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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

FELIX DIES

di Realdi Giovanni

Non è un paese per bambini?

Come si dice, come si parla

In vista del rinnovo della (come si dice) componente genitori del Consiglio d’Istituto del Comprensivo di cui fa parte la scuola elementare di mia figlia, viene organizzata una riunione serale. Sulla carta si tratta di 800 studenti, dalla materna alle medie (o come si dice dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di primo grado), un numero tale di padri e madri da richiedere una palestra, almeno. E invece no: i membri del Consiglio uscente, conoscendo la situazione, hanno predisposto una cinquantina di sedie in un’ala male illuminata della scuola media.

Condivido il realismo pratico di queste persone, perché la italica volontaria rinuncia a prender parte alla vita pubblica non accade – o tempora! – il giorno delle elezioni (come si dice, l’election day) ma parte dal basso, dalla non partecipazione alle strutture minime della convivenza, come quelle previste nella scuola. In altri termini, avrei anch’io evitato di prenotare una sala enorme e predisporre quattrocento sedie. Non si tratta mica di una (come si dice) ospitata di Fabrizio Corona!

Ma ve lo immaginate, il sensazionale volantino? «In occasione dell’assemblea indetta in vista del rinnovo blabla, sarà ospite il noto fotografo F. C., che dialogherà con i presenti sul tema dell’importanza dell’istruzione per il futuro dei nostri figli». Sarebbe un esperimento futurista, una rappresentazione di teatro dell’assurdo… Cosa infatti mai potrebbe dire a dei genitori un vip, noto per lo più grazie ai suoi problemi con la legge? Tutti d’accordo, no?

Eppure è esattamente quello che succede, ogni giorno, su temi quali l’infanzia, l’educazione, la scuola.

Il losco belloccio non c’entra; sto facendo riferimento ai famigerati social network, che paiono esser diventati sempre di più luogo di discussione «pubblica». L’aggettivo non è lo stesso usato poco più su, nella frase «la vita pubblica»: quest’ultimo riguarda le forme di partecipazione politica in senso ampio, il primo equivale a «esposto», «condiviso», non privato. Social, appunto. Ecco: affrontare questioni come la vita affettiva dei figli-adolescenti-con-smartphone, i compiti a casa, il desiderio/l’opportunità di procreare, ecc., su piattaforme di scambio come Facebook o Twitter, equivale a invitare il vippone a parlarne a scuola. Il livello di profondità, di informazione, di attenzione è per lo più il medesimo, in una sorta di scambio tra la vita pubblica e la vita sociale.

Persino l’assemblea cui ho partecipato non ha fatto eccezione. Non perché ci fosse qualche ospite improbabile, ma perché da parte dell’assemblea e soprattutto di coloro che la presiedevano c’è stato uno scarsissimo ascolto dei pochi interventi dei genitori. Lo stile-Facebook conferma una predisposizione umana e una patologia comunicativa: far del dialogo uno scambio di monologhi.

Un pubblico privato

Interessante: la cosiddetta vita sociale è sì pubblica, ma nello stesso tempo rimane una questione privata. Aver vita sociale è uscire ogni tanto, andare a ballare o a prendere un aperitivo; è tessere e consolidare una serie di relazioni necessarie per una vita soddisfacente, o soddisfatta, non ingoiata dal binomio famiglia-lavoro. E i social devono poter comunicare alla cerchia di amici la mia vita sociale, o anche il semplice fatto che, nonostante per esempio abbia figli, possa vantare ancora una vita sociale. Raccontare quel che mi succede, o postare un bel tramonto, o ancora suggerire una conferenza in città, una battuta sagace, un articolo illuminante sono operazioni legittime e costruttive. Non intendo demonizzare qualcosa, ma rilevare una distorsione, la pretesa cioè di creare discussioni pubbliche su mezzi (media) privati, che cioè di «pubblico» possono ospitare al meglio solo la pubblicità, per la quale sono stati creati e sussistono.

Possiamo prendere atto che gli ultimi imperi del capitalismo sono fondati sul movimento del nostro mouse e che quello che a noi sembra un giustificato resoconto delle ingiustizie che ci circondano (nei giorni in cui scrivo un tema cliccato è la cena presidenziale americana del presidente del consiglio e dei suoi ospiti) non è altro che l’espressione pubblica del nostro piccolo rancore irrazionale. E quando rabbia chiama rabbia, gli introiti altrui aumentano.

La galleria di opinioni

Un esempio tra tutti, ma decisamente importante, è la reazione al cosiddetto Fertility Day e alla sua campagna promozionale. Il mio primo istinto di fronte alle immagini/slogan ideati per l’occasione è stato quello di recuperare, in una piccola scatola di memorabilia, una medaglia del ventennio fascista. È una patacca opaca, di qualche metallo poverissimo, che porta l’effigie di una madre amorevole attorniata da molti pargoli e la dicitura «Unione fascista famiglie numerose». Il distintivo è abbinato a un nastrino, sul quale sono affissi alcuni fiocchetti metallici, uno per ogni creatura – nella fattispecie dieci. Avrà così dato prestigio a un’affaticata donna del 1930, appesa a un maglioncino slavato, in prima fila con altre generose in una qualche manifestazione pubblica. Subito il mio spirito animale indignato ha prodotto una foto dell’oggetto, da diffondere in Rete. Che qui, se no, si torna alla dittatura.

