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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Come cambia la conoscenza del mondo?

di Realdi Giovanni

Internet e il continente che riemerge

Dato il segmento AB

La pagina che proprio adesso avete iniziato a leggere – lo notate poco sopra il titolo – si chiama «dentro il guscio». Si tratta ovviamente di una metafora: ogni numero della rivista contiene alcuni articoli centrati su di un tema (una monografia), e per entrare in esso – come per raggiungere il gheriglio di una noce – bisogna rompere il guscio.

Questa precisazione parrà forse inutile, ridondante – persino offensiva, per qualcuno. Come? Ci stai spiegando qualcosa che in fondo è perfettamente ovvio? Per chi ci hai preso?

Eppure è da qui che bisogna partire per immergersi nel monografico di questo numero. L’articolo che inaugura la sezione tematica di ciascuna uscita di Madrugada è una indicazione di senso, una specie di segnale stradale: per trovare quella località, andate di qua. In altre parole: per cogliere il significato complessivo di questi tre/quattro articoli, tenete presente alcune cose.

Scrivere è comunicare un messaggio; leggere è cercarlo per confrontarsi con esso. Questa dinamica è una specie di pilastro della nostra cultura, del nostro essere occidentali (non mi azzardo a far riferimento all’Oriente, perché non posso dire di conoscerne a sufficienza). La coppia tu scrivi/io leggo possiede al proprio interno una specie di freccia, quella che porta da un livello A di non conoscenza (o di conoscenza incompleta) a un livello B, nel quale i dati in nostro possesso sono aumentati, di molto o di poco – non ha importanza. Il passaggio da A a B può essere chiamato: approfondimento. Quando mi pongo di fronte a un libro, un articolo, una poesia, mi predispongo a un viaggio in profondità, a un confronto con qualcosa che non conoscevo (o conoscevo solo in parte), che potrà essermi utile – o dilettevole – o meno. Questo avviene anche se il testo che mi accingo a leggere riguarda un argomento del quale sono esperto: potrò comunque – in questa sorta di dialogo a distanza tra l’autore e me stesso – confrontarmi con parole nuove per dire cose già note.

Il continente che sta riemergendo

A prima vista, scorrendo l’indice di questo numero, la monografia parrebbe dedicata al convitato di pietra che ormai non possiamo evitare di ospitare nelle nostre case e nelle nostre tasche: Internet, il web, la Rete. La sua presenza è ormai talmente ingombrante che, anche solo per questo motivo, appare legittimo farne oggetto di discussione. Tuttavia il motivo per il quale Internet risulta così centrale nelle nostre pagine non è la sua invasività o la sua attualità. Internet infatti può essere osservato come la punta di un iceberg, la parte emersa di qualcosa di sommerso, le cui dimensioni sono molto più vaste della Rete stessa. Questo continente ancora subacqueo può essere riassunto in una domanda: sta cambiando il nostro modo di conoscere il mondo? Sta mutando la modalità con la quale cerchiamo di dare un senso al mondo?

C’era una volta Atlantide, isola dalle enormi dimensioni, abitata da un popolo guerriero che aveva tentato la scalata dell’Europa e dell’Asia, per poi sprofondare, sconfitto, nell’oceano insieme alla sua terra, ingoiata nelle acque a causa di un terremoto. Si guardi, per curiosità e completezza, la pagina di Wikipedia dedicata a questa leggenda: non si può non cogliere la somma competenza con cui alcune persone hanno raccolto, ordinato, catalogato molteplici informazioni, a partire dalle quali ciascuno può costruire una biblioteca (e mediateca) completa sul tema. Divenuta nota grazie ai dialoghi di Platone, Atlantide può essere interpretata in molti modi, uno dei quali la vuole esempio della società perfetta decaduta a causa della cupidigia umana. Sfidare gli dei non era cosa consigliabile, in un’epoca in cui essi non conoscevano la misericordia di Yaweh.

Ora questa terra meravigliosa sembra emergere e rinnovare la sfida all’ormai vecchio Occidente.

Quel che parrebbe infatti un attacco al consueto modo di pensare il mondo è all’origine di un fortunato libercolo di Alessandro Baricco, edito nel 2006 in trenta puntate su «Repubblica», dal titolo definitivo: I barbari. Saggio sulla mutazione. Che cosa sta accadendo, secondo lo scrittore?

Ciò che egli chiama uno «smantellamento sistematico di tutto l’armamentario mentale ereditato dalla cultura ottocentesca, romantica e borghese». Nel 2010, dalle pagine della rivista «Wired» (un mensile che, non a caso, si occupa di nuovi media), Baricco propone un sequel della sua intuizione.

