logo macondo

Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

La promessa

di Anderlini Gianpaolo, Khalid Rhazzali Mohammed, Siviero Elide

Nella Torà

Nella tradizione ebraica le promesse di Dio sono rivolte ai Padri (Abramo, Isacco e Giacobbe) e, per i loro meriti, alla loro discendenza e sono rinnovate, in altra forma e con altra prospettiva, a David e alla sua discendenza, dalla quale è destinato a uscire il Messia. La critica biblica moderna parla di patto promissorio o di patto unilaterale che impegna solo Dio e non richiede, al contrario del patto del Sinai, una risposta da parte dell’uomo. Questa modalità interpretativa coglie solo in parte la profondità dei testi biblici; la parola della Scrittura, interpretata dalla tradizione viva d’Israele, ci insegna che le promesse di Dio sono sì un dono gratuito, ma sono anche un seme di speranza sparso nel terreno reso fertile dai meriti dei Padri. Questi, infatti, con modalità diverse hanno incarnato la risposta alla chiamata di Dio. Abramo, udito il comando divino: «Lek lekà – Va’ a te stesso» (Gn 12,1), è partito senza frapporre indugio, confidando nella parola dell’Altissimo e, così facendo, ha testimoniato la fede nel Dio Uno e ha meritato le promesse, come è detto: «Farò di te un grande popolo e ti benedirò» (Gn 12,1). Isacco si è sottomesso docilmente al Signore e ha mostrato al mondo che le vie del Signore non seguono quelle tracciate dagli uomini. Giacobbe, con caparbia ostinazione, ha lottato contro tutti, anche contro Dio, per affermare il diritto suo e della sua discendenza a esistere nella fedeltà a Dio. I meriti dei Padri sono, pertanto, la base su cui poggiano le promesse divine espresse in ebraico, con un tempo verbale che corrisponde, in parte, al nostro futuro. Questo elemento testuale ha permesso alla tradizione ebraica di applicare le promesse non solo ai Padri, ma a ogni generazione dopo di loro, non solo in questo mondo ma anche nel mondo a venire. Pertanto ogni generazione è depositaria delle promesse e può fondare la speranza in Colui che non delude, come è detto: «A te gridarono e furono liberati, in te confidarono e non furono confusi» (Sal 22,6). Il Signore, infatti, non è sordo al grido che sale dai giusti e da tutti coloro che si affidano a lui; li ascolta e non dimentica le promesse. La Scrittura ebraica (in particolare i primi cinque libri) è lo scrigno che contiene le promesse divine dispensate da Dio ai Padri e alla generazione che egli ha fatto uscire dall’Egitto e alla quale ha donato la Torà al monte Sinài, come è detto: «I nostri Padri hanno sperato in te; hanno sperato in te e tu li hai liberati» (Sal 22,5).

Pur non dipendendo le promesse dalla risposta dell’uomo, ogni uomo in ogni generazione ha il dovere di mostrarsi degno delle promesse e della misericordia divina. Se è possibile dirlo, è come se Dio si rivolgesse agli uomini dicendo: «Se sarete miei testimoni, io non mi dimenticherò delle promesse; ma se non sarete miei testimoni io me ne dimenticherò, in questo mondo e nel mondo a venire». Testimoni di Dio in questo mondo sono coloro che compiono i precetti che egli ha ordinato, confidano in Lui e riconoscono di dipendere completamente da Lui, le cui parole sono verità, come è detto: «Ora, Signore, tu sei Dio e le tue parole sono verità» (2 Sam 7,28).

Ecco allora che ogni passo della Scrittura, interpretata nella prospettiva della redenzione finale, parla della promessa della ricompensa riservata nel mondo a venire ai giusti e a coloro che si affidano a Dio e lo servono con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. È detto: «Essi videro Dio e mangiarono e bevvero» (Es 24,11). Il passo ci insegna che chi cammina nella via di santità tracciata dal Signore godrà nel mondo a venire, al suo cospetto, volto a volto, del cibo spirituale della vicinanza, della contemplazione e, soprattutto, della gioia che verrà dallo studio della Torà condotto alla scuola celeste del Maestro vero ed unico. Non c’è promessa di ricompensa migliore per chi confida in Dio e in lui spera (anche contro ogni speranza).

