, forse ancor più, l’occhio attento ai moti del cuore e dell’intelligenza, alle voci che invia la pelle sotto il peso dell’angoscia, o forse ancora la capacità di non fermarsi mai in superficie e andare diritto alle cause di un dolore fuori controllo; la vita si costruisce passo a passo, nella libertà e nelle relazioni alla pari e non nell’obbedienza astratta a una legge di perfezione inesistente.
Cerco di raccogliere i vostri messaggi e metto insieme le numerose parole e frasi in un unico testo, per rispondere a tutti e ciascuno, per esprimere riconoscenza e ricambiare l’amicizia e l’affetto, la stima e il cordoglio, la memoria e la nostalgia per un uomo che ha vissuto intensamente là dove gli uomini, la provvidenza, la sua scelta di vita lo hanno posto per essere maestro e guida, fratello, amico, compagno, operaio, manovale, formatore e apprendista, a partire dal suo paese di Pove del Grappa, fino a Comacchio, Bologna, il Brasile, fino a chiudere la sua vita in Italia, ma sempre aperto a nuove relazioni e nuovi orizzonti.
Ora riposa in pace nel cimitero del suo paese e cammina sui sentieri delle sue montagne, senza perdere di vista la Terra che lo ha cresciuto.
Giuseppe, prete e viandante, ci porterà nel suo cuore e nei suoi pensieri.
Con affetto e stima, assieme ai familiari di Giuseppe, ripropongo il nostro grazie per il cordoglio e la vicinanza di tutti e ciascuno.
Gaetano Farinelli

Ti devi liberare da tutte le tue incrostazioni
C’era stato un convegno, a Catania, nella sede dei benedettini e io, insieme a Pietro Barcellona, Franco Cassano, Bruno Amoroso, avevo svolto la mia relazione. La sera, a cena, mi trovai seduto allo stesso tavolo di Giuseppe Stoppiglia, che non conoscevo. Notai con crescente imbarazzo che spesso mi fissava con quei suoi occhi di fuoco. Finché, rivolgendosi a me (penso con riferimento alla mia relazione del pomeriggio) mi disse: «Tu ti devi liberare da tutte le tue incrostazioni».
Rimasi stupito di quella confidenza pubblica, guardai gli altri commensali e mi sforzai di fare un sorriso di circostanza. Attraversavo un periodo particolarmente difficile e quella «profezia», pronunciata da Giuseppe, mi colpì molto. Tanto che, dopo diversi mesi, gli chiesi un incontro. In un bar di Bologna, in una giornata di pioggia, mi confidai con lui e lo sentii fratello. Ascoltai i suoi consigli, gliene fui grato per sempre e piansi anche, senza vergogna. Fu così che diventammo amici: ci scrivevamo ogni tanto e io ancora lo ringrazio per quella «scenata pubblica» che mi ha aiutato a vivere più serenamente.
Enzo Scandurra

Per essere acuti bisogna utilizzare angoli ottusi.
Ho conosciuto Beppe Stoppiglia tanti anni fa, non sapevo fosse prete, l’ho scoperto molto tempo dopo.
Così come seppi che era stato lui a fare il mio nome per essere inviato in Brasile in qualità di formatore, a rappresentare i bancari della Fiba per un interscambio di conoscenze reciproche con la CUT tramite l’ISCOS.
Il viaggio e l’esperienza in Brasile mi hanno cambiato la vita e gli orizzonti.
Ricordo che, quando ci rivedevamo, narrava, col suo fare sorridente, di un nostro casuale incontro all’aeroporto di Belo Horizonte. Lui partiva e io arrivavo, ci incrociammo, abbracciandoci meravigliati entrambi della casuale combinazione. Una volta lo invitai a un corso di formazione dal titolo l’angolo acuto: utilizzando la metafora degli angoli, ovvero visuali che spaziano un orizzonte vasto, lo stesso largo orizzonte di vedute di cui Beppe era promotore e profeta.
Gianfranco Coccari

Dentro il vento dell’istinto.
L’ho conosciuto a Mestre, nella sede regionale della CISL, dove lui esercitava la funzione di responsabile della formazione sindacale.
Giuseppe concepiva la vita umana, come quella eterna, in una dialettica di relazioni interminabili, di intrecci passionali, di azioni umane piene. Il resto, compresa un’equivoca interpretazione della religione, era suo nemico.
Era un nemico della ragione e tutta la sua vita è passata dentro il vento dell’istinto che viene direttamente dall’amore intrinseco per il Bello, che è il volto di Dio.
C’è un paradosso che emerge proprio dagli uomini che, come lui, hanno compiuto la scelta di sporcarsi le mani e i piedi nel fango delle strade, nell’olio delle fabbriche, nella polvere dei campi e nella sporcizia dei quartieri più poveri del mondo: da quello sporco passa Dio.
Nella sua veemenza espressiva, Giuseppe affermava il valore assoluto della libertà dell’uomo dalle istituzioni che legano e che imprigionano, condannava ogni forma di pregiudizio e di controllo e, soprattutto, esaltava il dovere della liberazione per ogni essere umano.
Egidio Cardini

