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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Rifugiati

di Lugli Daniele

Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro dell’immigrato-terrorista. Tutte le potenze della vecchia Europa – a costo di squassarne la fragile, insufficiente, preziosa unità – si sono mobilitate in una sacra caccia, rinfacciandosi reciprocamente responsabilità. È già successo e Marx ci aveva aperto il suo Manifesto: Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi. Ci sono dunque tutti i loro degni successori in questa nuova caccia. Si aggiungono, anche in questo caso, gli Stati Uniti. Non c’è più il Papa. È la sola buona notizia.

I conti con l’esperienza che si diceva comunista, e che non vi è ragione di rimpiangere, si sono chiusi, almeno pare, rigettando ogni aspirazione all’eguaglianza. Ne risulta una feroce, diversificata, crescente stratificazione sociale, castale si potrebbe dire, dettata dall’inappellabile giudizio dei mercati. Una guerra mondiale, combattuta a pezzi, ne preserva la struttura e produce profughi che approdano anche da noi in cerca di asilo, aggiungendosi alla corrente migratoria spinta dal bisogno e dalla speranza. Il loro arrivo ci serve così in molti modi. Nei paesi come i nostri, in forte crisi demografica, portano forza lavoro necessaria e utile e assieme indirizzano paura e odio verso un capro espiatorio ideale, mentre i principali artefici della nostra ormai cronica insicurezza e ansia sono lontani, inaccessibili, fuori dalla nostra vista.

L’identificazione rifugiato, immigrato, giovane concittadino di origini straniere e terrorista è il miglior regalo che si possa fare al terrorismo. I comportamenti che ne conseguono portano proprio al risultato che si era dato come presupposto.

Cose da fare

Una prima cosa da fare sarebbe smetterla con la guerra. «Questo è un conflitto decentralizzato e prolungato, che sopravvive ai suoi leader, all’illusione di effimere occupazioni territoriali come in Afghanistan o Iraq, ai bombardamenti con i droni: la vecchia guerra al terrorismo «all’americana» non solo non ci ha reso più sicuri, ma l’ha portata in casa nostra» ha scritto giustamente Alberto Negri. Ogni giorno ne abbiamo tragiche e crescenti conferme. Invece di «aiutarli a casa loro» come spesso si dice e non si pratica, li ammazziamo o aiutiamo ad ammazzarsi «a casa loro», meravigliati, se non indignati, che i sopravvissuti cerchino rifugio anche presso di noi.

Una seconda cosa da fare è offrire dunque l’asilo che la nostra Costituzione prevede, nei suoi principi fondamentali, all’articolo 10: Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Lo dice pure l’art. 14 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni, e secondo la Convenzione di Ginevra ha diritto d’asilo il perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche. La Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea ne tratta all’art. 18 ribadendo il diritto all’asilo.

Nel 2015 guerra e persecuzioni hanno portato a un significativo aumento delle migrazioni forzate nel mondo, che hanno toccato livelli mai raggiunti in precedenza e comportano sofferenze umane immense. Secondo l’ultimo rapporto annuale pubblicato dall’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, l’ondata di rifugiati che a noi pare inarrestabile e insostenibile, è assorbita per il 39% da Medio Oriente e Africa del Nord, per il 29% dal resto dell’Africa, per il 14% da Asia e Oceania, per il 12% dalle Americhe, così che all’Europa resta solo il 6%. Invece di garantire un comune diritto d’asilo europeo, evitando muri e barriere interne che ci fanno uscire tutti quanti da un’Europa degna di questo nome, si è preferito fare altro: prima si è prezzolato un feroce dittatore libico, perché trattenesse, violentando, torturando, sfruttando in ogni modo i disperati in attesa di un passaggio in Europa e, una volta liquidatolo, appoggiando non meno crudeli insorti con in quali l’accordo appare più problematico per le loro divisioni e connivenze con chi contrabbanda in esseri umani. E, vista anche la maggior provenienza per il conflitto siriano e non solo, si è appaltato il medesimo compito al sultano turco.

