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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Maestro di vita spirituale

di Buccoliero Elena

Il ricordo di Pietro Pinna

«Molto cordiale, semplice, però subito ti trasportava in un’area superiore…». Aldo Capitini nel ricordo di Pietro Pinna, obiettore di coscienza a vent’anni nel 1947, più volte processato e incarcerato.

«Gli scrissi la prima lettera alla vigilia della mia obiezione di coscienza al servizio militare, qualcuno disse perché cercavo il suo conforto. No.

Lo avevo sentito parlare casualmente durante una riunione, aveva accennato a questioni antimilitariste e c’era un tavolo con volantini e il suo indirizzo. Gli scrissi – già avevo maturato l’idea di rifiutare il servizio militare – soltanto per chiedere le conseguenze penali del mio gesto: se fai una cosa la fai in modo ragionevole.

Lui non rispose. Fu la prima lezione di stile. «Io non volevo minimamente che una mia risposta potesse influenzare la decisione che lei voleva assumere». Mi rispose quando ero già in prigione e poi continuò dando il massimo contributo alla pubblicizzazione della mia scelta e a definire il significato dell’obiezione di coscienza. Lui inquadrò la cosa nel modo più esatto. È una visione della vita, l’obiezione di coscienza, è una concezione del mondo.

Compito fondamentale del genere umano è l’unità, l’amore con tutti, diceva Capitini. Noi dobbiamo avere questa visione e cercare di realizzarla. Una stortura è che noi questo bene collettivo lo parcellizziamo su ambiti ristretti: famiglia, città, patria… e oltre la patria c’è l’ignoto. Per la patria è ammessa qualunque cosa.

Capitini fu un maestro di vita spirituale. Gli fui accanto per almeno 6 anni quotidianamente, a Perugia a collaborare nello sviluppo del Movimento Nonviolento dal 1962 al 1968. Ogni giorno ci si incontrava per diverse ore – salvo quando era a Cagliari per l’insegnamento oppure io partecipavo ad alcune iniziative, marce antimilitariste o campi di lavoro – e si lavorava insieme.

Devo lamentare che non avevamo il tempo di discutere di princìpi. Il Movimento Nonviolento era in fasce, hai solo da dare la tetta e cambiarlo ma ci devi stare continuamente, mattina e pomeriggio dietro a questo fanciullino. Per cui la compresenza per esempio, idea religiosa fondamentale di Capitini, non l’abbiamo mai discussa. Però ci fu un flusso decisivo circa la sua presenza e attività.

Non potevo misurare l’influsso intellettuale della sua vicinanza, solo quello immediato, e il contatto con lui ti portava già in un’aria diversa. Non solenne, era molto cordiale e semplice, però subito ti sentivi trasportato in un’area superiore. Ad esempio, faceva sentire ogni nuovo venuto come se lo conoscesse da tempo. Un atteggiamento di grande finezza e bellezza, di grande rapporto umano.

C’è una pagina in «Vita religiosa» in cui dice di sé: «Dovessi guardare gli interessi fondamentali della mia vita riferirei due espressioni: familiarità e tensione. Non l’una senza l’altra. La familiarità senza tensione mi appare un abusare della vita prendendo volgare confidenza con tutto e la tensione senza la familiarità diventa durezza d’animo e verità scoscesa, solitaria e pericolosa a sé stessa, soggetta a inabissarsi nel vuoto che si fa intorno».

10 gennaio 1962, nascita del Movimento Nonviolento? Ah sì… ha gabellato…

Siccome pochi mesi prima, alla marcia PerugiaAssisi aveva visto la compresenza di diverse forze pacifiste, Capitini volle mantenere questa collaborazione mettendo in piedi la Consulta italiana per la pace formata da associazioni, non da persone. E allora ebbe a dover fondare… io non ne sapevo niente, non c’ero, non fatemi responsabile di questa mistificazione… il Movimento di cui fu subito presidente, formato da 3-4 amici in diverse città.

Io vivevo in Sicilia al Centro di sviluppo sociale di Danilo Dolci. In quel periodo, inizio del ’62, avvenne una delle tante altre crisi che avevano investito il Centro e io decisi con altri di abbandonare tutto, in dissenso con la politica autoritaria di Dolci. Capitini venne a saperlo e mi scrisse invitandomi a raggiungerlo a Perugia. Il lavoro era incentrato sulla Consulta italiana per la pace, tutta in mano ai Partigiani della pace, di influenza o espressione del partito comunista sia come ideologia che come capacità organizzativa.

L’attività della Consulta… Quando dici «per la pace» siamo fritti, insomma. Non consisteva in altro che convegni, riunioni, marce regionali. Sproloqui generici sulla bontà della pace. Bei sentimenti ma tutto finiva lì. Di presenza del Movimento Nonviolento non c’era nulla. Allora io gli dissi: «Guardi, a me non interessa questo bel lavoro».

Lui stesso soffriva di dove sottostare ma non c’era niente da fare. Io dicevo: «Dobbiamo sviluppare il Movimento Nonviolento in modo che possa pesare un minimo, se no devi sottostare ai diktat degli altri».

Pochi mesi dopo ci fu la prima bella riunione intitolata «Seminario sulle tecniche della nonviolenza» e subito si avviò il Movimento Nonviolento su due direttrici fondamentali – due sole, altrimenti si vuole abbracciare tutto e non si stringe niente -, una era il lavoro intellettuale, perché senza idee il lavoro è cieco, e l’altra l’azione, perché senza azione le idee sono sterili.

Sul piano intellettuale nacque la rivista «Azione Nonviolenta».

Sull’altro… Boh, si fece una riunione alla fine del seminario e io dissi: «Prenderei la responsabilità dell’azione ma non si sa ancora bene che azione è. Comunque qualcuno che voglia aderire alzi la mano». Ci furono quattro mani alzate.

Già nel settembre esordì il Gruppo di Azione diretta Nonviolenta che poi divenne una sigla storica: GAN. Si trattava di fare manifestazioni di piazza a contatto con la popolazione. Scegliemmo il tema dell’obiezione di coscienza.

La definizione di nonviolenza la traggo da Capitini. La nonviolenza è apertura – interesse, appassionamento, amore – all’esistenza, alla libertà e allo sviluppo di ogni essere vivente.

Credo sia il massimo che possiamo pensare e aspirare nel mondo e per il mondo. Resta un po’ indietro rispetto a una religione come la vostra che assicura l’eternità.

Capitini aveva cercato di portare la nonviolenza anche oltre a quel traguardo elaborando la teologia della compresenza, cioè che i morti continuano a vivere e a collaborare con noi viventi nella creazione dei valori: verità, bontà, giustizia, bellezza. Però anche quello è da discutere. Capitini stesso diceva: «Cosa volete che vi definisca la nonviolenza?, non è un dato scientifico che si possa misurare empiricamente. È come l’eternità, non è che ci siano tante garanzie. Comunque a me basta quello».

Io non so se basta. Dovrebbe bastare, questo orizzonte prospettato dalla nonviolenza. Poi non escludo il resto. Ma che sa il cuore? Appena un poco di ciò che è stato, e niente di quel che sarà».

dall’intervista di Roberto Rossi a Pietro Pinna (riduzione di Elena Buccoliero)