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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Regime

di Cavadi Augusto

Uso opaco di un termine

Nei dizionari specializzati (come il prestigioso Dizionario di politica dell’Utet curato da Bobbio, Matteucci e Pasquino) il vocabolo regime non implica di per sé nessuna valutazione: né positiva né negativa. Esso, infatti, indica «l’insieme delle istituzioni che regolano la lotta per il potere» e l’insieme dei «valori che animano la vita di tali istituzioni» (Lucio Levi). Un regime può dunque essere monarchico o repubblicano; assoluto o costituzionale, democratico o dittatoriale… Anche di un’eventuale società autogestita si potrebbe asserire che viva in regime anarchico.

Come mai, allora, nel dibattito pubblico contemporaneo – almeno in Italia – il sostantivo «regime» ha acquistato una valenza tendenzialmente negativa, senza necessità d’essere accompagnato da aggettivazioni qualificative? La risposta più ovvia, e più convincente, è che il termine «regime» sia stato, di fatto, collegato non a tutte le fasi della storia italiana dall’unificazione del 1861 a oggi (fase monarchica, fase fascista, fase proto-repubblicana a prevalenza democristiana, fase deutero-repubblicana a prevalenza berlusconiana…) bensì, in maniera particolare, al ventennio mussoliniano. Ogni volta dunque che, a torto o a ragione, è sembrato che una certa fase della storia italiana si sia conformata ai tratti del regime fascista (con la riduzione del pluralismo dei partiti, la demonizzazione dell’opposizione, il controllo dei mezzi di informazione e dell’opinione pubblica, l’epurazione o l’emarginazione di intellettuali scomodi, la difficoltà crescente di un’alternanza al governo del Paese senza ricorso all’insurrezione popolare e al colpo di Stato…) si è parlato di «regime» tout court. È, insomma, come se il regime vigente dal 1922 al 1943 fosse diventato il regime per antonomasia, conferendo al vocabolo una valenza semantica spregiativa.

Parole indefinite, prospettive vuote

In generale confesso di non apprezzare il sequestro di una parola né se si tratta di esaltarla né se si tratta di adoperarla in senso svalutativo: i processi di enfatizzazione, di assolutizzazione monopolistica, sono sempre sospetti. Sarebbe dunque auspicabile che ci si riabituasse ad aggettivare di volta in volta il vocabolo «regime» per ragioni che travalicano il piano puramente linguistico. Infatti, se imparassimo a qualificare un certo «regime» che non ci piaccia, saremmo per così dire costretti a nominare l’alternativa: perciò a uscire dalla vaghezza degli slogan, dalla unilateralità della protesta senza l’onere della controproposta. Provo a spiegarmi con un esempio cronologicamente recente. Nei ultimi due decenni si è parlato di «regime» per significare la somiglianza fra la dittatura mussoliniana e l’egemonia politico-culturale della destra berlusconiana (preoccupandosi di evocare la tesi marxiana secondo cui nella storia certi fenomeni si danno la prima volta sotto forma di tragedia e la seconda sotto forma di farsa). Questa somiglianza si è data davvero? In quali tratti la democrazia italiana è stata come sospesa rispetto alle garanzie della carta costituzionale e in quali altri, invece, ha potuto continuare a funzionare? Domande interessanti a cui forse è prematuro rispondere. Ma, dalla nostra angolazione, importa sottolineare che quanti hanno invocato la fine del «regime», esonerandosi dall’aggettivarlo («berlusconiano»), si sono esonerati altresì dalla fatica di indicare per quale alternativa convenisse lottare. Invece la storia impone questa assunzione di responsabilità: se contesti un regime, non puoi farlo che in nome e in vista di un altro regime. Dunque devi aver chiaro in mente, e devi comunicare con efficacia, quale «insieme di istituzioni» e quale «insieme di valori» vorresti che subentrassero alle istituzioni e ai valori vigenti. L’opposizione al «regime» berlusconiano è stata palesemente carente di queste contro-proposte alternative: molti sono stati bravi nell’urlare contro lo strapotere di un imprenditore in perenne conflitto d’interesse che è riuscito a cumulare nelle proprie mani poteri (economico, politico, culturale) che in regimi democratici dovrebbero restare categoricamente separati; ma pochi hanno usato gli spazi residui per destrutturare quella egemonia.

Risposte possibili a proteste inconcludenti

Come mai questa distanza fra il vigore della protesta e la debolezza dell’azione politica quotidiana? Nessuna delle due risposte possibili è incoraggiante. a prima: i «regimi» ingiusti si edificano sui vuoti dei regimi giusti, o meno ingiusti. Il culto della personalità si radica dove si è prima diffusa la mentalità della delega; il populismo dove si è prima diffusa la mentalità clientelare; il conformismo dove si è prima mortificata ogni espressione di originalità. Se la strategia di resistenza fallisce è perché costruire una cultura della partecipazione, della responsabilità personale, del senso critico è faticoso: non si improvvisa né la si attua in poche mosse.

Una seconda risposta possibile è ancora più inquietante: chi si oppone a un regime ingiusto forse, sotto sotto, vorrebbe solo sostituirsi al pilota senza cambiare la macchina. Nel nostro caso concreto, l’ipotesi scoraggiante è che l’opposizione «progressista» al regime berlusconiano, in fondo in fondo, abbia condiviso le alterazioni istituzionali e i principi etici del «regime» che contestava. Che certe caratteristiche istituzionali (per esempio il ruolo eccessivo riconosciuto dal «Porcellum» alle dirigenze dei partiti nella scelta dei candidati al Parlamento) e che certe tavole di valori (la difesa dei privilegi degli Occidentali rispetto al resto del pianeta, l’accettazione delle sperequazioni economiche all’interno di ogni Paese occidentale, la subordinazione della legalità agli interessi dei più forti, l’uso della sessualità come strumento di ascesa sociale e come merce di lusso…) non siano state rifiutate in sé stesse, ma solo perché monopolizzate da un concittadino più furbo e più spregiudicato degli altri. Se questa ipotesi fosse, almeno parzialmente, vera, il presente e il futuro dell’Italia sarebbero assai poco rosei: l’uscita di scena di un determinato protagonista, per quanto carismatico e influente, potrebbe non coincidere con il superamento di un «regime» sostanzialmente ingiusto. Una concezione corretta e completa della nozione di «regime» può dunque avvertirci di un rischio: che l’eclissi di Berlusconi venga illusoriamente scambiata per l’eclissi del berlusconismo, inteso come sistema di valori sulla base dei quali esercitare il potere politico.