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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

La politica del pane

di Turus Guido

«La storia del cibo ha preso una piega inquietante nel 1991, in un’epoca in cui nessuno stava prestando molta attenzione. Fu in quell’anno che Goldman Sachs decise che il nostro pane quotidiano sarebbe potuto diventare un ottimo investimento». Frederick Kaufman, 2010

Quando sentiamo parlare, quando leggiamo, di pane, quando ne vediamo una raffigurazione, chi più, chi meno veniamo immediatamente ricondotti al significato religioso, antropologico e culturale di questo alimento.

Il pane è il cibo per antonomasia, alimento non negabile, base (nelle sue mille diversità) delle cucine del pianeta, fondamento su cui sono nate diverse diete, simbolo religioso, cibo sacro e metaforico. Cibo che non può essere negato pena le rivoluzioni, contro cui le brioche, abbiamo imparato, nulla possono.

Pane, questione centrale?

Le guerre, le rivolte e le rivoluzioni legate all’accesso al cibo trovano spesso nel pane, o nelle farine necessarie alla sua produzione, un filo rosso intercontinentale e plurisecolare.

Ma nonostante questo, negli ultimi decenni forti di una presunta autosufficienza alimentare, sicuri che il modello industriale avrebbe, anche se in tempi e modi diversi, soddisfatto il fabbisogno alimentare globale abbiamo (una parte della cittadinanza occidentale) allontanato sempre più la questione della fame e dell’accesso al cibo dai temi geopolitici.

I problemi (tutti importantissimi) su cui concentrarsi sono, dal secondo dopo guerra, diventati altri: l’istruzione, la parità di genere, l’accesso alle informazioni…

Il cibo e l’agricoltura sono stati relegati in un piccolo cantonale cui lo sguardo si rivolgeva solo in occasione di eventi (presentati) come straordinari: carestie, alluvioni, siccità… La denutrizione e la fame sono diventati problemi (solamente) umanitari, sempre causa e raffigurazione di questioni geopolitiche. Sempre meno questione centrale nella discussione sul futuro del pianeta.

In questo quadro, mentre credevamo sufficienti le «donazioni» e i piccoli gesti di carità per sanare la ferità della fame, abbiamo lasciato (ci siamo distratti lasciando) che la terra e il cibo diventassero merce, solo merce, null’altro che merce.

Chiunque abbia a disposizione un capitale può acquistare migliaia, decine di migliaia, di ettari senza scuotere le nostre coscienze, ed è così che intere popolazioni sono state allontanate (sarebbe più opportuno dire cacciate) dalle terre che per generazioni avevano coltivato ma che non avevano inquadrato all’interno dell’unico diritto tutelato: la proprietà privata.

Abbiamo creduto di poter vivere senza cibo, di esserci emancipati. La terra, il cibo e quindi il pane sono stati relegati in un apolitico estetismo fatto di mode e di gourmet.

Purtroppo, però, le cose stanno dove devono stare e non nelle posizioni (solitamente rincuoranti) che abbiamo loro affidato, ed ecco che il pane, l’accesso al cibo e alla terra ritornano sempre più prepotentemente nello spazio che gli è proprio: quello del dibattito politico, quello dei diritti umani, quello del futuro che vogliamo costruire.

Fame, sotto alimentazione, mal nutrizione e fenomeni geopolitici

Nel 2015 è stato pubblicato per Einaudi La fame di Martín Caparrós, un reportage planetario sulla fame e la mancanza di cibo. Il libro spazia, nei diversi macro capitoli che lo compongono, nelle regioni del globo che siamo abituati ad associare alla situazione di fame e al fenomeno di carestia: Africa, India, alcune zone del sud America e Madagascar. A fianco a questi luoghi «classici» della fame, Caparrós abbina altri due capitoli: il primo sulla situazione alimentare nel nord America, in cui si concentra sul così detto junk food, disegnando così come la povertà economica si renda visibile in termini di abbassamento della qualità degli alimenti e sul concomitante aumento delle malattie legate a una scorretta alimentazione.

Malattie cardiovascolari, obesità e i tumori sono dovuti a un eccesso di alimentazione sbagliata come altra faccia della questione cibo e fame: un altro lato della stessa questione, tutto, però, ambientato nel nostro mondo.

Il libro di Caparrós si può permettere di essere un reportage sulla fame che investe anche il «primo mondo» perché l’autore argentino riconduce il fenomeno della sottoalimentazione, della mal nutrizione e della fame, alle questioni geopolitiche e macro economiche globali. Il capitalismo «spinto» non si attua e non si realizza nelle sole regioni storicamente definite sottosviluppate, ma si impone sull’intero sistema mondo.

Il prezzo degli alimenti si decide a Chicago

Il secondo capitolo «fuori tema» di La fame è quindi, necessariamente, ambientato in un altro luogo estraneo alla fame semplicisticamente intesa: Chicago, sede della Borsa in cui i titoli scambiati sono quelli del grano, del riso e della soia. Chicago come non luogo in cui, al di là dell’appartenenza territoriale, vengono comprate, vendute, promesse azioni il cui valore avrà ricadute internazionali.

È in questo capitolo che Caparrós affronta il tema delle primavere arabe. Intervistando broker finanziari della Borsa del cibo, l’autore ci spiega quanto influisca il prezzo deciso a Chicago sulla questione dell’accesso al cibo delle popolazioni «non benestanti» del pianeta.