Gianpaolo Anderlini

Nel Corano

Il Corano rappresenta una promessa, in quanto configura l’orizzonte entro il quale l’esistenza del credente può raggiungere quella perfezione che ne costituirà la salvezza. I precetti che esso contiene sono vie aperte verso la realizzazione di una qualità di vita che trova nell’adesione piena alla volontà divina la sua riuscita massima. Il testo sacro peraltro fa esplicito riferimento all’aldilà come luogo dove si realizza eternamente la promessa di salvezza che la divinità, attraverso il libro stesso, offre al credente.

««Signor nostro, non lasciare che i nostri cuori si perdano dopo che li hai guidati e concedici misericordia da parte Tua. In verità Tu sei Colui Che dona. Signor nostro, in verità sei Tu Che radunerai gli uomini in un Giorno a proposito del quale non v’è dubbio alcuno». Allah certamente non manca alla Sua promessa» (II, 8, 9).

Dio è in sé un continuo dono e quindi è promessa e anche adempimento. La certezza del premio, costituito dalla piena adesione alla sua generosa volontà, si presenta come il clima in cui essenzialmente respira la vita del fedele.

«Coloro invece che hanno creduto e operato il bene, li faremo entrare nei Giardini dove scorrono i ruscelli, in cui rimarranno in perpetuo. La promessa di Allah è verità. Chi mai è più veritiero di Allah, nel parlare?» (IV, 122).

Il tratto che caratterizza per eccellenza l’agire divino, quello che si configura nella virtù creatrice e soccorritrice della clemenza e della misericordia, si sviluppa nell’immagine della sovrabbondanza di gioia che caratterizza il paradiso, dove ogni desiderio viene soddisfatto e dove l’infinità di Dio diviene anche fonte di vita eterna del credente. Non a caso la ricchezza dei doni divini si contrappone allo spettacolo di miseria che descrive la sorte di coloro che si affidano all’autore per eccellenza di promesse mendaci: «Satana vi minaccia di povertà e vi ordina l’avarizia, mentre Allah vi promette il perdono e la grazia, Allah è immenso, sapiente» (II, 286).

La promessa è anche richiamo alla necessità per chi intende salvarsi di non derogare dall’insegnamento di Dio. La promessa di giustizia vuole che il fedele pratichi egli stesso la giustizia senza cedere alla tentazione.«O voi che credete, siate testimoni sinceri davanti ad Allah, secondo giustizia. Non vi spinga all’iniquità l’odio per un certo popolo. Siate equi: l’equità è consona alla devozione. Temete Allah. Allah è ben informato su quello che fate. Allah ha promesso a coloro che credono e compiono il bene, il perdono e un’immensa ricompensa» (V, 8,9).

Significativamente, a esemplificare la natura della promessa divina interviene nella nona Sura il rinvio al patto biblico tra il popolo ebreo e Dio.

«E abbiamo fatto, del popolo che era oppresso, l’erede degli Orienti e degli Occidenti della terra che abbiamo benedetta. Così, la bella promessa del tuo Signore si realizzò sui Figli di Israele, compenso della loro pazienza. E distruggemmo ciò che il Faraone e il suo popolo avevano realizzato ed eretto. Facemmo traversare il mare ai Figli di Israele […]» (VII, 137,138).

Il mare che si apre con la grazia di Dio di fronte agli ebrei fuggiaschi rappresenta a un tempo il sicuro adempimento da parte di Dio della sua promessa di soccorso e costituisce anche l’immagine di una transizione spirituale lungo l’itinerario che porta alla salvezza.

Il richiamo biblico può qui essere anche lo spunto per osservare come la promessa divina nel Corano abbia tratti largamente in sintonia con a quanto avviene nella altre religioni del libro. Così troviamo nel seguente versetto un pensiero certo non estraneo al modo in cui è concepita la promessa nello stesso messaggio cristiano.

