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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Burundi

di Alfier Cecilia

La regione dei Grandi Laghi

Il Burundi è uno Stato dell’Africa centrale, uno dei più poveri al mondo, governato dal 2005 dall’ex ribelle Pierre Nkurunziza. Con il passare del tempo i suoi metodi si sono fatti sempre più autoritari. Nel 2015 aveva deciso di modificare la Costituzione in modo da potersi candidare per un terzo mandato, creando così sommosse e un tentativo di colpo di Stato, poi naufragato, contro di lui. Il governo ha attuato una repressione che ha causato centinaia fra morti e profughi, che si vanno ad aggiungere a quelli della guerra civile degli anni novanta. Nel maggio 2018 è stato indetto un referendum per permettere al presidente di candidarsi nuovamente nel 2020. La campagna elettorale è stata accompagnata da violenza.

In molti conflitti civili africani, ben più importante degli interessi economici di breve periodo degli insorti, si è dimostrata l’esclusione economica e politica di un determinato gruppo etnico. Un conflitto più che decennale si scatenò dopo l’uccisione di Melchior Ndadaye, che era appena stato eletto presidente nel 1993. Il conflitto scaturì dalla frustrazione della maggioranza hutu, cui apparteneva Ndadaye, in un paese da sempre governato dai tutsi. Ndadaye era «colpevole» di voler rimettere gli hutu ai posti di governo e di voler raggiungere l’equilibrio razziale nell’esercito. Il conflitto fra hutu e tutsi è difficile da comprendere per gli esterni, ha delle radici profonde e controverse. Questa divisione esiste ancora nella psicologia della cultura di Ruanda e Burundi e, più in generale, nella regione dei Grandi Laghi. La riforma dell’esercito è tuttora incompiuta. Inizialmente i coloni belgi supportavano i tutsi, poi si sono mossi a favore degli hutu.

La regione dei Grandi Laghi africani, dove si incontrano i confini di Repubblica Democratica del Congo, Tanzania, Uganda, Ruanda e Burundi, è stata teatro delle più complesse ed estese violenze che hanno scosso il continente africano negli ultimi anni. Non si può comprendere la natura di questi conflitti se non si analizzano le questioni interne ai singoli stati. Tre irriducibili realtà caratterizzano la regione dei Grandi Laghi. Innanzitutto, la mancanza di corrispondenza tra la mappa politica e quella etnica. Tra i quindici e i venti milioni di hutu e tutsi vivono sparsi in cinque paesi diversi, non solo in Ruanda e in Burundi. L’altro aspetto è l’alta densità di popolazione, anomala per l’Africa. Infine, i grandi flussi di profughi che spesso portavano paure e nuove violenze. Nel 1993 circa trecentomila hutu si spostarono dal Burundi al Ruanda: una parte di questi convinse gli hutu ruandesi che era tempo di risolvere la «questione tutsi» una volta per tutte, contribuendo così all’inizio del genocidio. Nella regione dei Grandi Laghi vi erano regni precoloniali, come il sistema politico del Burundi e dell’Ankole nel corso dell’Ottocento, governati e organizzati in gerarchie relativamente rigide di lignaggi, di classi o di caste: questo sistema escludeva gran parte della popolazione dai processi politici e decisionali.

L’alternanza al potere e le elezioni hanno apparentemente posto termine alle violenze in Burundi. Nel 2003 il Sudafrica intervenne in questioni interne al Burundi, rompendo la politica di non intervento attuata fino ad allora.

Le tre crisi post indipendenza

Dopo l’indipendenza (che aveva ottenuto dal Belgio, che a sua volta aveva ottenuto il paese dalla Germania dopo il primo conflitto mondiale) il Burundi attraversò tre crisi: nel 1972, nel 1988 e nel 1993. Nel 2015 si stava prospettando una nuova crisi, quindici anni dopo lo storico accordo di Arusha, che aveva mobilitato i potenti dell’epoca, per far finire una guerra civile durata 12 anni. La questione principale è l’assenza di uno stato di diritto, insieme all’impunità per i crimini commessi durante la guerra civile. Questa situazione può essere fatta risalire alla pace di Arusha. L’accordo aveva raccomandato la costituzione di una commissione che non è mai stata istituita e che avrebbe dovuto indagare sui suddetti crimini. La mancanza di una magistratura indipendente ha aggravato questi problemi.

Il referendum del 18 maggio 2018, accompagnato da violenze, ha dato la possibilità al presidente Pierre Nkurunziza, al potere dal 2005, di rimanerci in linea teorica fino al 2034. Human Rights Watch, per bocca di Ida Sawyer, direttrice dell’organizzazione per l’Africa centrale, riporta che «il referendum in Burundi si è svolto in un clima di abusi e intimidazioni diffuse, che chiaramente non ha favorito la libera scelta». Chi non voleva votare veniva palesemente minacciato dalla polizia. L’opposizione non ha riconosciuto il risultato del referendum. Nkurunziza ha cercato di tener fuori gli osservatori internazionali che avrebbero potuto, forse, denunciare i brogli e il clima di tensione instaurato. Il fatto che il Burundi non faccia più parte della Corte penale internazionale (CPI) non aiuta: questa scelta è letta dalle organizzazioni per la protezione dei diritti umani come una mossa avente l’obiettivo di ostacolare le indagini sugli abusi verso l’opposizione commessi dal governo in questi ultimi anni.