Vorrei aver prestato maggiore attenzione.
Oggi ho 54 anni, ho conosciuto Giuseppe quando ne avevo 22. Lo ricordo ancora chiaramente: eravamo a Motta di Livenza, era il primo modulo della Cisl Regionale Veneto per diventare «formatori per adulti».
Insieme a lui un’altra grande, enorme persona, Toni Cortese.
Ho imparato tantissime cose (vorrei, se potessi tornare indietro, aver prestato maggiore attenzione, ma ero davvero troppo giovane e con la testa abbastanza calda…) da quel percorso, e da quella esperienza mi sono legato indissolubilmente, per sempre, al sindacato, alla Cisl, ma soprattutto ai valori fondamentali della formazione, della fratellanza, della solidarietà, dell’attenzione verso gli ultimi.
Paolo Marchetti

Ha fatto la differenza nella mia vita.
Una delle poche persone che ha veramente fatto la differenza nella mia vita. Una delle poche persone che, di fatto, ha saputo leggere tra le righe la mia situazione personale e una delle poche persone che mi ha concretamente aiutato in un momento di reale necessità. E tutto questo già dal primo incontro. Porto con me, ancora oggi, ogni momento, ogni parola e ogni gesto suo, di Gaetano e delle persone che mi hanno accompagnato in quel delicato momento. E come una semente in crescita, oggi metto in pratica e condivido con gli altri insegnamenti, considerazioni positive e suggerimenti ricevuti.
Mirko Lamberti

Un libro da pelle d’oca.
Conobbi Giuseppe nel 1995 in occasione di un matrimonio celebrato al mio paese, mi colpì subito la sua schiettezza, originalità, semplicità.
Lo rividi anni dopo a un convegno sindacale e mi azzardai a chiedergli se fosse ancora prete (sapevo di qualche alterco avuto coi vertici della Chiesa): lui spalancò gli occhi e mi chiese chi ossi io per fargli una domanda del genere. Così cominciammo a parlare.
Credo sia l’unico sacerdote che mi abbia emozionato veramente, nella mia vita da adulto. Ricordo il Diario di un viandante, un libro da pelle d’oca.
Amedeo Barbolini

Chi cazzo crede di essere?
O Capitano, mio Capitano.
[W. Whitman]

Era stato un caro amico, Gabriele Donola, a insistere affinché facessi la sua conoscenza e soltanto a fatica aveva saputo vincere le mie resistenze, dettate dal fatto che di preti ne avevo conosciuti a sufficienza e non volevo più saperne.
Il primo impatto con Bepìn, peraltro, non era stato dei migliori: l’occasione era nata da una serata memorabile nella quale Stoppiglia era riuscito a portare a Pove nientemeno che Eduardo Galeano, scrittore uruguagio che adoravo, e pertanto non potevo mancare. Prima di godermi quell’incontro, mi ero premurato di presentarmi a Giuseppe: ancora non sapeva chi fossi e già mi gelava il sangue con una radiografia implacabile del mio vissuto, che mi aveva turbato, urtato e irritato a un tempo: «Chi cazzo crede di essere – pensavo tra me – per accogliermi a questo modo?!».
Con il tempo avevo elaborato le sue parole, avevo compreso che non erano dettate dalla volontà di farmi violenza e che Giuseppe non si poneva nei miei confronti dall’alto del suo ruolo confessionale/istituzionale, ma piuttosto nella veste di un uomo che voleva essermi amico fraterno. Da quel momento si era stabilita fra noi una relazione autentica e profonda.
Di tanto in tanto passavo da Pove a salutarlo, da solo o con qualche amico, e ogni volta era come se fosse la prima: mi sentivo accolto anche nelle mie fragilità e, soprattutto, percepivo che Giuseppe non si aspettava nulla da me, che tutto in lui era dono gratuito. E questo per me era disarmante, bastava da solo a vincere ogni mia residua resistenza.
Nell’agosto del 2019, come gli avevo promesso da tempo, poco prima di ripartire per l’Eritrea dove sto lavorando come insegnante di Lettere all’estero, mi sono recato in Trentino nella casa che ospitava lui e Gaetano.
Rivederlo così provato nel fisico mi aveva fatto male, ma la sua mente e il suo cuore erano quelli di sempre, come pure la trasparenza dei suoi occhi nei quali riconoscevo la medesima tonalità di quelli di mia madre, anche lei ridotta allo stremo e sottrattami recentemente da una malattia progressiva e debilitante: uno strazio che ho rivissuto in quei momenti. Ma è stato un attimo, perché Giuseppe era riuscito subito a restituirmi il sorriso dimostrandomi un affetto smisurato di cui forse non ero degno.
Non potevo immaginare che sarebbe stata l’ultima occasione di rivederci e adesso mi resta nel cuore il ricordo vivissimo dell’abbraccio interminabile con cui ci eravamo congedati, lui disteso sul letto dopo pranzo mentre mi sussurrava quanto mi avesse a cuore stringendomi a sé, io piegato sopra di lui con la schiena che urlava per le fitte delle mie ernie. Né potrò scordare le sue parole quando, quasi in lacrime, mi diceva quanto non avrebbe dato per potermi accompagnare in Eritrea.
Non saprei dirvi come, ma l’ha fatto per davvero.
Maurizio Casagrande

