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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

La vita in versi

di Realdi Giovanni

Non è la terapia, ma la natura a guarire

Numero 22

Servizio diabetologico, visita di routine. Prima di incontrare il medico, i pazienti sono invitati a entrare nell’ambulatorio infermieristico, per rilevare peso, pressione e glicemia. Da qualche tempo le infermiere non chiamano più con il nome – questione di privacy, ma usano un numeretto, come quelli dei blocchetti colorati della pesca di beneficenza in parrocchia. Attendo che venga scandito il Ventidue e guardo i miei compagni: sono persone anziane o molto anziane, i piedi fasciati da grandi garze, sollevati da terra da sandali appositi, che evitino lo scaricarsi del peso sulle dita ferite. Zoppicano appoggiati a bastoni e parenti, lo stomaco chiuso per il sacro timore dell’incontro con il camice bianco. È la mia volta e mi lascio misurare. Dopo il piccolissimo buco sulla punta dell’anulare, per trarne la goccia utile al calcolo dello zucchero, invito l’infermiera a non darmi il cerotto, giacché sono abituato a quella microferita e il sangue si ferma subito. Ma lei ha ordini precisi, rigorosi, e mentre io immagino quanti cerotti inutili vengano pagati dai contribuenti, mi ammonisce: «Bisogna metterlo, che poi vi attaccate dappertutto». Grande è il terrore di orde di insulino-dipendenti che vagano per i corridoi lasciando qui e lì le proprie ematiche impronte digitali.

L’anello che non tiene

James Hillman, psicologo analista di scuola junghiana, ma secondo alcuni eretico, da poco scomparso, scriveva queste parole: «Bisogna dire chiaramente che vivere o amare soltanto là dove ci possiamo fidare, dove siamo al sicuro e contenuti, dove non possiamo essere feriti o delusi, dove la parola data è vincolante per sempre significa essere irraggiungibili dal dolore e dunque essere fuori dalla vita vera». Chiedersi che cosa sia la «vita vera» è un’operazione circoscritta alle celle dei monaci o alla torre del filosofo. O meglio, ciascuno di noi, nella sua sciatta quotidianità, svolge palmo a palmo la risposta a questa domanda, ma lo fa per lo più senza saperlo. In piena incoscienza affrontiamo quello che ci è dato di fare, le persone con cui ci è dato di stare. Mettiamo insieme i tanti mattoncini colorati che il mondo ci porge, tentando costruzioni fantasiose, o almeno solide. Poi arriva il momento in cui inciampiamo nell’«anello che non tiene» di Montale. La catena dei gesti di ogni giorno mostra la sua artificiosità; ci troviamo sbalzati a guardarci da fuori, piccoli pedoni osservati dall’alto di una gru. Una malattia, un lutto, una partenza; ma anche una nascita, un innamorarsi, una persona ritrovata: un piccolo grande evento. E il mattino dopo la battaglia, la vita – o meglio, la natura – ci costringe a intrattenerci con i suoi personaggi principali, amore e dolore.

La notte della battaglia

Lo stare con gli adolescenti – ma forse in generale con le persone – mi sembra consista in questo: accompagnar loro nella notte della battaglia. Dove con «notte» non intendo un tempo buio e minaccioso, ma l’attesa della luce delle spiegazioni, delle parole; e con «battaglia» nulla di necessariamente sanguinoso, ma un momento in cui per difenderti e reagire non puoi badare ad altro. Qualsiasi emozione, gioiosa o triste che sia, diventa totalizzante: esisto solo io che vivo questo, e il mondo – che pure ha causato questa situazione – adesso deve esser centrato su di me, deve rendermi omaggio, deve sopportarmi e supportarmi. La mia reazione corporea (emozione viene da e-motus e ha a che fare proprio con un movimento nelle membra), che è la risposta fisica al fatto imposto dalla natura, o forse piuttosto da lei proposto, è un’esplosione di energia, capace di cambiare il corso delle mie cose e addirittura il mio modo di vedermi, se solo viene accolta per quello che è.

Bene a te, ben-attia

Siamo esseri complicati, animali travestiti da angeli in un ballo in maschera; ognuno di noi è un «baule pieno di gente», come Tabucchi dice di Fernando Pessoa. All’alba del giorno dopo la lotta, in una calma solo apparente, con una tazza di caffè; una tregua ragionevole, il pensare a quanto è accaduto, con gli occhi negli occhi di un altro come me; solo questo permette di recuperare l’intera umanità di cui siamo costituiti, che non sta tanto nell’atto razionale del pensarci-su, quanto proprio in quella esplosione emotiva, urlante e insieme muta, che adesso finalmente trova una parola e quindi un significato. Il verso animale e il verso poetico. Un’amica mi scrive via mail, un biglietto indirizzato a me e a pochi altri. Sono tutte persone con le quali abbiamo cercato di costruire una comunità d’intenti, una rete di buone idee e di ottime pratiche, un gruppuscolo di resistenti disarmati. Ci comunica l’esito di un esame specifico, non buono, e la trafila medica che l’aspetta, così d’improvviso. «Vorrei pensare a questa mia nuova situazione come una ben-attia (da benedizione) e non una mal-attia (maledizione) come dice qualcuno. Non è facile ma entrare da questa porta per esplorarne il senso mi sembra una possibilità altra». «Là sta la porta che divide i sentieri della notte e del giorno» dice Parmenide, nel suo poema, descrivendo il passaggio di entrata del giovane ricercatore nel «cuore rotondo della ben profonda verità». Varcarne la soglia è accettare la notte e alzare lo sguardo verso il giorno, prender su di sé la carnalità di cui siamo fatti non per detestarla ma per lasciare che ci parli. Solo l’abitudine a cercare la pace con il proprio corpo permette di affrontare lo sconvolgimento di un grande male o di un grande bene, maturando il desiderio di superare queste categorie moraleggianti e nello stesso tempo senza permettere a nessuno di giudicare la nostra vicenda come male o come bene. La natura impone un rapporto privato, a tu per tu, come nell’ascolto, e perciò ammette intorno solo pochi «terapeuti», cioè, in senso letterale, assistenti, silenziosi servitori che facciano quello che lei intende.

Sul bivio, tra umanità e istituzione

L’umanità che talvolta scorgiamo nelle istituzioni che si autoproducono nella società – Sanità, Scuola, Famiglia, Chiese et cetera – ci desta meraviglia e soddisfazione, perché spesso non ce l’aspettiamo. Che sia in maternità o nel reparto dedicato alle malattie del metabolismo; nel valutare una brillante interrogazione o nel comunicare una bocciatura; nell’imporre un limite o nel medicare un ginocchio sbucciato; nel segreto del confessionale o dal pulpito… Le possibilità sono solo due. Possiamo lasciar trionfare l’istituzione, che per la sua sopravvivenza ha decretato che cosa siano Salute, Sapere, Amore o Fede e su questi assiomi ha costruito sistemi totalizzanti, nei quali la persona è sempre e solo mezzo. L’abbiamo visto con i manicomi, facciamo finta di non vederlo per le carceri, perché in questi luoghi tutto è portato all’estremo; ma il rischio totalitario, quello di chi pretende di nascondere a noi stessi la nostra natura pur di proteggerci, è sempre in noi e intorno a noi, è la strada che dobbiamo fare per andare al lavoro. Oppure possiamo permettere che la natura usi il suo linguaggio di amore e dolore, provando a starci così come siamo in grado di essere.