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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Tradizione

di Gaiani Alberto

Tradizione è una parola scivolosa. La diciamo o la sentiamo dire e già sentiamo qualcosa che si muove. Un moto di ripulsa, un senso di appartenenza, una battaglia da vincere, un dovere da ottemperare. Tutti siamo dentro a una tradizione o, forse, dentro a più tradizioni. Quello che siamo deve tanto – tanto, non tutto – al luogo e al tempo in cui siamo nati, alla lingua che abbiamo sentito sin da piccoli, ai modelli culturali che da sempre abbiamo avuto davanti agli occhi.

Intorno a una certa idea di tradizione sono stati organizzati movimenti politici e religiosi, partiti e chiese, sette e tifoserie. Di volta in volta la tradizione è stata una spada da brandire, un’identità da rivendicare, una parola da conservare e molto altro ancora. E il punto è proprio qui. Che cosa significa dire «una certa idea di tradizione»? Quante idee sono in circolazione? E che effetti producono?

In Contro le radici Maurizio Bettini mostra come l’idea di tradizione abbia avuto un ruolo nella storia dell’uomo soprattutto come fondamento per la rivendicazione di un’identità di gruppo. Ci siamo «noi» e ci sono «loro». Noi veniamo da una certa storia, loro no; noi facciamo le cose in un certo modo, loro no; noi abbiamo determinati valori, loro no. L’appello alla tradizione fa da collante verso l’interno e da linea di confine verso l’esterno. C’è un dentro e c’è un fuori.

Questo dentro e questo fuori non sono semplici descrizioni di uno stato. In modo automatico portano con sé una valutazione morale, una classifica di merito. Chi sta nel noi ha un certo statuto morale, sociale e politico, che gli deriva – guarda un po’ – dalla semplice appartenenza a un contesto e dall’adesione ai precetti elementari che in questo contesto vengono chiamati tradizione. Chi non appartiene al «noi» non può avanzare pretese o rivendicare diritti. È esterno ed estraneo alla tradizione. Per quanto faccia e dica non sarà mai come «noi». Forse potremo concedergli qualcosa, ma non molto di più.

L’identità collettiva (e in certi casi anche quella individuale) spesso viene considerata un prodotto di una tradizione che accomuna gli appartenenti a un certo gruppo. I contorni di questa identità li si pretende stabili e solidi, e infatti per parlarne si usano metafore che introducono un’idea di gerarchia: le radici di un albero di cui noi occupiamo le propaggini più alte o una vetta a cui tendere.

Il corollario implicito di questa concezione di tradizione è che esiste una tradizione vera, da conservare o da rinvigorire nonostante i cambiamenti in peggio che il trascorrere del tempo comporta. Un’origine pura, che nel tempo è stata persa, dimenticata, tradita.

A guardare bene però la tradizione è tutt’altro che stabile e solida. È continuo cambiamento, sempre reinventata attraverso il contributo dei singoli e delle generazioni che si succedono e che si rispecchiano in essa. Non esiste una tradizione ferma, ingessata, ipostatizzata. Una tradizione intesa in questo modo è morta: incapace di portare frutto, cioè di generare senso e identità. La tradizione per essere quello che è deve stare in piedi, tonica, in incessante movimento. Tradire sé stessa a ogni passo, superandosi continuamente mediante piccoli scarti, innovazioni, aggiunte, revisioni, correzioni, aggiustamenti. È un processo di creazione continua. Evoluzione creatrice.

La conclusione – forse ovvia, forse dolorosa – che discende da tutto ciò è che la nostra idea monumentale di tradizione è una finzione. Una storiella che ci raccontiamo per rassicurarci quando abbiamo paura dell’ignoto e del compito che ci attende. Ma questa è una verità soltanto a metà. A ben vedere, se apriamo gli occhi su ciò che è davvero la tradizione non troviamo soltanto una minaccia nascosta, un appello ad affrontare un’impresa immane, un attestato di indegnità (i bei tempi andati, guarda come erano bravi allora, mala tempora currunt). Ci troviamo di fronte, nudi e crudi, a quello che siamo chiamati a fare. Inventare, impegnarsi, lavorare, provare a fare qualcosa di buono. Magari qualcosa di piccolo. Ma buono, per quanto si può.