logo macondo

Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Dal libero mercato al mercato liberato

di Panebianco Fabrizio

«Urge trovare modi
per fare amare la complessità,
invece di averne paura».
Wu Ming – Luther Blisset

Quanto stiamo vivendo e abbiamo vissuto nell’arco dell’ultimo anno necessita, per essere compreso a fondo, di chiavi di lettura che possano aiutarci a intravedere, o perlomeno immaginare, soluzioni possibili. L’idea che il libero mercato, da sé, possa autoregolarsi al punto da produrre sempre e comunque benessere è, in questi mesi, messa a dura prova. In realtà, ogni periodo di crisi economica è stato contraddistinto dalla critica al sistema di pensiero dominante, etichettato come inadatto a gestire la situazione, e quindi non dovrebbe stupirci il dibattito in proposito. Il punto non è come criticare il libero mercato, ma come immaginare un mercato liberato. Liberato da cosa? I difetti evidenti di sperequazione sociale, di instabilità ricorrenti e di bisogni insoddisfatti possono essere emendati o sono propri del sistema economico? Domande che accompagnano la ricerca economica almeno dal periodo degli economisti classici e di Marx, domanda però nascosta nel dibattito degli ultimi decenni. Non è stata nascosta di proposito, ma non sembrava urgente ai più, mentre ora riemerge prepotente, come sempre. Questa crisi non ci può dare risposte definitive in proposito, anche perché molto probabilmente non seguirà alcun cambiamento di paradigma, ma tutto verrà normalizzato e si tenterà di proseguire come se nulla fosse. Eppure si intravede qualcosa.

I media ci hanno solitamente raccontato le cause dirette di tutto quello che è successo: gli eccessi della finanza, l’avidità degli operatori di borsa, l’ignoranza di chi, anche fra i piccoli risparmiatori o gli enti locali, usava prodotti derivati o si indebitava senza avere un’opportuna cultura finanziaria. Tutto vero, tutto giusto. Eppure dobbiamo analizzare un elemento, non di carattere strettamente economico, che ha tuttavia giocato un ruolo importante: l’iperspecializzazione delle competenze. Come nelle scienze naturali e matematiche, anche nelle discipline economiche si è portati, a causa della complessità dei problemi affrontati, a parcellizzare il sapere fino a scomporlo in tessere così piccole da non rendersi conto del problema su cui si lavora. In economia, ragionando su politiche da dover poi applicare, questo può avere effetti molto gravi. Prendiamo il caso di questa crisi. Gli operatori finanziari si trovavano tra le mani prodotti elaborati dai matematici e non ci capivano molto: non era loro compito; i matematici creavano prodotti finanziari a partire da regole puramente matematiche e non capivano le implicazioni economiche: non era loro compito; i consumatori accettavano mutui impossibili non sapendo che era impossibile sostenere un sistema del genere: non era loro compito; i politici venivano messi a tacere su questioni di politica economica perché ci avrebbe pensato il mercato, e dunque non era loro compito interessarsi oltre a ciò che accadeva; gli economisti pensavano che solo un discorso economico, epurato e liberato da presupposti morali, potesse essere la giusta soluzione.

Purtroppo non si sono accorti che nessun modello economico è moralmente neutro, e che questa liberazione dalla morale conduceva in realtà all’asservimento acritico alla sola morale fondata su presupposti di utilitarismo. Questa mancanza di interdisciplinarietà porta la teoria economica a essere stretta a catene troppo forti: guadagnando fortemente sul piano formale e matematico, perde sul piano della completezza delle argomentazioni, in quanto il mercato, pur essendo un fenomeno eminentemente umano, viene invece analizzato usando strumenti che relegano gran parte di ciò che è agire umano all’interno di motivazioni non quantificabili e dunque non incorporabili nella teoria. Una piccola dose di interdisciplinarietà potrebbe aiutare quindi la teoria economica e, di riflesso, l’economia, a liberarsi. Vengono alla mente le parole di Edgar Morin: «Il pensiero deve stabilire frontiere e traversarle, aprire concetti e chiuderli, andare dal tutto alle parti e dalle parti al tutto, dubitare e credere, esso deve rifiutare e combattere la contraddizione ma, nello stesso tempo, deve farsene carico e nutrimento».

Il pensiero economico non può fare eccezione. Uno stimolo dunque ad andare oltre le cause immediate dirette, per analizzare anche questa crisi con gli strumenti tecnici ma con uno sguardo anche alla complessità dei fenomeni.