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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Riabilitazione e perdono

di Bruni Alessandro

Caro Giordano,

ho deciso di scriverti dopo la lettera che hai inviato a Gabriella. La tua lunga lettera, dopo tanti anni, ha notevolmente scosso tua figlia. È stato un ritorno al passato. Un passato doloroso che tu sdogani con il fatto di aver pagato il tuo debito con la giustizia. Hai fatto 5 anni di carcere sui 7 della tua condanna, per, come si dice, buona condotta. Ora sei fuori, libero. Dici che ti stai rifacendo una nuova vita con Rosalia, tua moglie e madre di Gabriella. Racconti quanto è difficile ricominciare dopo la condanna. Quante difficoltà nascono per un ex carabiniere radiato dall’Arma a trovare un lavoro decente. Racconti di quanto grande sia stata la tua sofferenza in carcere, quanto ostili siano stati i tuoi compagni di cella e vigile la sorveglianza alla quale sei stato sottoposto per evitare che altri detenuti ti facessero del male. Comprendo, dato che il tuo crimine è considerato tra i più odiosi, e so essere tra i meno accettati anche in carcere. Scrivi che ora tutto è passato e vorresti allacciare rapporti di vicinanza dato che tu sei il padre naturale di Gabriella, ora giovane donna.

Gabriella ha molto sofferto alla tua lettera e ha scelto la strada di un silenzio doloroso, di una non risposta che vuole ignorare, per un groviglio che ancora la turba e viola il suo momento felice dell’avvicinarsi alle nozze. Sempre si fa delle domande: perché? perché proprio a me? quanto sono stata colpevole per la mia denuncia e quanto sono colpevole ora con il mio silenzio? quanto sono stata offesa, sin da piccola età? quanto crudele sia stato il silenzio conseziente di mia madre, che a 14 anni dalla denuncia, mai mi ha cercato? Ora si chiede: è giusto un colpo di spugna come se nulla fosse accaduto? Dopo l’espiazione della colpa che devo dire? ben gli sta, oppure civilmente e religiosamente prendere la strada del perdono? Sono così forte da poterla percorrere, da poter rivivere quanto mi è accaduto con sufficiente serenità? Basta l’aver pagato il debito con la giustizia per lenire le ferite del mio animo, della mia personalità?

È di questo che ti voglio parlare, come terzo coinvolto nei fatti, da padre a padre. Nella sostanza tu dici: ho pagato il mio debito, ho diritto alla riabilitazione! Come padre d’anima ho cresciuto Gabriella nella mia famiglia, da allora sono passati 14 anni. Sono passati uno a uno, ciascuno con il suo fardello e le sue conquiste: a ricostruire una figura paterna, a costruire una figura maschile, a costruire una figura materna. Passi non semplici, ma ora tua figlia ha altri riferimenti. Lei si è «ricostruita» una vita, lei ha reagito ricucendo le ferite, ma le cicatrici sono rimaste e nel profondo talora ancora ne sente il dolore acuto. Tu chiedi a tua figlia la redenzione, il tuo diritto di essere reintegrato come padre, il tuo meritare il perdono, avendo pagato. Da persona che ha negato i diritti di sua figlia ad avere un’infanzia felice, ti poni ora come portatore di diritti: il diritto di essere riabilitato, il diritto di essere perdonato.

Il diritto alla riabilitazione

È un diritto che socialmente puoi far valere. Hai il diritto di rifarti una vita. Ma consideriamo la materia in termini giuridici. Si dice che se A, B. Nel senso che se hai commesso il crimine A, ne consegue la pena B. Questo è il tuo caso. Hai abusato ripetutamente di tua figlia, ne consegue la condanna. Anche Rosalia ha la sua parte, perché il diritto dice che se non A, B. Lei ha visto, ha taciuto e non ha tutelato. Per questo, come per te, ha perso la patria potestà. Dando a ciascuno il suo, il diritto riconosce che ogni essere umano è titolare di una spettanza fondamentale, quella appunto di poter rivendicare ciò che gli compete. È il riconoscimento che, espiata la colpa, gli compete l’insieme di tutti i diritti fondamentali per rifarsi una vita. È un’affermazione che riguarda la persona soggetta a pena, ma non riguarda le persone che sono state offese con i fatti criminali.

