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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Le città e l’accoglienza

di Scandurra Enzo

Scrive Guido Viale: «[…] l’accoglienza e la costruzione di una vera convivenza con profughi e migranti non sono una opzione tra le molte possibili, ma sono la premessa e la condizione irrinunciabile di una concezione radicalmente diversa dei diritti e della cittadinanza»1.

E invece crescono i muri a difesa di identità fittizie; crescono in tutto il mondo e in Europa, culla di una grande civiltà. Crescono i muri per arginare l’avanzata di un Popolo Nuovo, un popolo che non ha storia né memoria se non quella acquisita nel lungo percorso fatto a partire dai molti e diversi mondi di origine. Un popolo che non tornerà mai più indietro perché non ha più Patria: ha tagliato i ponti alle proprie spalle; iniziato la lunga marcia verso l’Occidente che lo ha colonizzato e asservito ai suoi modelli di crescita insensata. Chiede conto e accoglienza a chi lo ha derubato nel corso dei secoli, ne ha desertificato le terre e che ora si abbarbica dietro impossibili confini; un popolo che produce nuove forme di convivenza, nuovi saperi e nuovi linguaggi. Sono gli abitanti di tutte le città coloniali dell’Africa, dell’Asia, della sponda sud del nostro Mediterraneo, un tempo ponte di civiltà; sono gli orfani delle «magnifiche sorti e progressive» della più grande civiltà del mondo, ora madre di un’economia che divora l’umanità, che deteriora il clima, l’ambiente e che mette in crisi i legami sociali, la vita quotidiana di moltitudini di persone.

Il grande esodo verso l’Europa

Le terre dalle quali sono partiti bruciano, si sono disseccate: rovine e rovine, carcasse di auto e macchine da guerra in fiamme, scheletri di case violate, svuotate, saccheggiate, sconsacrate. Mai nella storia si era visto un esodo di queste proporzioni: milioni di persone in fuga con solo il fardello della memoria da cancellare al più presto. Arrivano; altri arriveranno ancora fino a quando l’Europa non sarà più la stessa di prima, perché la loro marcia è inarrestabile: indietro non si torna, non è possibile farlo.

Dappertutto nel continente che fu culla di civiltà, si alzano muri, come nelle città del medioevo: dentro la comunità vivente dei cittadini, fuori gli schiavi, gli addetti ai lavori; dentro gli uomini liberi della città, fuori la natura e le sue leggi spietate. La nostra sembra l’epoca dei muri: in Israele contro i palestinesi, negli Stati Uniti contro i messicani, in Macedonia, in Austria, in Ungheria, in tanti altri luoghi del mondo che si dice globalizzato. Dentro di essi si produce l’odio verso i fratelli, si approntano inutili difese, si verserà olio bollente all’arrivo dei «nemici».

«Sogno un’Europa in cui essere migrante non sia un delitto, bensì un invito a un maggiore impegno con la dignità di tutto l’essere umano», ha detto Francesco in occasione del suo conferimento del premio Carlo Magno a maggio del 2016, davanti ai Grandi di tutto il mondo. Francesco ha ricordato agli «smemorati» governanti europei le basi della civiltà europea: l’accoglienza dello straniero e la capacità di far dialogare tra loro culture diverse.

L’anima della civitas e i desideri

Intorno all’anno Mille, le città, anche se non erano certamente luoghi di pace, erano tuttavia luoghi dove arrivavano e venivano accolti uomini di ogni provenienza: sradicati, vagabondi, avventurieri, pellegrini. Spesso queste prime forme di città ospitavano luoghi di cura per i più bisognosi o i viandanti. L’Ospedale dei Poveri nel municipio di Lugano, ad esempio, risale a prima del 1200, in sintonia con quanto avveniva altrove in Europa.

L’Europa nasce come spazio geoculturale della civitas e la ricchezza dell’Italia, come scrive Cattaneo, così come di altri paesi europei, fonda nella pluralità e nel pluralismo dei municipi veri e propri aggregati di ibridazioni multiculturali, culle del cosmopolitismo. L’ethos delle città fondava proprio negli incroci che avvenivano tra abitanti locali e stranieri, i quali, nel corso dei loro transiti, innescavano incessanti mutamenti nelle mentalità dei «locali» e persino nelle forme fisiche della città (piazza San Marco a Venezia per citare una tra le tantissime forme architettoniche esito di ibridazioni culturali e stili architettonici).

«Fin dalle sue origini» – afferma Massimo Cacciari2 – «la città è investita da una duplice corrente di desideri: desideriamo la città come «grembo», come «madre», e insieme come «macchina», come strumento; la vogliamo «ethos» nel senso originario di dimora e soggiorno, e insieme mezzo complesso di funzioni; le chiediamo sicurezza e pace e insieme pretendiamo da essa estrema efficienza, efficacia, mobilità». Civitas è parola latina che sta a indicare il mettersi insieme di diverse persone sotto medesime leggi, al di là della loro appartenenza culturale, etnica, sociale. Contrariamente alla polis dove «una gente determinata, specifica per tradizioni, per costumi, ha sede, ha il proprio ethos». È sempre Cacciari a ricordarci che il primo dio cui viene eretto un tempio a Roma è il dio Asylum, così che Roma si «fonda attraverso l’opera di persone che erano state addirittura bandite dalle loro città, che erano dunque esuli raminghi, profughi, banditi che confluiscono in un medesimo luogo, fondano Roma».