«Ai credenti e alle credenti, Allah ha promesso i Giardini in cui scorrono i ruscelli, dove rimarranno in perpetuo, e splendide dimore nei giardini dell’Eden; ma il compiacimento di Allah vale ancora di più: questa è l’immensa beatitudine!» (IX, 72).

Mohammed Khalid Rhazzali

Nel Nuovo Testamento

Il linguaggio della promessa è un filo rosso che percorre tutta la Sacra Scrittura nella quale si proclama che Dio è fedele alle sue promesse. Per Dio promettere è già donare. Infatti, la promessa non riguarda solo il futuro: la sua origine è nel presente. Il suo stile è quello dei giuramenti d’amore: «Ti amerò per sempre», che impegnano la propria certezza e la propria fedeltà. Essa parte dalla forte consapevolezza dell’oggi per irradiarsi nel futuro. Nella sua promessa Dio abita il nostro presente e ci abitua ad aprirci al veniente. Illumina il nostro tempo per renderlo grembo fecondo dell’eternità. Parte dalla certezza che Dio ci ama, per garantirci e prometterci che ci amerà per sempre. San Paolo vede la promessa fatta ad Abramo: «Alla tua discendenza io darò questo paese…» (Gen 12, 7) realizzata in Cristo Gesù: «Non dice la Scrittura: «E ai discendenti», come se si trattasse di molti, ma: E alla tua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo» (Gal 3,16b). È Cristo la realizzazione della promessa: è il Messia profetato e atteso; gli Israeliti sono i depositari delle promesse e per questo è da loro che viene il Cristo: «Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen» (Rom 9,4-5); gli eredi di questa stessa promessa sono i cristiani: «Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3, 29).

Nel Nuovo Testamento si usa un termine preciso per indicare la promessa: epanghelìa, (che ha in sé la radice del verbo anghello, annunciare): è la parola data, la dichiarazione ufficiale.

Così è il Nuovo Testamento a vedere che l’esistenza stessa del popolo eletto ha come fondamento unico la promessa di Dio. È la promessa del suo amore, della Legge donata a questo popolo, per giungere alla più grande delle promesse: quella messianica, la promessa di Colui che deve venire (Is 26,20).

Nel Nuovo Testamento, alla Samaritana che proclama : «So che deve venire il Messia…», Cristo stesso annuncia: «Sono io che parlo con te» (Gv 4). È lui, quindi, colui nel quale «tutte le promesse di Dio hanno trovato il loro sì…» (2Cor 1,20).

Gesù è il Salvatore del mondo e comincia la sua predicazione con l’apertura a una nuova promessa. Quella della venuta del Regno. Riprendendo tutte le promesse nell’Antico Testamento, un regno, una legge, una terra, inaugura la stagione in cui queste promesse si realizzano nella sua persona e nella sua missione: «Il Regno di Dio è vicino» (Mc 1,14). Nel Vangelo di Giovanni questo messaggio è ancora più radicale, perché Cristo stesso è tutto ciò che l’uomo attende: la via, la vita, la risurrezione, il pane, la luce, l’acqua, il Signore, il maestro, la gloria stessa di Dio: «Chiunque crede in Lui ha la vita eterna» (Gv 3, 16): è la promessa fatta carne!

Cristo poi promette lo Spirito Santo che confermerà le sue parole nel cuore dei credenti: quando tutto è compiuto, Gesù spira, letteralmente «rende lo Spirito» (cfr Gv 19, 30) e così mantiene le sue promesse. Per questo, possedendo lo Spirito Santo, grazie all’azione dei sacramenti, i cristiani sono in possesso di tutte le promesse: «Pietro disse loro: Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani» (At 2, 38-39).

Così, il patto di alleanza, che nutre ogni promessa, si realizza nel credente grazie allo Spirito d’amore, promesso dal Figlio e donato a noi fino all’ultimo giorno, donato oggi per il mondo che verrà.

Elide Siviero