Tuttavia, 1.700 dossier sono stati depositati alla CPI, riguardanti i crimini dell’aprile 2015. Armel Niyongere, uno degli avvocati e direttore dell’ong Sos Torture Burundi, ha spiegato che i consigli delle famiglie delle vittime hanno messo a punto un meccanismo tale da garantire l’anonimato di coloro che denunciano e il segreto delle loro fonti. E ha aggiunto che lo scopo dell’azione è di favorire le inchieste del procuratore della CPI, Fatou Bensouda, e di stabilire la catena delle responsabilità dei crimini compiuti. Secondo un altro avvocato, Bernard Maingain, in molti casi le vittime conoscevano l’identità di coloro che hanno compiuto le violenze. E anche gli avvocati delle vittime sono in possesso di informazioni precise sulle circostanze in cui sono accaduti i fatti.

La strada che ha portato al referendum di maggio è stata caratterizzata da numerose proteste e incidenti, l’ultimo dei quali il 12 maggio 2018, quando un commando di ribelli ha distrutto un villaggio nella provincia settentrionale di Cibitoke, al confine con la Repubblica Democratica del Congo. Il bilancio di quest’azione parla di oltre trenta morti e un numero imprecisato di feriti.

Il GVC (Gruppo di Volontariato Civile) continua ad aiutare in Burundi. Nell’agosto 2017 ha distribuito 18.510 kit di orticoltura, affinché con 15 grammi di sementi 3.085 famiglie possano diversificare la loro dieta alimentare e contrastare gli effetti della malnutrizione. Le pianticelle che cresceranno nei giardini verticali e negli orti attorno alle case delle famiglie in Burundi, vengono da lontano, dall’Italia. L’obiettivo, però, è quello di rendere questi centri di riabilitazione contro la malnutrizione sempre più indipendenti e completamente gestiti dalle comunità stesse.

Violenze ed economia al collasso

Intanto la violenza non si ferma. L’ONG burundese Aprodh, impegnata nella difesa dei diritti dell’uomo, ha annunciato che nel 2017 la violenta repressione attuata dal regime di Pierre Nkurunziza ha causato la morte di 504 oppositori o presunti tali e il ferimento di altri 373, precisando che comunque questo bilancio non può esser considerato esaustivo. Anzi, il numero è salito a oltre 1.200, mentre quasi 400.000 persone sono state costrette a rifugiarsi nei Paesi confinanti. Tra le vittime ci sarebbero anche membri del partito d’opposizione – Forze Nazionali di Liberazione (FNL) di Agathon Rwasa – e gli abitanti delle zone del paese considerate roccaforti della ribellione contro il terzo mandato del presidente Nkurunziza. Il clima di terrore in Burundi è perpetrato dai membri della Lega giovanile del partito al potere, le milizie imbonerakure («quelli che vedono lontano» in lingua kirundi), che hanno picchiato, brutalmente ucciso, mutilato e torturato decine di persone in tutto il paese. Anche il ministro dell’ambiente, all’inizio del 2017, è stato vittima di violenze. Si chiamava Emmanuel Niyonkuru ed è stato ucciso da colpi di arma da fuoco il primo gennaio mentre rientrava nella sua abitazione nella capitale Bujumbura. Secondo alcuni attivisti burundesi per i diritti umani, l’uccisione di Niyonkuru può essere collegata alla sua opposizione nell’illecita acquisizione di terreni da parte di alti funzionari governativi. Da rilevare che il ministro è stato ucciso due giorni dopo che Nkurunziza aveva dichiarato di non escludere di correre per un quarto mandato «qualora il popolo lo richiedesse». La transizione verso velleità democratiche è stata interrotta dall’intervento dei militari come in Nigeria.

Nel frattempo, l’economia del paese è al collasso, come rileva una recente stima del Fondo monetario internazionale, secondo cui la crisi in corso ha provocato un crollo dell’economia: il Pil pro capite si è ridotto a 315 dollari l’anno per abitante, declassando il Burundi da terzo paese più povero al mondo al più povero in assoluto. Negli ultimi mesi, i prezzi di beni e servizi sono saliti vertiginosamente. A incidere in maniera significativa è anche la grave carenza di valuta estera nelle casse del governo di Bujumbura, che sta iniziando a danneggiare pesantemente le imprese e costringendo le aziende a bloccare le importazioni dai paesi vicini. Oltre il 65% della popolazione è costretto a vivere al di sotto della soglia di povertà.

La comunità internazionale ha infatti rimarcato, in diverse occasioni, il proprio parere negativo sulle decisioni del governo di Pierre Nkurunziza. La prima a intervenire sull’argomento è stata l’Unione Africana, che già aveva notato come non esistessero le condizioni per delle elezioni eque e libere nel luglio 2015. Ad aggiungere preoccupazioni c’è l’insorgere di un gruppo ribelle, Forces populaires du Burundi (FPB), che ha cominciato a raggruppare intorno a sé gli oppositori al governo.