Se la città diventa agglomerato di case

Il geografo Franco Farinelli3 ci dà una rappresentazione molto efficace della trasformazione che avviene con il passaggio dall’insediamento medievale alla città moderna, in concomitanza con la nascita del capitalismo industriale. Egli sostiene che un uomo, prima del 1600, ben difficilmente avrebbe compreso la definizione di città (moderna), descritta come un insieme di cose, case, edifici, strade, murature. Perché da Aristotele in poi, fino almeno a Torquato Tasso (ma anche dopo), la città era un’altra cosa. Era una maniera, così affermava Aristotele, di raggiungere la felicità. Torquato Tasso scrive che la città è un modus vivendi e Giovanni Botero che la città era una ragunanza d’huomini, ridotti insieme per vivere felicemente. Con l’avvento della modernità le persone di colpo scompaiono dalle rappresentazioni urbane. Sempre Farinelli sostiene che la pianta di Bologna di Agostino Carracci (1575) è una delle ultime mappe in cui si possono notare delle persone che si aggirano per le strade: «Ma per tutto il Seicento l’immagine cartografica della città espelle gli uomini e le donne, gli abitanti della città stessa e diventa pura rappresentazione dell’incasato, delle mura, delle strade, delle case». Le città come luoghi densi di relazioni restano appannaggio della letteratura nel corso dell’Ottocento: la folla descritta da Poe, il disincanto del Flaneur, i fantasmagorici Passages di Benjamin, le narrazioni di Dickens, Hugo, Zola; città come luoghi di folle, di incontri, di promiscuità obbligata, di riconoscimenti di alterità.

Ricostruire la socialità, l’amicizia tra i cittadini

Oggi le città privilegiano l’efficienza e l’efficacia rispetto al bene delle comunità. Per elaborare un progetto di città si fa sempre più ricorso a «competenze tecniche»: per lo smaltimento dei rifiuti, per la mobilità, per il bilancio, eccetera. Gli amministratori della cosa pubblica hanno abdicato al loro ruolo di portatori di una visione politica di un ideale di città. Si sacrificano al mito della compatibilità ragionieristica le questioni più importanti come la produzione di socialità, la convivialità, l’accoglienza. L’ossessione per la legalità fa correre il rischio che leggi e provvedimenti ingiusti facciano diventare illegale l’interesse della collettività e legale quello del profitto privato. Così che il processo di privatizzazione della città procede senza ostacoli. A che serve progettare piazze e portici, luoghi pubblici d’incontro se le persone non hanno più nulla in comune? Se l’essenza stessa di comunità è continuamente minacciata dalla competizione degli individui, da una lotta darwiniana di tutti contro tutti? Papa Francesco ci ricorda, in Laudato si’, che «la sensazione di soffocamento prodotta dalle agglomerazioni e dagli spazi ad alta densità abitativa, viene contrastata se si sviluppano relazioni umane di vicinanza e di calore, se si creano comunità, se i limiti ambientali sono compensati nell’interiorità di ciascuna persona, che si sente inserita in una rete di comunione e di appartenenza» (§ 148). Solo così «qualsiasi luogo smette di essere un inferno e diventa il contesto di una vita degna».

La città, affermava Carlo Maria Martini4, è anzitutto un luogo di amicizia. «E quando si è amici», affermava Aristotele, «non c’è affatto bisogno di giustizia […], il punto più alto della giustizia sembra appartenere alla natura dell’amicizia»5. Secondo Martini la Genesi collega la preghiera per Sodoma – che dice quanto vada amata una città che appare perduta – con la capacità di ospitare stranieri. Si afferma così un misterioso rapporto tra ospitalità allo straniero e operosità per la pace del mondo.

«Noi tutti siamo a rischio di perdita della città: perdita della calma, della serenità profonda del cuore, della pace, della salute e della gioia di vivere. Ma possiamo aiutarci l’un l’altro per camminare verso un ideale di città che è già presente per chi apre gli occhi e nel quale è bello vivere nell’attesa della Gerusalemme che viene»6.

Enzo Scandurra

Note

1 G. Viale, La lunga marcia dell’accoglienza contro Orban, il Manifesto del 4 ottobre 2016.
2 M. Cacciari, La città, Villa Verucchio (RN), Pazzini stampatore editore, 2004.
3 F. Farinelli, Estetizzazione e anestetizzazione, in C. Andriani (a cura di), Il patrimonio e l’abitare, Roma, Donzelli, 2010.
4 C.M. Martini, Verso Gerusalemme, Milano, Feltrinelli, 2002.
5 Aristotele, Etica nicomachea VIII, 1, 1155°.
6 C.M. Martini, op. cit., p. 24.