Fare la verità attraverso l’amore

Jacques Maritain o dell’amicizia

In questa rubrica abbiamo intrapreso a parlare di personaggi che, propostici dalle ricorrenze o da altre circostanze, si affiancano a noi come compagni nel nostro cammino verso la liberazione, rafforzando il nostro impegno della novità e della rottura. Sono testimoni privilegiati sul senso del mondo e della storia con i quali vogliamo camminare insieme per un tratto di strada, chiedendo loro che ci spieghino nuovi significati delle cose, con la speranza che il nostro cuore arda alle loro parole, come successe agli smarriti viandanti di Emmaus.

Perché di Maritain nessuno più parla?

Di queste figure, una ci è passata accanto senza che ce ne accorgessimo. Si tratta di Jacques Maritain, del quale nel 2003 ricorreva il trentesimo anniversario della morte.
Non ce ne siamo accorti perché stranamente nessuno ne ha parlato, nessuno dei bollettini di Chiesa e nessuno dei giornali, compresi quelli della «sinistra». Eppure al pensiero di Maritain si sono formate intere generazioni di cattolici impegnati nella politica e nel sindacato; eppure gli scritti di Maritain hanno costituito un riferimento riconosciuto per la resistenza europea contro il nazismo (si pensi a De Gaulle che lo avrebbe voluto accanto a lui nel suo governo all’estero) e una risorsa intellettuale, etica, religiosa dentro e fuori della Chiesa, particolarmente nel dopoguerra e nel periodo del Concilio (Paolo VI subì costantemente l’ascendente della sua filosofia).
Perché allora di Maritain più nessuno parla? Forse perché non lo si conosce adeguatamente. A lui si pensa prevalentemente come al filosofo che riattualizzò il pensiero di S. Tommaso d’Aquino, reinterpretandolo in un numero imponente di opere di metafisica, di filosofia della religione, di etica pubblica, di epistemologia, di filosofia politica…, oggi largamente misconosciute come antimoderne. I più lo ricordano per la sua opera principale, Umanesimo integrale, alla quale Maritain affidò il compito di rivalutare la persona umana come una totalità da considerarsi un fine e non un mezzo, perché dotata di un destino trascendente e perché partecipante al bene comune della società.
Maritain, però, non è stato solo (e vorrei dire principalmente) un filosofo. Joseph de Touquédec lo descrive così: «Maritain è un composto originale di intransigenza e di dolcezza, di intellettualismo sfavillante e di profondo misticismo. È questo che affascina. E poi, a coloro che vengono a chiedergli aiuto, svela ancora un’altra cosa: una carità fraterna, che interpreta tutto in positivo fino ai limiti del possibile e un partito preso di indulgenza verso ogni debolezza umana, congiunti, per alleanza naturale, alla preoccupazione di gettare i malati nel bagno di luce pura che è il solo a poterli guarire». È questa la descrizione più vera di un uomo in cui ricerca intellettuale e vita spirituale si fondevano perché armonizzati nel perseguimento di un unico fine, che consisteva contemporaneamente nel bene personale e in quello comune. In questa luce si può meglio comprendere l’idea di umanesimo integrale. L’umanesimo integrale non può essere ridotto a un concetto filosofico, o ad una via intermedia tra invidualismo e «socialismo» (come è stato fatto), quanto piuttosto a un progetto complessivo di vita individuale e colletiva in cui ad essere messo in questione è l’uomo in tutta la sua complessività.

