Madrugada 114-pianoterra

Solo alcuni ragazzini salveranno il mondo

Realdi Giovanni

Il martello e i chiodi

«Se il solo strumento che possedete è un martello – scrisse lo psicologo Abraham Maslow – vedrete in ogni problema un chiodo». In quale maniera può infatti vedere il mondo, un martello, se non come fatto di chiodi? Se abbiamo inconsciamente deciso che una qualche situazione è problematica, facilmente troveremo le cause esterne che confermano questa problematicità. O, detto altrimenti, cercheremo conferme alla nostra intuizione iniziale. Questo sembrerebbe accadere anche di fronte alle certezze: se colleghiamo ad alcune cose la percezione che la nostra esistenza venga migliorata, che la nostra possibilità di cambiare venga aumentata, cercheremo istintivamente di ottenerle, di replicarle, di trattenerle. Ma quale cambiamento desideriamo?

Bauman aveva suggerito un percorso di analisi: «A differenza delle paure di vecchio tipo, quelle contemporanee tendono a essere imprecise, mobili, elusive, modificabili, difficili da identificare e collocare con esattezza. Abbiamo paura senza sapere da dove viene la nostra ansia e quali siano esattamente i pericoli che la provocano. Possiamo affermare che i nostri timori vagano in cerca delle loro cause che noi vorremmo disperatamente trovare per poter essere in grado di fare qualcosa a riguardo o per chiedere che si faccia qualcosa» (intervista a “Rassegna sindacale”, pubblicata nel giugno 2008).

#Fridaysforfuture. Forever?

A margine dell’adesione di massa all’iniziativa del Fridays for Future, che in Italia ha preso consistenza venerdì 15 marzo scorso, ho provato ad avviare un dibattito nelle classi quarte in cui alcuni studenti avevano scelto di scendere in piazza. In un gruppo, in particolare, l’adesione è stata bassissima. Perché? I ragazzi sono stati diretti: avevamo paura che voi insegnanti ve la sareste presa. Non si trattava di una precauzione nata da possibili divergenze ideologiche (non se ne dà traccia), quanto dalla percezione di una nostra generale insoddisfazione per il loro comportamento degli ultimi mesi. Nel dialogo, pur essendo emerse varie posizioni a favore del movimento di Greta, è risultato ancor più chiaro un altro dato: più forte dell’amore per il nostro pianeta è l’avversione per chi abbia preso parte al corteo per il solo motivo (dissimulato) di perdere una mattinata di scuola. Un ragazzo, con la massima trasparenza di cui è solitamente capace, ha affermato candidamente: io inquino e non mi lamento. Che, tradotto, significa: non venite a raccontarmi di essere preoccupati per qualcosa che invece non vi interessa, perché, se vi interessasse, fareste altre scelte. Alcuni compagni hanno reagito con benevola fermezza a questa presa di posizione, accusando l’amico di sostenere assurdità. D’altro canto, in un diverso gruppo, la maggioranza dei manifestanti ha suggerito come la loro adesione nascesse dalla sensazione di poter fare finalmente qualcosa, sapendo che la piazza avrebbe costituito più un’assunzione di responsabilità che non una soluzione.

Volpi da tastiera

Questa volta si tratta di una classe terza. Dopo alcune settimane a ragionare sulle potenzialità del linguaggio e sulla capacità di usare le parole per aver ragione, due studenti confessano il loro microesperimento sociale. Dato un post di un noto personaggio televisivo, quindi con un consistente numero di follower, e dato un argomento divisivo come l’uso di sostanze psicotrope, i due, d’accordo fra loro, hanno assunto posizioni diametralmente opposte, fingendo di discutere animatamente nello spazio dedicato ai commenti di un social. Il dibattito è stato portato avanti per alcune ore, coinvolgendo in vario modo una settantina di persone (sconosciute) che, di volta in volta, sostenevano o criticavano le tesi, nei modi più diversi, pacati o volgari. Quel che mi è parso interessasse ai due sociologi in erba (è il caso di dirlo) era osservare la reazione delle persone, era – anche con un po’ di buona supponenza – guardare da fuori quanto le persone riescano a prendersela, a restare avvinghiate alle proprie convinzioni.

L’era-Griffin

Il mio osservatorio è certamente limitato: gruppi di adolescenti in una landa del leghista nord-est in cambiamento. Posso affermare con certezza che i ragazzi abbiano in odio il cambiamento climatico? Ne abbiamo paura? Oppure, pensando alla importante manifestazione padovana di Libera del 21 marzo passato, che i giovani veneti possano sapere cosa significhi odiare la mafia e averne paura? Lo sguardo spassionato e beffardo dei sedicenni dell’esperimento sopra ricordato mi interroga perché mi pare sappia cogliere lo spirito della maggioranza dei loro coetanei. Immersi in un mare di informazioni, non intendono gestirle, né metterle in ordine di priorità; fatti oggetto di una costante progettualità educativa, di un insistente sguardo pedagogico ovviamente non richiesto, maturano la capacità di ostentare indifferenza e cinismo. Come nella serie dei Griffin, nulla viene salvato dal sarcasmo appiccicoso. Rimane solo uno sguardo disincantato e pronto a ridacchiare di tutto. La piazza, è vero, ne richiama alcuni. Ma se guardo agli spiriti liberi che hanno preso sul serio Greta o Luigi Ciotti, mi rendo conto che qualcosa di luminoso abitava loro già da prima. Erano già accesi, e hanno riconosciuto qualcosa che invita loro a studiare soluzioni, cioè approfondire i problemi. E si spaventano, si immobilizzano, di fronte all’opacità piatta dei loro coetanei.

I più? Sembrano, in prima battuta, prendere le distanze da chi afferma di aver chiaro il proprio nemico, sia che faccia professione esplicita dell’odio per qualsivoglia diversità, sia che dichiari apertamente il proprio amore per l’uguaglianza e la giustizia sociali. Quasi a dire, a entrambi: perché vi affannate tanto? Guarderanno i primi con una certa sufficienza, talvolta quasi imbarazzati per l’eccessiva animosità dimostrata contro migranti e rom; ma poi saranno ben più severi con i secondi, pronti cioè a rilevare le incoerenze della sinistra, specie se i suoi rappresentanti useranno un linguaggio giudicante e accusatorio. Quindi, quando si tratterà di prendere posizione politica votando, potrebbero cadere nella rete di chi suggerisce soluzioni facili: fare più figli, serrare le porte, eliminare i mendicanti, comprarsi una pistola, ignorare le diversità.

Che i problemi siano questioni complesse, pare cosa ovvia. Meno ovvio mi pare sia prendere atto di come, oggi, chi ce lo ricordi e ci inviti ad affrontare la complessità, magari proponendone qualche provvisorio strumento di indagine, venga considerato un noioso attentatore alla tranquillità, da sbeffeggiare.