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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

La competenza insiste, batte la lingua sul tamburo

di Gaiani Alberto

Qualità della vita e armonia sociale

Adeguati a un compito

La competenza sembra essere l’antidoto certo al dilagare dei dilettanti. È naturale pensarla legata a un qualsiasi processo di formazione. E infatti, fatalità, l’istituto principe della formazione, la scuola, ha trovato il suo fulcro vitale proprio nella competenza. Si è interrogata a lungo sull’argomento: come la costruiamo? Come la insegniamo? Come la apprendiamo? Dimenticate, per un momento, la trigonometria e le capitali dell’America Latina. Qui si parla di essere competenti, cioè «adeguati a un compito», che è di più che sapere la geografia.

Per una vita soddisfacente

A partire dalla fine degli anni Novanta la scuola italiana ha cominciato a muoversi sulle orme delle indicazioni elaborate dall’Ocse e dall’Unione Europea. Il punto di partenza è il progetto DeSeCo (Definition and Selection of Competencies), promosso e finanziato dall’Ocse, che nel 1999 ha presentato i risultati raggiunti in un convegno internazionale.Tutto il disegno dell’Ocse si basa su questo presupposto: se si migliora la qualità del servizio d’istruzione, si offrono ai cittadini le condizioni per condurre una vita soddisfacente in una società democratica. Perciò gli obiettivi più alti e più generali che DeSeCo si poneva erano la costruzione di una vita realizzata e il buon funzionamento della società.

E una società democratica

La questione delle competenze rimanda quindi a un’idea di formazione che deve essere significativa sul piano etico e politico. Questo è fondamentale. Il fine è che gli individui si realizzino pienamente e che le società funzionino in modo armonico, conservando e rinforzando i principi di base della democrazia. Le competenze – l’elemento a partire dal quale deve essere costruita la scuola di oggi e di domani – non sono competenze culturali o scientifiche in senso ampio; tantomeno sono competenze tecniche, produttive, misurabili sul piano economico. Come ha scritto Wiggins nel 1993, si tratta di accertare non ciò che lo studente sa, ma ciò che sa fare con ciò che sa. Ma questo «saper fare» ha una connotazione precisa: è un saper fare che porta alla «costruzione di una vita realizzata» e al «buon funzionamento della società».

Il vecchio modello di istruzione

Alla base di tutto c’è l’idea che debba nascere un nuovo modello di istruzione. Fino ad alcuni anni fa ha dominato la scuola che si fondava su rigidi assetti disciplinari. Questa scuola vecchio stile, inconsapevolmente o no, assumeva che le discipline fossero saperi dotati di uno statuto epistemologico forte e autonomo. Il compito dell’insegnante era trasmettere il proprio sapere agli studenti. Ora questo modello non funziona più, dato che si assume che non esista una conoscenza «vera», che il soggetto giochi un ruolo essenziale nell’osservazione e nella definizione della realtà, che la conoscenza sia un prodotto soggettivo e sociale.

La nuova scuola con nove competenze

Ma, al di là delle considerazioni di massima, di che cosa parliamo quando parliamo di competenze a scuola? Tra i vari approcci forse il più importante è quello emerso dal progetto DeSeCo, che sostiene un «modello olistico» di competenza; a partire da esso si identificano le «competenze chiave». Le competenze da insegnare a scuola riguardano la capacità di adempiere a richieste complesse in un particolare contesto attivando non soltanto le nostre facoltà cognitive, ma anche sociali e comportamentali e la capacità del soggetto di porsi nel mondo in modo flessibile, adattabile, tollerante, con apertura mentale, responsabile, con spirito di iniziativa. Le competenze chiave di cui parla l’Ocse sono suddivise in tre categorie, ciascuna delle quali contiene tre competenze:

interagire in gruppi sociali eterogenei (relazionarsi in modo adeguato con gli altri; cooperare; gestire e risolvere il conflitto);
agire autonomamente (agire all’interno di ampi contesti; pianificare la vita e i progetti personali; difendere e affermare i propri diritti, interessi, limiti e bisogni);
usare gli strumenti in modo interattivo (usare in modo interattivo linguaggio, simboli e testo; usare in modo interattivo la conoscenza e l’informazione; usare in modo interattivo la tecnologia).

Educazione permanente: risposta o domanda?

La formazione dello studente dunque valica i confini di una formazione culturale o disciplinare e, almeno nelle intenzioni degli assertori delle competenze e dei legislatori che li seguono, dovrebbe diventare formazione completa della persona, modellata sull’idea del lifelong learning: le competenze possono essere imparate e potenziate (non sono capacità innate) e ci permettono di affrontare compiti complessi in contesti complessi. È un apprendimento che vale per tutta la vita e che quindi non può essere circoscritto a una serie di nozioni, ma investe i modi in cui noi siamo individui, membri di una famiglia, di una società; la nostra realizzazione personale, il modo in cui contribuiamo al benessere nostro e di chi ci sta attorno. In tutto questo, la domanda – la vera domanda – è: ha senso tutto questo? È sensato centrare il sistema educativo sul costrutto delle competenze? E, soprattutto, è realizzabile – e, nel caso, come? – una scuola delle competenze per come sono state pensate fino a oggi?

Alberto Gaiani
insegnante, componente la redazione di Madrugada