Descrive così il «vecchio» modo di concepire il senso: «Le cose erano alberi – se ne sondavano le radici. Si risaliva nel tempo, si scavava nei significati, si lasciavano sedimentare gli indizi. Perfino nei sentimenti si aspirava a quelli profondi, e la bellezza stessa la si voleva profonda, come i libri, i gesti, i traumi, i ricordi, e alle volte gli sguardi. Era un viaggio, e la sua meta si chiamava profondità. La ricompensa era il senso, che si chiamava anche senso ultimo, e ci concedeva la rotondità di una frase a cui, anni fa, credo di aver sacrificato una marea di tempo e luce: il senso ultimo e profondo delle cose».

E adesso, con che cosa abbiamo a che fare?

Dal profondo alla superficie

L’esigenza di approfondire – possiamo sbilanciarci – non scomparirà. Ma la priorità attribuita al valore della profondità come direzione della ricerca del senso non è più unanime. A chi lo considera primario, si affianca (non si sostituisce, si noti) un diverso modello di pensiero, secondo il quale essenziale diviene invece muoversi velocemente tra intuizioni e esperienze, link e immagini, cogliendo nessi originali e inediti. Prosegue Baricco, immaginandosi nel futuro a guardare come sono andate le cose: «il tesoro del senso, che era relegato in una cripta segreta e riservata, ora si distribuiva sulla superficie del mondo, dove la possibilità di ricomporlo non coincideva più con una discesa ascetica nel sottosuolo, regolata da un’élite di sacerdoti, ma da una collettiva abilità nel registrare e collegare tessere del reale». Osservate quanto ci circonda: le notizie di cronaca scorrono veloci ai piedi dello schermo o nel fulmineo comporre di un tweet; l’azione semplice del telefonare si mescola a decine di altre possibilità attraverso un unico strumento, con il quale possiamo conoscere mappe stradali, previsioni meteo, prezzi più vantaggiosi; documenti legali e libri si dematerializzano e rimangono a istantanea disposizione della nostra mano, centinaia di migliaia in uno spazio minuscolo, in eteree cloud che galleggiano sulle nostre teste; riunioni e colloqui di lavoro si realizzano guardando negli occhi uno schermo, affidando il dialogo alle autostrade di silicio.

Sì, a prima vista prevale la sensazione di imbarbarimento, perché la superficie rimanda a quanto c’è di superficiale (e quanto l’esser superficiali è sempre stato un drammatico limite a scuola?); perché la disponibilità di ogni dato qui e ora annulla apparentemente la fatica dello scovare; perché l’esercizio della memoria risulterebbe arte superata e inutile. Ma i barbari sono tali solo per chi si fa strenuo difensore di una civiltà che sta toccando il suo limite: anzi, è proprio la medesima avvisaglia del suo tracollo che fa emergere le orde dei nuovi arrivati, dei nativi digitali.

Aspettiamo i Tartari? Ospitiamoli.

A legger Buzzati, ma anche Calvino e Borges, tutto questo era già scritto. Possiamo certamente costruire dei bastioni e lucidare le nostre vetuste armi per arginare l’invasione. Sarà uno sforzo inutile. Chi arriva non è diverso da noi, perché noi stessi l’abbiamo prodotto: l’Otto-Novecento è stato il secolo delle ideologie, il cui dogmatismo ha prodotto l’ignobile disumano periodo delle guerre mondiali; ma è stato anche il secolo dell’inventiva borghese, del trionfo della tecnica e del mercato. L’alleanza tra queste manifestazioni dello spirito umano (perché tali sono, nonostante l’incapacità di usarle sempre a favore dell’uomo stesso) ha generato una migrazione del baricentro culturale del mondo: dalla Weimar di Goethe alla Silicon Valley di Jobs. Ci stiamo rimettendo? La storia dei nostri padri è stata fatta anche dalla decisione di piccoli gruppi di considerare determinate idee e persone sbagliate, inutili, da ex-terminare, cioè da trascinare a forza fuori dal consesso civile. La Rete ospita tutto, non dà criteri, ma non decide nemmeno censure. Leggo da un testo di Antonio Labriola di inizio ’900, introvabile su carta (se non a carissimo prezzo) e recuperato per meno di un euro in digitale, scaricato su di un supporto elettronico e «sfogliato» all’istante: «I barbari invasori non furono nazioni di conquistatori ma popolazioni cercanti sede».

Giovanni Realdi
insegnante di storia e filosofia,
Istituto Don Bosco, Padova,
componente la redazione di Madrugada