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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Le cristallizzazioni del linguaggio giornalistico

di Heymat

«L’ironia è sottile, il delitto è efferato, la calma è piatta, la forza è bruta. Il Pd è diviso». La battuta è di Maurizio Crozza, si riferisce ai primi mesi del governo Letta (ma potrebbe essere senza tempo) e mette in evidenza alcuni luoghi comuni della nostra lingua. Spesso messi alla berlina proprio dalla satira, che sulle cristallizzazioni reiterate dal linguaggio (che alla lunga perdono la propria aderenza con la realtà) costruisce la propria comicità. Ricordate «E la lira si impenna!» di Carcarlo Pravettoni? Ebbene, potrebbero essere benissimo titoli di giornali. E lo sono stati: «Pd diviso su Renzi», «Quirinale, il Pd diviso», «Legge anti-movimenti, Pd diviso», «Matrimoni gay, Pd diviso» solo per citarne alcuni. E poi, se la lira s’impenna (impennava), le Borse volano: «Draghi, tassi invariati a lungo: volano le Borse», «Volano le Borse, lo spread va giù». Mentre il valore perso dai mercati (o da un titolo) è sempre bruciato: «Borse in nero. La Fed spaventa l’Europa, bruciati 230 miliardi», «Piazza Affari, crolla Saipem, bruciati 2,6 miliardi».

Sono innumerevoli le formule stereotipate che indicano un preciso fatto e sono corte abbastanza da rispettare la rigida regola delle lunghezze dei titoli di giornale. Qualcuno non è d’accordo con qualcosa? O ha da ridire? Accende subito la polemica: «Bari: la pubblicità del bikini copre la chiesa, è polemica». «Grillo in Costa Smeralda dopo il vertice slittato al Colle: è polemica». «San Marino smaltirà i rifiuti nelle Marche ma è già polemica». Il termine «polemica» spiega nel migliore e più stringato dei modi una situazione complessa, con voci contrastanti, cronologie di fatti, posizioni diverse che – si spera – verranno spiegate nell’articolo. Il giornalismo fa questo: propone una lettura schematizzata della realtà, cioè seleziona i fatti che si possono considerare notizia (ciò che ha interesse pubblico, ciò che è già famoso, ciò che assume una rilevanza territoriale) e li mette in ordine: nelle prime righe di un pezzo vanno inserite le basi (chi, come, dove, quando, perché), poi l’approfondimento. Per una cronaca più obiettiva possibile, seppur guidata dal punto di vista di un singolo e da una linea editoriale.

Il giornalismo è una sintesi della realtà. Declinata in un particolare contesto storico e geografico. Lo schianto di un aereo coreano all’aeroporto di San Francisco senza italiani a bordo è una notizia da prima pagina in Italia (lo schianto di un aereo in un Paese industrializzato lo è sempre, perché è abbastanza raro; diverso è il caso dei Paesi in via di sviluppo, dove sembra essere più all’ordine del giorno quindi meno sensazionale – la regola è sempre che fa notizia l’uomo che morde il cane, non il contrario) ma aprirà per giorni le prime pagine dei giornali coreani e del San Francisco Chronicle, occupandone l’interno con approfondimenti e le storie dei sopravvissuti.

Nella sintesi, nello specchio che i giornali ci offrono del mondo, forse qualcosa si perde. Lo sanno bene i grillini che nella loro fobia complottista mandano in streaming (quasi) tutto. Il sindaco di Parma concede interviste solo a condizione di potersi filmare a sua volta per poi mettere online l’intera conversazione. Motivo? I giornalisti travisano: tagliano passaggi fondamentali e come in un sapiente collage fanno emergere solo quello che vogliono loro. Non starò qui a difendere la categoria. Ma sinceramente, preferite vedervi due ore di domande e risposte o leggervi la sintesi? C’è chi legge solo la sintesi della sintesi, in senso kantiano. Cioè i titoli, sentenze senza processo. Pensate agli amici miliardari della Coppa America – Prada, Oracle, Louis Vuitton, Moí«t et Chandon e tutto il nobile circo della vela – quando si sono visti sbandierare sotto il naso il titolo: «Trapani, mafia e appalti per la Coppa America». Nella ristrutturazione del porto di Trapani che poi ha ospitato un evento collaterale (e minore) della Coppa America, alcuni imprenditori si sarebbero accordati con la mafia per vincere gli appalti. Processo troppo lungo da spiegare nel titolo. E così «mafia» e «Coppa America» hanno trovato posto nella stessa lapidaria sentenza. C’est la vie.