Sono dove amo e sono amato

Maritain è incomprensibile al di fuori della rete complessa di relazioni, che si è intessuta attorno alla sua persona e che ha fatto della sua casa un porto per molti naufraghi dello spirito, dove si assaporava il gusto della forza intellettuale e della ricerca della verità, dove ciascuno era invitato a offrire se stesso agli altri. Nella casa di Maritain c’era posto per tutti, non c’era nulla che limitasse l’accoglienza e l’ospitalità: non le idee religiose, filosofiche o politiche, non i costumi di vita (anche quelli più scandalosi), non i sentimenti…
Maritain, però è soprattutto incomprensibile senza la moglie Raïssa. «Dopo che Raïssa ha lasciato la terra- dirà di lei-, ho perso la memoria di tutto il tessuto concreto della mia vita». I due si conobbero all’Università e diventarono presto inseparabili. Scoprono, fin dall’inizio, di avere le stesse preoccupazioni profonde, di essere tormentati dalle stesse domande e animati dallo stesso desiderio di verità. Trovano che la filosofia è incapace di fare luce sul significato dell’universo e perciò un giorno decidono che, se entro l’anno, non si fosse loro svelato il senso della vita «con una rivelazione di nuovi valori così chiara da provocare la nostra adesione totale», «la soluzione sarebbe stata il suicidio. […] Se non era possibile vivere secondo la verità, volevamo morire per un libero rifiuto».
Comincia qui il cammino di una coppia che si forma attraverso uno stesso desiderio di assoluto, una fusione attraverso la speranza più grande. Lo scrittore Julien Green li definirà per l’appunto «pellegrini dell’assoluto». A indicare loro la strada della salvezza sarà Léon Bloy, il poeta “disperato”, che aveva terminato una delle sue opere più famose con la frase rimasta celebre:«Non c’è che una tristezza, quella di non essere santi».
Fin dal primo istante il loro accordo è «perfetto e irrevocabile». Con i suoi codici discreti, la loro relazione non cesserà di tendere verso la perfezione dell’amore, in un sogno di bellezza e di assoluto. «Una unione senza ombra di sottomissione», vivificata da una ricerca sempre rinnovata, un’armonia sottolineata dal voto di castità come modo di vivere più intensamente la vita di coppia. È l’amour fou. Jacques scriverà: «Siamo in due a vivere l’eterna vibrazione che passa attraverso la notte. Da soli!». E alcuni anni dopo: «Se desiderate sapere dove mi trovo, non cercatemi dove sono, ma cercatemi dove amo e sono amato, nel cuore della mia Raïssa benedetta».
In una lettera del 1931, la chiama «mia pecorella, mia deliziosa colomba» e le confessa: «Ti amo, mia cara Raïa, ti stringo tra le braccia, ti dico e ti ripeto che sei benedetta, bellissima amata da Dio e amica di Gesù. E io sono il tuo piccolo Jacques», «Il fatto di vederti esime dal cercare argomenti per provare l’esistenza dell’anima».
E lei, lei è cosciente di essere determinante nell’orientare il pensiero di Jacques, e, nel tenere viva questa fiamma, vede una delle poche ragioni per «vivere in questo mondo».
È questo un aspetto davvero inatteso nel filosofo de I gradi del sapere, nel professore dell’Institut Catholique, nell’ambasciatore della Francia presso la Santa Sede.