Una terza cosa da fare è assicurare la possibilità di raggiungere l’Europa senza affidarsi a reti criminali, come ora il 90% dei rifugiati, o migranti che siano, è costretta a fare. Importanti sono i corridoi umanitari, come mostra l’esperienza in corso nel nostro Paese, grazie a Chiesa valdese e Comunità di Sant’Egidio. Decisiva è una politica europea di asilo e controllo dei flussi sostituendo legalità a illegalità criminale. A questa conclusione è peraltro pervenuto il non abbastanza ascoltato Epsc (European Political Strategy Centre) della Commissione Ue che si è in particolare occupato della sicurezza delle frontiere europee, che nessun muro o reticolato può evidentemente garantire.

Una quarta cosa è accoglierli come meglio possiamo: nelle case e non in centri semidetentivi («La casa è un mezzo a ospitare» scrive Capitini in Colloquio corale, 1956), anche in famiglia, secondo un progetto di accoglienza avviato anche in Italia, all’interno del Progetto ministeriale per i richiedenti asilo; nelle scuole e nel servizio civile volontario, assicurando formazione assieme ai loro coetanei italiani, nelle esperienze più significative.

Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro dell’immigrato-terrorista. Tutte le potenze della vecchia Europa – a costo di squassarne la fragile, insufficiente, preziosa unità – si sono mobilitate in una sacra caccia, rinfacciandosi reciprocamente responsabilità. È già successo e Marx ci aveva aperto il suo Manifesto: Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi. Ci sono dunque tutti i loro degni successori in questa nuova caccia. Si aggiungono, anche in questo caso, gli Stati Uniti. Non c’è più il Papa. È la sola buona notizia.

I conti con l’esperienza che si diceva comunista, e che non vi è ragione di rimpiangere, si sono chiusi, almeno pare, rigettando ogni aspirazione all’eguaglianza. Ne risulta una feroce, diversificata, crescente stratificazione sociale, castale si potrebbe dire, dettata dall’inappellabile giudizio dei mercati. Una guerra mondiale, combattuta a pezzi, ne preserva la struttura e produce profughi che approdano anche da noi in cerca di asilo, aggiungendosi alla corrente migratoria spinta dal bisogno e dalla speranza. Il loro arrivo ci serve così in molti modi. Nei paesi come i nostri, in forte crisi demografica, portano forza lavoro necessaria e utile e assieme indirizzano paura e odio verso un capro espiatorio ideale, mentre i principali artefici della nostra ormai cronica insicurezza e ansia sono lontani, inaccessibili, fuori dalla nostra vista.

L’identificazione rifugiato, immigrato, giovane concittadino di origini straniere e terrorista è il miglior regalo che si possa fare al terrorismo. I comportamenti che ne conseguono portano proprio al risultato che si era dato come presupposto.

Cose da fare

Una prima cosa da fare sarebbe smetterla con la guerra. «Questo è un conflitto decentralizzato e prolungato, che sopravvive ai suoi leader, all’illusione di effimere occupazioni territoriali come in Afghanistan o Iraq, ai bombardamenti con i droni: la vecchia guerra al terrorismo «all’americana» non solo non ci ha reso più sicuri, ma l’ha portata in casa nostra» ha scritto giustamente Alberto Negri. Ogni giorno ne abbiamo tragiche e crescenti conferme. Invece di «aiutarli a casa loro» come spesso si dice e non si pratica, li ammazziamo o aiutiamo ad ammazzarsi «a casa loro», meravigliati, se non indignati, che i sopravvissuti cerchino rifugio anche presso di noi.

Una seconda cosa da fare è offrire dunque l’asilo che la nostra Costituzione prevede, nei suoi principi fondamentali, all’articolo 10: Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Lo dice pure l’art. 14 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni, e secondo la Convenzione di Ginevra ha diritto d’asilo il perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche. La Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea ne tratta all’art. 18 ribadendo il diritto all’asilo.

