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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Chi nutre la città?

di Turus Guido

I Comuni si caratterizzano come dei sistemi apparentemente chiusi, le città circondate dalle loro mura sono luoghi chiusi, delimitati, all’interno dei quali, anche dopo il Medioevo, esistono i diritti e i doveri.

È nelle città che nascono le Università, nelle città si sviluppano i mercati, nelle città ci si difende, dalle città si parte e nelle città si arriva. Le città danno il nome ai loro territori. Il territorio e le campagne che circondano le città devono la loro identità al centro urbano che le domina, le governa e le amministra. Nelle città si sviluppa ricchezza, nelle città si diventa signori.

Così, lentamente, ma in modo sempre più inesorabile, ci siamo abituati a pensare alle città come organismi autonomi, come luoghi sempre più indipendenti dai loro territori, le città parlano con altre città, le città gareggiano tra loro per offrire servizi. Le città si immaginano come gangli di un sistema nervoso in cui i nervi sono le strade utili solo per raggiungere altre città.

In realtà superando questo immediato punto di vista, guardando un po’ di in là (delle cinte murarie), le cose stanno (e non possono che stare) in modo diverso.

Un’urbe senza cittadini?

Devo le mie riflessioni a un percorso che ho iniziato alcuni anni fa attorno all’agricoltura, tra i tanti agricoltori che ho conosciuto in tutto lo Stivale. In provincia di Lucca incontrai Federico Martinelli che mi riportò una domanda del nonno (da cui aveva ereditato la passione per la terra): «Chi nutre Lucca?». Nel salone dell’agriturismo di Federico una grande riproduzione di una foto storica di Lucca mostrava una panoramica del mercato contadino.

La domanda suona sicuramente banale di primo acchito, incapace di smuovere le convinzioni che si sono costruite in noi, ma più rifletto sul rapporto città/campagne più mi convinco che da qui si debba partire.

Siamo convinti (e quindi pacificamente sicuri) di poterci smarcare dalle campagne proprio nel non considerare questa semplice domanda nella sua radicalità. È così tanto ovvio che a nutrire le città siano le campagne da spingerci a non considerare questo quesito degno di nota. È vero che l’attuale mercificazione del mondo ha condotto le città ad abbandonare le proprie campagne per sfamarsi, ma è altrettanto vero che questa rottura non ha giovato a nessuno dei due sistemi e che tale rottura non è avvenuta a seguito di una decisione dell’urbe ma della grande impresa agroalimentare che non ha emancipato le città dalla necessità di sfamarsi, e quindi dalle campagne.

La domanda sul cibo nella sua semplicità lascia senza parole: non solo ci siamo abituati a non porci tale quesito ma ormai diamo per scontato che il cibo non manchi e che sia a disposizione, la sua eterna e costante presenza ci toglie dalle fatiche di una questione. La verità è però un’altra, semplice, ma non per questo meno potente: senza cibo le popolazioni di qualsiasi città si estinguono (muoiono, emigrano, fuggono…) e un’urbe senza cittadini non è più tale.

Quale che sia il livello di servizi offerti da una città, quale il suo sistema viario, la sua forma di governo, indipendentemente dalle garanzie che offre ai propri cittadini, se affamati questi la abbandoneranno. Le città sono state e si sono sviluppate perché hanno sempre attinto, scambiando in maniera proficua, le proprie risorse con l’esterno.

Le città se sono dove sono, le vie di comunicazione che portano a loro, sono là ubicate perché esisteva un territorio in grado di provvedere al loro sostentamento. Se oggi possiamo pensare che un territorio comunale si sia di fatto smarcato dalla necessità di dialogare con le campagne (necessità che in realtà rimane, solo traslata su altri territori) non possiamo non avere coscienza che le città sono là dove si trovano sulla base della presenza di una determinata quantità di suolo fertile.

Senza una determinata quantità di suolo capace di sfamare e delle conoscenze tecniche di alcune persone, nessuna città si sarebbe costruita e avrebbe potuto crescere.

Olio e acqua

Ma le campagne non fornivano solo servizi alimentari alle città, dalle campagne e dai territori circostanti arrivano nelle città generi alimentari che in alcune epoche non erano considerati solo tali. Un solo esempio: l’olio di oliva non era solo condimento ma anche fonte di illuminazione delle strade.

Certo oggi abbiamo superato la necessità di rifornire le città di oli per illuminarle, ma non siamo ancora capaci di abbandonare i servizi idrici che i territori forniscono ai centri urbani: difficilmente troveremo una fonte d’acqua in una città, difficilmente riuscirebbe una città ad assolvere a quel grandissimo sistema ecologico di depurazione delle acque di cui una grande concentrazione di cittadini necessita.

