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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Sahel

di Pase Andrea

Il Sahel è un’ampia fascia latitudinale di terre poste tra il deserto del Sahara e le più umide zone sudanesi che attraversa tutta l’Africa dall’oceano Atlantico fino al Nilo. I Paesi interessati, interamente o solo per parte del loro territorio, sono molti: la Mauritania, il Senegal, il Mali, il Burkina Faso, il Niger, la Nigeria settentrionale, l’estremo nord del Camerun, il Ciad, il Sudan del nord.

Tre ordini di motivi ci portano a non «restare nei limiti».

Innanzi tutto, perché quei confini sono un’eredità coloniale, sono linee tracciate dalle potenze europee nel processo di appropriazione delle terre africane, poco o nulla rispettose del «contenuto» territoriale, umano, culturale di quei «contenitori» così creati.

In secondo luogo perché molti tratti della geografia e della storia unificano questa regione e solo una visione di insieme permette di coglierne i lineamenti essenziali.

Infine perché accadimenti e processi in questo momento attivi sono comprensibili solo mettendo in gioco una scala di analisi più ampia rispetto ai singoli territori statali.

Ciò che unisce, tra geografia e storia

La pioggia, innanzitutto. Perché la pioggia, concentrata in un’unica stagione, determina le possibilità di uso del territorio: se e cosa si può coltivare, quali animali possono essere allevati, quali insomma possono essere le opportunità di vita offerte all’uomo. Le frequenti siccità, spesso prolungate per anni, provocano crisi ambientali e sociali di vasta portata.

Le precipitazioni diminuiscono progressivamente da sud verso nord: dai 900 mm annui si arriva ai 150 mm annui, oltre si entra nel pieno deserto. Possiamo distinguere il «Sahel dei nomadi», all’incirca tra i 150 e i 400 mm: il dominio degli allevatori che inseguono i pascoli legati alle scarse piogge. Vi è quindi il «Sahel dei sedentari», tra i 400 e i 650 mm, dove l’agricoltura è possibile nella stagione delle piogge (miglio e arachide, in particolare) ma molto vulnerabile per l’incertezza delle precipitazioni; e infine troviamo la zona di transizione verso il clima sudanese, tra i 650 e i 900 mm: le colture si diversificano e l’ostilità climatica diviene meno stringente.

Un ruolo fondamentale in questo contesto è giocato dai grandi fiumi che attraversano i territori saheliani: il Senegal, il Niger, lo Chari-Logone e il Nilo. Tutti questi fiumi nascono in zone dove le precipitazioni sono intense: le loro piene annuali si espandono nelle pianure a valle, donando possibilità di pesca, pascoli per le mandrie transumanti, umidità per l’agricoltura al ritiro delle acque. Ecco allora che la valle del Senegal, il delta interno del Niger o gli yayré dello Chari e del Logone divengono luoghi privilegiati per la vita delle popolazioni: per gli agricoltori come per i pescatori, per i pastori come per i commercianti che navigano sulle grandi piroghe.

La via dei pellegrinaggi e le vie carovaniere verso il mediterraneo

Questo «corridoio» saheliano per lunghi periodi storici è stato riccamente innervato da flussi migratori, economici e culturali, che hanno favorito la diffusione dell’Islam come l’irraggiamento di lingue e di innovazioni tecniche: è la via dei pellegrinaggi verso la Mecca, il nastro di comunicazione che teneva insieme la catena di regni e città-stato che orlava il confine tra Sahel e area sudanese. Dal deserto si agganciavano al corridoio saheliano diversi itinerari transahariani, le vie carovaniere che collegavano l’Africa subsahariana alle coste del Mediterraneo: di lì passavano oro e schiavi verso nord; stoffe, armi, generi di lusso verso sud. I crocevia tra gli assi sahariani e quelli saheliani hanno favorito l’emergere di strutture centralizzate di potere: imperi, regni, sultanati che rispondono ai nomi di Ghana, Mali, Songhai, Kanem-Borno, Wadai, Darfur, Funj solo per citare alcuni tra i maggiori.