Nel 2015 guerra e persecuzioni hanno portato a un significativo aumento delle migrazioni forzate nel mondo, che hanno toccato livelli mai raggiunti in precedenza e comportano sofferenze umane immense. Secondo l’ultimo rapporto annuale pubblicato dall’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, l’ondata di rifugiati che a noi pare inarrestabile e insostenibile, è assorbita per il 39% da Medio Oriente e Africa del Nord, per il 29% dal resto dell’Africa, per il 14% da Asia e Oceania, per il 12% dalle Americhe, così che all’Europa resta solo il 6%. Invece di garantire un comune diritto d’asilo europeo, evitando muri e barriere interne che ci fanno uscire tutti quanti da un’Europa degna di questo nome, si è preferito fare altro: prima si è prezzolato un feroce dittatore libico, perché trattenesse, violentando, torturando, sfruttando in ogni modo i disperati in attesa di un passaggio in Europa e, una volta liquidatolo, appoggiando non meno crudeli insorti con in quali l’accordo appare più problematico per le loro divisioni e connivenze con chi contrabbanda in esseri umani. E, vista anche la maggior provenienza per il conflitto siriano e non solo, si è appaltato il medesimo compito al sultano turco.

Una terza cosa da fare è assicurare la possibilità di raggiungere l’Europa senza affidarsi a reti criminali, come ora il 90% dei rifugiati, o migranti che siano, è costretta a fare. Importanti sono i corridoi umanitari, come mostra l’esperienza in corso nel nostro Paese, grazie a Chiesa valdese e Comunità di Sant’Egidio. Decisiva è una politica europea di asilo e controllo dei flussi sostituendo legalità a illegalità criminale. A questa conclusione è peraltro pervenuto il non abbastanza ascoltato Epsc (European Political Strategy Centre) della Commissione Ue che si è in particolare occupato della sicurezza delle frontiere europee, che nessun muro o reticolato può evidentemente garantire.

Una quarta cosa è accoglierli come meglio possiamo: nelle case e non in centri semidetentivi («La casa è un mezzo a ospitare» scrive Capitini in Colloquio corale, 1956), anche in famiglia, secondo un progetto di accoglienza avviato anche in Italia, all’interno del Progetto ministeriale per i richiedenti asilo; nelle scuole e nel servizio civile volontario, assicurando formazione assieme ai loro coetanei italiani, nelle esperienze più significative.

Nell’estate del ’68 – solo nell’anno ’80 gli immigrati nel nostro Paese superano i nostri emigrati – Capitini, morto nell’autunno dello stesso anno, su Azione Nonviolenta evoca le moltitudini di donne, giovinetti, folle del Terzo Mondo, che entrano nel meglio della civiltà, che è l’apertura amorevole alla liberazione di tutti. E allora perché essere così esclusivi (razzisti) verso altre genti? Ormai non è meglio insegnare, sì, l’affetto per la propria terra dove si nasce, ma anche tener pronte strutture e mezzi per accogliere fraternamente altri, se si presenta questo fatto? La nonviolenza è un’altra atmosfera per tutte le cose e un’altra attenzione per le persone e per ciò che possono diventare.

Nell’estate del ’68 – solo nell’anno ’80 gli immigrati nel nostro Paese superano i nostri emigrati – Capitini, morto nell’autunno dello stesso anno, su Azione Nonviolenta evoca le moltitudini di donne, giovinetti, folle del Terzo Mondo, che entrano nel meglio della civiltà, che è l’apertura amorevole alla liberazione di tutti. E allora perché essere così esclusivi (razzisti) verso altre genti? Ormai non è meglio insegnare, sì, l’affetto per la propria terra dove si nasce, ma anche tener pronte strutture e mezzi per accogliere fraternamente altri, se si presenta questo fatto? La nonviolenza è un’altra atmosfera per tutte le cose e un’altra attenzione per le persone e per ciò che possono diventare.

Daniele Lugli
esponente del movimento nonviolento