Poi la ragione ha avuto il sopravvento e, cancellato il post, ho cercato informazioni. Non so quanti degli scandalizzati commentatori social si siano presi la briga di leggere le 137 pagine del «Piano nazionale per la fertilità». Io, quasi: le ho scorse tutte, cercando soprattutto una cosa, i dati numerici. Le statistiche vanno certo interpretate e in questa sede non ne darò conto. Tuttavia qualsiasi opinione basata su di esse andrebbe poi messa a confronto con le tesi contenute nel terzo capitolo («Gli italiani non vogliono più avere bambini») di un libriccino denso e arguto, curato da Dalla Zuanna e Weber, che si intitola Cose da non credere. Il senso comune alla prova dei numeri (Laterza, 2011).

Sono poche pagine, ma consentono una visione tridimensionale del problema. Si tratta di darsi tempo, per dare spessore alle nostre opinioni; e lo si può fare anche con materiale tratto dal web, perché la contrapposizione Rete/Libro è falsa e fuorviante, come quella Virtuale/Reale. L’unica radicale opposizione è quella tra chi si ferma a una opinione (ovviamente la propria, istintiva) e chi cerca un poco oltre.

Ma il mezzo costituito dai social spinge a sostare nella prima. E così, di fronte a una questione che merita attenzione e discussione lente, si apre il gorgo del conflitto maldestro, la galleria dell’accusa e della calunnia: c’è chi dice che bisogna far tanti figli, perché lo vuole il buon Gesù e se no si va all’inferno; chi accusa la «maternità a tutti i costi» di profondo egoismo; chi reclama il dovere di non dar figli a questo infame paese; chi racconta quanto è bello avere un bimbo; chi suggerisce l’utilità di aver qualcuno che in futuro paghi le nostre pensioni; chi ricorda che il baratro è evitato solo per la presenza di famiglie extracomunitarie; chi proclama l’invasione di bambini nati in culture altre; chi si preoccupa quindi che mio figlio fa poco programma a scuola per star dietro a quelli; chi profetizza la catastrofe etica legata alle coppie omosessuali; chi parteggia per allargare l’adozione ai single e alle suddette; chi denuncia il tasso di disoccupazione, l’assenza di servizi per le famiglie, il costo della mensa; chi biasima l’esplosione dei beni di consumo centrati sull’infanzia, dai biberon agli zaini; chi è comunque contro qualsiasi cosa faccia il governo; chi accusa il gufo di gufare.

Tempo da far putei

Ci manca una forza fondamentale. Quella di ricostruire dei luoghi pubblici in cui trovarsi fisicamente per discutere. Non per ascoltare l’esperto; non per sostare in piedi con un libro aperto in silenzio; non per protestare, né per indignarsi o manifestare. La logica pubblica degli ultimi settantanni è stata plasmata sul modello comunitario più antico che possediamo, quello della parrocchia, e questo accadeva anche nelle riunioni del vecchio PCI: un gruppo si raduna per ascoltare qualcosa la cui verità o efficacia è già stata decisa da un gruppo dirigente (o da un singolo, il parroco), che tuttavia mette in atto un qualche teatrino democratico per evitare l’accusa di autoritarismo. Possiamo ripartire, prendendo esempio dalle modalità del World Social Forum: sessioni di discussione libera dei problemi, dagli sfoghi personali alle esposizione di dati ed evidenze, alle quali far seguire altre sessioni in cui si propongono e discutono le soluzioni, analizzando le buone prassi. Ci saranno sì gli esperti, i silenziosi e gli indignati, ma saranno mescolati con gli altri e interverranno al pari di chiunque, e chiunque vedrà annotata la propria posizione.

E in una di queste future occasioni, convocata per parlare dei figli che verranno o non verranno, a me piacerebbe poter dire che è certo importante prendersi cura, sanitariamente, della propria fertilità, moltiplicando le visite andrologiche e ginecologiche, ma è altrettanto essenziale chiedersi se la nostra società intende aspettare dei bambini, pochi o tanti che siano. Se è disposta a rivedere le regole del lavoro, per permettere a padri e madri una cura meno frettolosa; a ridiscutere qualità e quantità della scuola, perché non sia un recinto dedicato al controllo sociale; a ricontrattare la gerarchia dei bisogni e dei desideri, per non allevare eteree principesse e aggressivi golfisti; a rimisurare possibilità e limiti, per spostare il confine dell’egoismo; a creare da zero spazi di ascolto gratuito, perché il rancore e la paura non abbiano la meglio.

«Possiamo regolare un aspetto molto importante della vita adulta dei nostri figli: il loro ricordo, che contemplerà asili nido immersi nel verde, picnic e genitori amorevoli. Non c’è modo di garantire loro un futuro felice; beh, almeno possiamo agire sulle premesse, provando a regalare loro un passato felice» (Alison Gopnik, Il bambino filosofo. Come i bambini ci insegnano a dire la verità, amare e capire il senso della vita, Bollati Boringhieri).