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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Limiti e insidie della democrazia occidentale

di Rossi Achille

Come rinnovare la politica

La democrazia occidentale è un mito

Chi pensasse che Panikkar abbia spaziato solo negli altipiani della spiritualità, senza appassionarsi alle vicende politiche ed economiche dell’umanità, si sbaglierebbe di grosso. Ricordo ancora con profonda commozione i suoi «non mi dire!» stupiti, quando lo ragguagliavo sulle vicende politiche italiane. La politica lo interessava perché la spiritualità non è un settore particolare dell’esistenza umana, ma l’esperienza della profondità in tutti gli ambiti in cui la vita si dipana. «Polis» inclusa. E il destino degli esseri umani, la loro realizzazione, si gioca anche nello spazio della politica.

Panikkar, però, forte dell’appartenenza a mondi culturali diversi, si colloca all’esterno della cultura politica occidentale per esaminarne i presupposti e per liberare la prassi politica da quel tecnicismo mortale che la riduce a semplice lotta per il potere. In questo campo, la fondamentale asserzione del grande intellettuale ispano-indiano è che la democrazia rappresenta il mito centrale dell’Occidente. La parola mito non ha alcuna connotazione dispregiativa, indica semplicemente l’orizzonte di comprensione entro il quale siamo costretti a collocare le cose perché acquistino realtà. Un mito non lo si discute, lo si crede. E l’Occidente crede talmente alla democrazia, così come ha preso corpo nella nostra cultura, che la ritiene universale, esportabile in tutto il mondo, benefica per tutta l’umanità.

Qui Panikkar invita alla cautela. Il sistema democratico funziona in Occidente perché è figlio di questa cultura, ma non è detto che si debba imporre agli altri il proprio mito, magari con la convinzione di diffondere la civiltà. Tanto più che storicamente il mito della democrazia nasce sotto il segno della forza, perché è il potere di un demos (demo-crazia), un particolare territorio, che punta ad assoggettare tutti gli altri. Questo vizio d’origine si accentua con la modernità, quando finisce ogni riferimento a una realtà trascendente e ogni stato si proclama sovrano. Nasce così la figura dello stato nazionale armato e la convivenza internazionale diventa la guerra di tutti contro tutti.

I punti nevralgici di una crisi politica

Per uscire dalla crisi in cui ci dibattiamo, vorrei sottolineare l’importanza di quella dimensione di trascendenza che Panikkar chiama il metapolitico. Il metapolitico è la percezione della profondità della dimensione politica, che non può essere esaurita da nessuna tecnica e da nessuna realizzazione concreta. È l’umano che sostiene e fonda la politica, che ci fa prendere coscienza che la politica non è autosufficiente e che ci apre a una dimensione spirituale. Come dire che la realtà non è soltanto storia, quindi politica, ma possiede una dimensione invisibile, non relegata a un dopo la morte, ma trascendente-immanente alla vita stessa.

L’analisi critica di Panikkar sui fondamenti teorici della democrazia prende di mira due caratteristiche del mito democratico: l’individualismo e il primato della quantità sulla qualità. Il sistema democratico funziona bene nelle civiltà che adottano un’antropologia individualista, ma all’interno di altre culture, con una visione del mondo diversa, sembra non avere messo radici profonde nell’animo della gente. Anche la teoria che proclama: «ogni individuo un voto» ha introdotto una visione puramente quantitativa degli esseri umani e dei loro rapporti, facendo smarrire il senso dell’unicità incomparabile di ogni persona. La riduzione a numero e la mercificazione che ne consegue sono, per Panikkar, il frutto amaro della dittatura della scienza moderna sulle società occidentali. L’esito è veramente distruttivo: se la vita umana perde qualità e tutti gli aspetti dell’esistenza sono quantificabili, allora tutto si può vendere e comprare e il mercato diventa il dio contemporaneo.

C’è ancora un’altra situazione che potrebbe vanificare dall’interno la democrazia ed è la disparità di condizioni economiche. Senza isocrazia (uguaglianza di potere) non c’è democrazia, sostenevano già gli antichi greci. Oggi, in un mondo contrassegnato dall’egemonia culturale del neoliberismo, ci accorgiamo che l’aumento vertiginoso della povertà rischia di trasformare la democrazia in un apparato puramente formale.

Pregi e meriti del metodo democratico

Non vorrei però dare l’impressione che Panikkar si concentri esclusivamente sui limiti del metodo democratico senza coglierne i meriti legittimi. Il pregio fondamentale della democrazia è la partecipazione popolare alla gestione della cosa pubblica e la trasparenza che nasce dall’avvicendamento al potere. Quanto questi aspetti siano importanti per una vita umana dignitosa lo dimostra la primavera araba, che ha spazzato via le dittature dell’altra sponda del Mediterraneo all’insegna della richiesta di una maggiore dignità. Anche qui però c’è un’insidia che può vanificare il versante più prezioso della democrazia. La società ateniese era una «polis» in cui Pericle poteva conoscere per nome tutti i cittadini; nella società tecnocratica moderna questo non è possibile e chi governa deve affidarsi allo strumento tecnologico che impone le sue regole e sterilizza la comunione umana richiesta dalla democrazia.

Per superare le impasse della struttura politica contemporanea, Panikkar invoca un cambiamento radicale della cultura dell’Occidente che può nascere solo da una mutua fecondazione fra le culture, che permetta loro di dare indicazioni non solo sui mezzi della vita politica ma anche sui fini. Più che un governo mondiale basato su un unico modello, che rappresenterebbe un genocidio culturale, sarebbe auspicabile la paziente gestazione di un mito condiviso, che creerebbe un’unità molto più profonda di quella ideologica e, al tempo stesso, consentirebbe diverse interpretazioni.

Panikkar crede di veder albeggiare il nuovo mito nell’importanza che assume in tutti gli universi culturali il tema della pace, che egli considera «l’unico simbolo positivo dell’umanità». E nel mondo occidentale realizzare la pace implicherebbe disarmare una cultura armata affezionata ancora all’idea della guerra, ma soprattutto abituata a utilizzare la ragione come un’arma per vincere e convincere. Potrebbe sembrare un ideale ancora troppo vago. Per concretizzare maggiormente questa tensione al cambiamento radicale, Panikkar invita a riascoltare il Divino, a recuperare l’umano, a rifare l’esperienza della dimensione terrestre. Il rinnovamento della politica, se vuole essere credibile, deve spingersi fino a queste profondità.

Achille Rossi
responsabile della casa editrice
e direttore della rivista mensile «L’altrapagina»