Masa tardi
Masa tardi te scrivo
amigo Bepin, deso
ca no te go pi visin
deso ca simo distanti
miłe ani
a go inamente
cuel ultimo inbraso
par sora el to Å‚eto
spinà
njanca tri mezi fa
e za te si nda
indove ca Å‚e porte sta
senpre pi verte
indove no conje njanca cuerte
no conje nisun
che te staga a goernar
no toca njanca pi tribułar
e vansa pena
ca de asarte cunar
da chi ze za là
da i ciari
ca ze restà de cuà.
Troppo tardi
Con troppo ritardo ti scrivo / amico
Giuseppe adesso / che non ti ho più
accanto / ora che ci troviamo separati
/ dall’eternità // rivivo mentalmente
/ quell’ultimo abbraccio / disteso sul
tuo letto / di pene / nemmeno tre
mesi or sono // e già te ne sei fuggito
/ là dove le porte restano / spalancate
/ dove non c’è bisogno di coperte /
non serve la presenza / di una badan-
te / è finita ogni tribolazione / rimane
soltanto / di lasciarsi amare / da chi ci
sta attorno / e dai pochi / rimasti qua.
25/09/2019
Maurizio Casagrande

Giustizia e carità.
Si parlava di emarginati. Di Brasile e favelas. Degli ultimi tra gli ultimi. Di bambini venduti, prostituiti, scippati a sé stessi e al futuro.
Si parlava. Tornava la vecchia domanda di chi non resta indifferente: «Che fare?». Domanda d’uomini di buona volontà, d’impegno sociale, di Lev Tolstoj, di democrazia. Stessa domanda di un vangelo che mette fame, sete, giustizia tra le beatitudini per coinvolgerle nel giudizio finale e senza appello di maledizione – se non si è fatto qualcosa.
Si parlava di giustizia e carità.
D’impegni appassionati per la giustizia. Di vite sante ed eroiche nella carità. E Giuseppe a dire d’un colpo: «Vedi? La carità si spende per chi ha la schiena spezzata da povertà e ingiustizia. Si può anche cercare di risollevare con un’opera di giustizia».
Possibile? Che dalla carità salga un grido di denuncia contro l’ingiustizia? Dalla giustizia una premura vicina alla carità? Che giustizia sia infine carità e carità inizio di giustizia? Possibile, eccome.
Franco Riva

Quei due pesci rossi nell’acquasantiera del Rosario a Comacchio.
Non ho mai saputo che fine hanno fatto quei due pesci rossi che misi nell’acquasantiera del Rosario a Comacchio nel 1968. Lui non ne fece cenno, ma sono rimasti nel mio immaginario. Con le sue omelie fu pietra d’inciampo, che io all’inizio sopportavo per motivi sentimentali (era Giovanna che mi portava in chiesa); mi accendeva il fuoco sacro del Che che troneggiava sul mio letto e la voglia di cambiare tutto senza che la vita mi cambiasse. Lo presi sul serio.
Matrimonio non concordatario (non fece piega), laicità, separazione tra Stato e Chiesa, cambiamento prima in noi stessi che nella società. Fuori dal coro, cittadino come dimensione pubblica, credente laico come dimensione privata. Prima coppia poi famiglia senza stereotipi, quasi subito tre figli, poi l’allargarsi con figli accolti, non padre, ma papà di tutti. La voglia di tenere il campo della libera scelta, della diversità concretizzata di due pesci rossi che volevano uscire dalla sicurezza dell’acquasantiera per affrontare il mare. La determinazione di usare la nostra bussola e non la sua, la capacità di cambiare strada, nel bene e nel male. Lui ci ha insegnato a usarla, sotto la tenda di Abramo.
Alessandro e Giovanna Bruni