La ricerca della verità attraverso l’amicizia

Anche se in gradi e forme diverse, sarà questo fascino a contrassegnare il rapporto di Jacques Maritain con le persone che incontra. Il filosofo delle sfide e delle controversie è essenzialmente una persona che crede profondamente nell’amicizia.
Le persone che si avvicinano ai Maritain avvertono di entrare immediatamente a far parte delle loro esistenze, della loro ricerca di assoluto. Di essere considerati come luci che si affacciano sulla tenebre, anche se era vero l’opposto. È per il rispetto di cui si sentono avvolti, che gli amici dei Maritain si lasciano tendere intorno reti invisibili di interventi rivolti a ricondurli alla casa del Padre, perché sanno che sono «unicamente intessute con i fili dell’amore», come si esprime il musicista Massis.
I rapporti di amicizia dei Maritain sono narrati in un libro di successo di Raïssa: I grandi amici. Basterebbe scorrere l’elenco dei frequentatori della loro villa di Meudon per percepire immediatamente l’importanza di questa esperienza unica: Bergson, Bloy, Péguy, Cocteau, Massis, Julien Green, Mauriac e tanti altri.
A dare l’impronta di un modo di vivere la relazione con gli altri, è il rapporto che lega Jacques Maritain a Henri Psichari negli anni del liceo. I due sono inseparabili al punto che l’uno sembra allontanarsi dall’altro solo per ritrovarlo più in profondità.
Maritain è allora un socialista dreyfusardo e antiborghese che intrattiene con Psichari uno scambio culturale mirato alla realizzazione di sogni di estremismo politico, di critica della società e della religione: «Senza di te non sono nulla». Gli scrive. «Tu sei il Centro, il Fuoco, il Corpo, l’Idea. Tu sei la luce e io il riflesso. […] Per mille anni, gli uomini si combatteranno e moriranno. Ma noi invece avremo assimilato la Morte…».
In ogni rapporto con l’altro, i Maritain esprimono curiosità, la voglia di cercare insieme la verità, un’attesa sacra. Cercano risposte, danno e ricercano aiuto, offrono e chiedono forza nell’avvenire. Convinti che non si aiutano le persone se non si diviene loro amici, i Maritain diventano amici di peccatori e naufraghi di ogni specie e non saranno mai loro e infrangere il vincolo, che, all’opposto, si sforzeranno sempre di rinsaldare, pur nella coscienza dei pericoli che possono correre nei confronti dei «giusti». È il caso, per esempio, del rapporto con Cocteau, con M.Sachs, con Green e altri.
L’amicizia che i Maritain offrono è un’amicizia su cui si potrà sempre contare perché ancorata nell’unica risorsa divina. E la casa che acquisteranno a Meudon avrà le caratteristiche del posto accogliente, del luogo dell’incontro, dove ciascuno degli ospiti «era alla ricerca di un tesoro spirituale: una guida, un consiglio, un incoraggiamento o la soluzione di un problema. Gli abitanti della villa di rue du Parc si dedicavano ad un apostolato costante. Non offrivano solo il loro tempo; offrivano se stessi a ciascuno di noi. C’era nel loro cuore, così come nella loro casa, posto per tutti».

L’uomo incomprensibile

Jacques Maritain non era il freddo filosofo che siamo usi immaginare, una guida «ideologica», un intransigente difensore del cattolicesimo e del dogma. Era un uomo timido e riservato, che non forzava nessuno a seguirlo; assomigliava, come hanno testimoniato le persone che lo frequentavano, più ad uno studente che a un professore. E tuttavia «era in grado di sconvolgere l’anima di un uomo nel giro di pochi secondi». Non lo faceva attraverso le argomentazioni, ma attraverso una specie di radiazione, che era la «fiamma della carità».
Alla fine della sua vita, dopo la morte di Raïssa, Maritain si ritirerà a vivere tra i piccoli fratelli di Charles de Foucauld a Tolosa. Avrà come abitazione una piccola stanza in una baracca d’assi, con un letto, un tavolo e un piccolo tegame.
Mauriac, dopo averlo incontrato, scriverà: «È incredibilmente lo stesso: ha l’età della sua anima e ne ha anche l’aspetto, se c’è un aspetto dell’invisibile!». E lui gli risponderà: «Grazie di tutto ciò che ha detto dell’anima (…). I poveri cretini che fanno i furbi gettandola nella spazzatura credono di capire l’uomo, ma non sanno che l’uomo è incomprensibile perché la sua anima è a immagine di Dio, l’Incomprensibile. (…) Coloro che pensano di capire l’uomo con la scienza sono destinati a sfociare nell’ ”uomo che è morto”, come dichiarano oggi i loro filosofi».
Credo che leggere l’esperienza di Maritain nella sua complessità, contribuisca non solo a meglio comprendere chi era il grande intellettuale francesce, ma anche a capire meglio la sua idea di umanesimo integrale.