La vivacità politica, economica e culturale della zona saheliana dipendeva in buona misura dalla centralità di cui le sue città, i grandi centri di mercato (Djenné, Timbuctu, Gao, Kano…), godevano in questo intreccio di reti commerciali.

L’avvento della navigazione oceanica controllata dai mercanti europei ha però spezzato questa raffinata struttura di circolazione, rendendo il commercio transahariano marginale e costringendo l’intero Sahel nella condizione di periferia isolata, distante, emarginata dai più importanti flussi commerciali. La storia si sposta verso le coste, le città sui bordi del deserto si spengono, le ferrovie coloniali drenano le risorse verso l’oceano.

L’appropriazione delle terre saheliane da parte delle potenze europee, con l’individuazione di confini lineari a ritagliare i territori coloniali, completa la frammentazione della regione troncando legami antichi. Per quanto oggi tali confini risultino spesso «interiorizzati» nelle dinamiche politiche e identitarie delle popolazioni saheliane, è indispensabile non rimanere intrappolati nel disegno delle loro maglie.

I territori del Sahel oggi

Dal Senegal sino al Sudan oggi il Sahel è un mosaico di regioni povere, spesso poverissime, che entrano nell’obiettivo dei grandi attori dell’economia mondiale solo per ciò di cui ci si può appropriare: le risorse minerarie (petrolio e uranio, soprattutto) e le distese di terra fertile (land grabbing). Grandi nuclei urbani, con sterminate e desolate periferie, sono dispersi su spazi immensi, mal collegati da strade il cui manto asfaltato nel giro di pochi anni degrada al punto da renderle quasi impraticabili. L’agricoltura è sovente ancora quella della zappa corta, del debbio, di produzioni incerte, affidate al dono incerto della pioggia. La circolazione è affidata ai taxi-brousse, ai furgoncini colmi di gente e merci; ai camion carichi all’inverosimile che lentissimi percorrono le difficili strade; ai nugoli di motocicli fatti in Cina che invadono le vie della città e che giungono fino ai più remoti villaggi. I telefonini sono forse l’innovazione maggiore degli ultimi anni, con una diffusione rapidissima: su tutte le strade si vendono le schede con ricariche minime. Anche se con pochi franchi a disposizione, poter comunicare toglie dall’isolamento, unisce le periferie, permette l’organizzazione dei mercati. Poi la televisione: qui più che mai significa «vedere da distante», essendo incolmabile lo scarto tra la realtà quotidiana e l’opulenza che le reti trasmettono.

Questa la realtà in cui si dipanano gli eventi che oggi scuotono il Sahel: il lungo conflitto in Darfur, al confine tra Sudan e Ciad; gli attentati del gruppo terroristico Boko Haram nel nord della Nigeria e la sua infiltrazione nei paesi vicini; la destabilizzazione del Mali con il rientro dei militari prima arruolati nell’esercito di Gheddafi; la proclamazione dell’indipendenza dell’Azawad, la patria tuareg… Il Sahel è in ebollizione e il fondamentalismo islamico trova terreno fertile nelle masse emarginate. La risposta poliziesca e militare non può aprire a un nuovo futuro. Piuttosto è necessario provare a ritessere reti di relazione. Innanzi tutto superando i confini, non tanto per tracciarne di nuovi, ma piuttosto per favorire l’emergere di regioni transfrontaliere, capaci di dare spazio e legittimità a economie e culture poste a cavallo di Paesi diversi. O ancora per consentire una migliore gestione dei grandi fiumi internazionali, particolarmente importante in aree siccitose. Poi occorre ridare agibilità e sicurezza ai percorsi del corridoio saheliano, per collegare adeguatamente le diverse regioni dell’area. E infine si potrebbe riconnettere il Sahel al Mediterraneo, con strade attraverso il deserto, per ricostituire quella funzione strategica di contatto che per tanto tempo la fascia saheliana ha avuto nel sistema delle relazioni tra Africa ed Europa.

Andrea Pase
geografo, ricercatore,
università degli studi di Padova