Il diritto al perdono

Non è un diritto di chi porta offesa, ma una disposizione d’animo di chi è stato offeso. Nella tua lettera tu chiedi un colpo di spugna: è capitato, ricominciamo da capo. Nella tua lettera non vi è alcun riferimento alle sofferenze che la vicenda ha procurato a tua figlia (ancora neghi in parte la tua colpevolezza, additando le femminili moine di tua figlia bambina…). La tua lettera non è una lettera da padre che si preoccupa per sua figlia, ma una lettera che vuole capovolgere la situazione, quasi fossi tu il solo ad aver sofferto. Sulla veridicità dei fatti non entro e mi attengo ai tre esiti di giudizio, tutti a te avversi, mentre ancora mi stupisco dell’assenza da parte tua della sofferenza che hai determinato in tua figlia. Hai pagato il tuo debito con la società ed è giusto che tu abbia restituiti i diritti fondamentali. Tra questi, però, non vi è quello di essere considerato come padre di Gabriella. La legge ti ha tolto questo diritto dall’allontanamento di Gabriella dalla tua famiglia sino alla sua maggiore età. Oltre, è lei a decidere come considerarti. Non è un atto vendicativo, né preclude il perdono come umanamente viene considerato (attiene alla sua coscienza e non a un tuo diritto). Tu e Rosalia avete espiato le vostre colpe (tu con il carcere, entrambi con la perdita alla patria potestà). L’espiazione socialmente redime, nulla vieta che tu ti ricostruisca una vita, nulla vieta che diveniate nuovamente genitori, ma avete perso la possibilità di essere genitori di Gabriella (se non per retaggio genetico), a meno che Gabriella non vi voglia considerare come tali.

Il diritto alla paternità

Biologicamente si diventa genitori con il concepimento, atto fugace e denso di altri significati. Madri si diventa con il parto e con l’atteggiamento di cura sino alla seconda infanzia. Padri si diventa piano piano con lo svilupparsi del dialogo (o metalogo) con il figlio, praticando il confine tra l’interno e l’esterno di entrambi. Un figlio chiede al padre di rispondere della sua esperienza perché sia da lui trasformata in responsabilità. Un figlio chiede al padre di rispondere a domande difficili, ma non impossibili: perché sono nato? Perché mi vuoi bene? Perché devo essere onesto? Perché sono ammalato? A queste domande si risponde con frasi brevi e con una lunga coerenza di comportamento che suggella e completa quanto le risposte appena accennano. Cosa risponderai a tua figlia quando ti chiederà, perché? Nella società moderna non esiste più il diritto di essere padri, ma il diritto dei figli ad avere un padre.

Il diritto a esercitare la propria coscienza

Il bene e il male, e il senso morale che li interpreta, hanno un rapporto diretto col momento in cui vivi, sono al presente, sono qui e adesso. Per Gabriella, dopo la tua lettera, agire correttamente è interpretare il momento della sua età con un futuro che si dischiude e un passato chiuso in un baule pieno di sensi di colpa (umana). Il suo senso etico e morale viene ora messo alla prova dalla tua lettera. Tu chiedi alla vittima di avere senso morale e praticare perdono e riabilitazione. Non ti rendi conto che il nostro comportamento si decide a seconda dello stato del nostro corpo/ mente al momento dell’agire (la tua lettera), e non secondo precetti presi isolatamente (il tuo preteso diritto a perdono e riabilitazione). Gabriella deve ritrovare, momento per momento, il suo equilibrio e agire correttamente per la sua coscienza. Per quello che tu chiedi dovrai attendere, e non so quanto.

Hai sollevato una materia difficile da analizzare, a meno che non la si affronti in modo manicheo. Razionalizzare fatti emotivamente forti, violenti, e portatori di segni non facilmente cancellabili sulla propria personalità non è semplice. Certo che Gabriella non avrebbe voluto una lettera di perdono strappalacrime, né avrebbe voluto una confessione pubblica in qualche talk show, ma almeno la consapevolezza di riconoscimento della sua dignità e del rispetto per quello che lei ora è. Oppure, un insondabile silenzio che con la polvere del tempo evitasse lo stillicidio del ricordo, del dolore, del voler trasformare la vittima in carnefice.

Grazie, tuttavia, per averci fatto vivere l’esperienza scomoda di dover chiarire a noi stessi cosa si intenda per riabilitazione di paternità (la redenzione, come tu chiedi, la lasciamo a Dio), che non è né un diritto, né un merito, ma un qualcosa che si riceve e non si pretende. Comunque, ti assicuro che in Gabriella vi è senso di umano perdono, ma è un sentimento che ancora pratica con dolore. Il ricordo rimane incancellabile, non sempre governabile: per l’infanzia negata, per le decisioni dolorose, per un processo odioso, per la difficoltà continua di trovare un equilibrio appropriato per proporsi verso i suoi attuali ruoli di donna.

Marco