Il prezzo della materia prima, nelle giovani economie asiatiche e africane, influisce del 30-40% sul prezzo del pane, nelle nostre economie paradossalmente paghiamo molto meno le decisioni (le scommesse, gli azzardi…?) fatti negli Stati Uniti. Questo perché nel nostro sistema il prezzo del pane dipende da moltissimi fattori di cui il prezzo della farina è, paradossalmente, quello meno influente. Nei nostri sistemi pesano di più il costo della manodopera, il packaging, l’eventuale pubblicità, il costo dell’energia elettrica… la farina e l’acqua per fare il pane non sono tanto importanti come nelle economie più deboli.

Quando a Chicago si sperimentano prodotti finanziari sul cibo, non credo ci sia il desiderio di ridurre in povertà intere aree del pianeta (anche se questo strumento è già stato utilizzato per destabilizzare alcuni Stati), ma questo non toglie che il risultato sia quello di togliere il pane dalle bocche degli affamati. Quando il grano viene ridotto a mera merce, il prezzo non viene più fatto dal consumatore o dal produttore bensì da una miriade di intermediari completamente avulsi e ignoranti, da un lato del significato di quel prodotto, dall’altro delle implicazioni che le loro scommesse avranno sul sistema mondo.

Il pane nelle primavere arabe

Raddoppiare il prezzo del grano in occidente significa aumentarne il prezzo del 5-10%, ma negli altri paesi la stessa operazione porta a un innalzamento del prezzo sull’ordine del 50%. In aggiunta: in occidente spendiamo in media il 16% per la spesa alimentare mentre nei paesi del sud del mondo la percentuale del reddito familiare impiegata per nutrirsi oscilla tra il 40 e l’80%.

Mentre le decisioni (anche se sarebbe meglio definirle come scommesse, scorribande, avventure) prese a Chicago sul nostro sistema economico familiare pesano per pochi decimi percentuali, tutt’altro succede altrove: raddoppiare il costo di un bene necessario e vitale come il pane nelle economie «emergenti» significa renderlo bene di lusso, merce non accessibile a grandi parti della popolazione.

Una popolazione affamata non ascolterà, allora, tiepidi inviti alla calma, né subirà gli obblighi dell’ordine costituito; una popolazione affamata bussava (sonoramente), ieri a Versailles, pochi anni fa scendeva nelle piazze dei Paesi dell’Africa settentrionale urlando «bread, freedom, social justice»: era proprio questo uno degli slogan delle primavere arabe.

L’occidente, quello illuminato e progressista, si è molto interessato e interrogato sulla libertà e sulla giustizia sociale ma ha troppo spesso dimenticato la prima richiesta: il pane. Potrà essere libero quel cittadino che ha fame? Ha senso interrogarsi sulla giustizia sociale quando un bisogno/diritto fondamentale come quello del cibo viene disatteso?

Non vogliamo certo spiegare le rivoluzioni attraverso la sola lente dell’accesso al cibo, ma sicuramente in molti snodi politici il pane simbolicamente diventa la miccia che innesca la protesta e contemporaneamente il simbolo della lotta.

La nostra distrazione fa il gioco delle multinazionali

Il cibo e l’alimentazione sono un perno centrale nella comprensione degli equilibri globali ed è quindi solo attraverso una comprensione delle forze che si combattono in questa cornice che possiamo cercare la soluzione a una miriade di questioni sociali ed economiche che ci attanagliano.

Può essere utile ricordare che gli investimenti nel settore agroalimentare superano la somma dei settori carburanti e farmaceutico. Questo mero dato quantitativo ci spiega dove si stia realmente indirizzando la finanza internazionale.

La retorica della fame, i biocarburanti, l’aumento della popolazione mondiale, i cambiamenti climatici e i flussi migratori, tutto ciò si sviluppa attorno all’accesso al cibo e alla richiesta di pane che diviene metafora di tutta l’alimentazione: sono tutte questioni politiche.

Aver creduto che il pane fosse solo un alimento, aver pensato che risolvesse in sé solo una religiosità estetica, ci ha distratto così tanto da permettere alle grandi multinazionali e ai grandi fondi di investimento di renderlo una merce, una commodity alla stregua del petrolio, dell’oro o delle case. Il prezzo non lo fanno i consumatori, tanto meno i produttori, il prezzo lo fa chi ha investito e in virtù di tale investimento deve rientrare del proprio capitale (altrove si discuterà di questa imprenditoria che non contempla più il concetto di rischio).

Non guasterà ricordare che i dati della Fao ci dicono che già oggi produciamo il cibo necessario e sufficiente per sfamare l’umanità dei prossimi decenni, eppure… da un lato l’aumento della popolazione viene preso a scusante per un’ulteriore deregolamentazione dei mercati, dall’altro i poco meno di 2 miliardi di affamati contemporanei continuano a versare nella loro situazione, a essere emarginati dalle possibilità di sviluppo umano.

Gli affamati, oggi, sono coloro che non hanno i soldi per acquistare il pane loro necessario. Il pane non venduto al prezzo deciso, andrà buttato via.

Guido Turus, coordinatore del progetto bioresistenze

Piccola nota bibliografica:

Martí­n Caparrós, La fame, Einaudi, 2015;
Michael Pollan, Il dilemma dell’onnivoro, Adelphi, 2006;
Iside Gjergji, Cosa c’entra la crisi alimentare con la «primavera araba»?, in «La Sinistra Rivista», n° 5, 2014.