I bacini idrici raccolgono e filtrano le acque per la città, permettendole di vivere e di prosperare; l’uomo da sempre ha modificato i corsi dei fiumi, ha costruito acquedotti e canali per facilitare il rifornimento idrico dei centri urbani.

Ed è sempre nel territorio che le città scaricano le acque una volta usate.

Ma le acque e i canali non sono solo fonti di approvvigionamento idrico o di scarico dei nostri rifiuti; sono anche parte centrale e vitale dell’equilibrio idrogeologico dei nostri territori: le città non franano e non si allagano se il loro territorio le sorregge, se la loro alterità agricola e naturale non è stata sacrificata all’espansione della sola città.

Governare una città senza conoscerne il sistema idrogeologico, senza sapere il significato di terreni incolti e di canali di sfogo equivale ad amministrarla male. La sicurezza delle città non è una questione che si gioca, solo, nelle piazze e nelle periferie.

Le città non devono alle loro campagne solo la possibilità di alimentarsi e quella di abbeverarsi, di pulirsi e di cucinare; hanno altri debiti nei confronti di ciò che è al di fuori dei loro confini.

Le campagne non sono degli spazi vuoti

Quando la nostra Costituzione ci chiede (ci affida il compito) di tutelare il nostro paesaggio (articolo 9) non si riferisce solo alle Dolomiti, alla Laguna di Venezia o alla Valle dei Templi: il paesaggio di cui si parla nella Costituzione è lo spazio in cui esistiamo come comunità, è lo skyline di un territorio che si compone di ambienti naturali, città, aree agricole in simbiosi tra loro. Paesaggio come stratificazione di questi diversi elementi. Il paesaggio come contesto territoriale che ci spiega e ci dà senso.

Le città vivono in un paesaggio, in quel contesto trovano il loro spazio e il loro equilibrio. I centri urbani non sono avulsi o scorporati dalle linee che li circondano. Considerare gli agglomerati urbani astraendoli dal loro contesto significa non capirli e non poterli capire. Ma il paesaggio e i «centri» rurali non sono solo spiegazione e contestualizzazione, sono anche luogo di svago, di intrattenimento, di relax. Luoghi attivi che svolgono una funzione sociale di sfogo necessario. Il rurale è luogo del turismo, il territorio di una città, come dice Maria Giulia Crespi, è lo spazio attraverso cui il viaggiatore arriva a scoprire le bellezze architettoniche del nostro Paese.

Le campagne non sono, in altri termini, degli spazi vuoti, non sono un luogo non urbano in attesa di urbanizzazione. Le campagne sono lo spazio in cui una città si costruisce, sono l’alterità che costruisce la città, che nel delimitarla la determina.

Due facce che hanno senso nel momento in cui svolgono l’una servizi nei confronti dell’altra.

I tagli cui le amministrazioni locali sono sottoposte a più riprese, finanziaria dopo finanziaria, hanno spinto molte amministrazioni a vedere il proprio territorio agricolo come spazio da cui attingere risorse necessarie per continuare a offrire servizi urbani a una popolazione urbana.

Le campagne sono state viste sempre più come luogo con un significato solo nella misura di un suo potenziale inurbamento.

Le battaglie che si stanno facendo sul suolo acquistano un senso ben superiore a quello solamente ambientale nel momento in cui il territorio viene considerato nella sua complessità: spazio che sfama, luogo ricreativo, ambiente che fornisce servizi indispensabili, ma soprattuto cornice in cui la città può svilupparsi (non crescendo a dismisura).

I sindaci non sono amministratori di una serie di abitazioni, ma di un territorio in cui campagna e città esistono solo nel loro coesistere e solo in questo rapporto riescono a svilupparsi. In tale quadro la lotta che alcuni sindaci italiani hanno iniziato a fare contro il consumo di suolo non può essere interpretato come scelta romantica e anacronistica di preservazione, ma diviene un cambio di paradigma culturale, diviene l’azione di tutela e difesa della città stessa.

Difendere le campagne, in questo momento, è un’attività politica innovativa che si smarca dall’appiattimento culturale che ci aveva fatto credere che le città potessero essere realtà assestanti e autonome.

Solo riguadagnando un rapporto di reciproco rispetto tra le diverse componenti del paesaggio, le città potranno elaborare un sistema di sviluppo capace di dargli futuro. Contrariamente le città cresceranno in maniera scomposta e fine a sé stessa.

Guido Turus, coordinatore del progetto bioresistenze
bioresistenze.wordpress.com

Piccola bibliografia:

Alfonso Pascale, Radici & Gemme. La società civile delle campagne dall’unità ad oggi, Cavinato, 2013;
Paolo Pilleri, Che cosa c’è sotto, Altraeconomia, 2015;
Matilde Casa e Paolo Pileri, Il suolo sopra tutto, Altraeconomia, 2017.