Adelaide e la conquista dell’asfalto

La storia e la vita di Adelaide appartengono fino in fondo al popolo carioca. Sono nello stesso momento il paradigma della sofferenza e la rappresentazione della dignità e della forza di una donna. Avendo conosciuto soltanto per qualche ora Adelaide, posso dare retta all’istinto che mi permette di intuire l’umanità degli altri, apprezzandola o detestandola a partire dalla qualità dell’incontro che ho avuto.
E un essere umano come Adelaide non può che incantare, prima di tutto perché comunica una forza interiore e una superiorità che intimidiscono chiunque. Suscita ammirazione e incute rispetto.
Ho visto Adelaide per la prima volta di sfuggita quasi tre anni fa nella favela di Manguinhos e confesso che l’immagine della favela aveva oscurato la sua. Troppo forte e brutale per consentirmi di leggere anche dentro le persone che incontravo. Poi l’ho rivista alla festa nazionale di Macondo nel 1997, dove lei, donna del popolo, aveva saputo parlare davanti a giudici e professori senza nemmeno dare l’impressione di tremare per la paura. Dirà poi che, per l’emozione, aveva il corpo per metà caldo e per metà freddo e questo le conferisce ancora di più una grande umanità, poiché la semplicità e la chiarezza del suo linguaggio comunicavano con esemplare freschezza, oltre la tensione del momento, le storie quotidiane di impegno coraggioso per la dignità dei poveri: la cooperativa, l’attività educativa, l’abilità nel guadagnare rispetto e attenzione da tutti nella favela.
E infine l’ho rivista per l’ultima volta nel 1998. Ringrazierò per sempre la mia amica Maria: “Egidio, vai a trovare Adelaide. Falle capire che io la stimo molto”. Per me Maria è come Garibaldi, eroe al di qua e al di là dell’Atlantico. Potevo forse dire di no? Mi sono detto che, se Adelaide si era meritata la stima di Maria, c’era sicuramente un motivo in più per crederci.
E sono andato. Anzi, siamo andati.
La visita che abbiamo fatto in cinque alla casa di Adelaide resterà uno dei ricordi più belli dell’ultimo viaggio. Adelaide abita da poco a Olaria, un quartiere che, per quanto anonimo, è pur sempre un quartiere e non una favela. Questo è molto importante, perché Adelaide ha lasciato da poco la favela dove ha abitato dalla nascita e ha scelto di viverne fuori, lasciandosi alle spalle le garanzie paradossali di un mondo chiuso e protettivo come quello della favela, il quale si è dato da tempo le sue regole feroci e implacabili, ma anche un sistema che tutela ordine e sicurezza in un angolo di mondo che sembra sempre caotico e confuso e che, in realtà, rende chi ci vive incapace di staccarsi e di uscirne. Il favelado ha bisogno della favela, perché, quando ne sta fuori, non è e non sarà mai nulla.
Dalla voce di Adelaide i bimbi e i ragazzi della favela sono sicuri tra le braccia della madre-favela e sono timidi e tremanti quando ne sono fuori, impossibilitati perfino a camminare per le vie del centro e incapaci di comprarsi da soli un gelato. La violenza della favela, che le ha portato via brutalmente il marito e l’ha lasciata sola con tre figli, è la legge di una madre forte e spietata che intimidisce e punisce i propri figli.
Figlia della favela, Adelaide ha tenuto alta la testa, ha lavorato onestamente, ha cresciuto i figli, ha respinto le lusinghe e le minacce di un modello sociale che avrebbe potuto e voluto approfittare del suo bisogno, ma soprattutto ha reagito, affermando quotidianamente la sua dignità e il suo riscatto e facendolo con gli altri. Lavorando prima con il CCAP e poi all’interno dei progetti di alfabetizzazione e di educazione alla salute, Adelaide ha rotto il fronte della rassegnazione e della paura. Ma non le è bastato.
Dunque Adelaide se ne è andata dalla favela e ora vive a Olaria, dove finalmente ha conquistato l’asfalto.
L’asfalto rappresenta, per i favelados di Rio, il mondo affascinante, misterioso e pieno di incognite dei potenti. Là nell’asfalto, dove le case sono case e le strade sono strade, non c’è più la madre-favela e la miseria non è più l’alibi che spesso protegge e difende.
Conquistare l’asfalto significa anche un po’ tradire una causa fine a sé stessa, uno “status” imposto dal cinismo dei ricchi, significa ingaggiare una lotta nuova, in solitudine. Per Adelaide non deve essere stato facile, così come non deve essere stato facile vincere da sola il pregiudizio di chi l’ha controllata con maggiore attenzione alla dogana perché donna, nera e brasiliana. E deve essere stato ancora meno facile difendersi da qualche idiota che, in Italia, quando vede una donna nera brasiliana, a tutto pensa fuorché a una persona forte, intelligente, dignitosa e coraggiosa.
Però ci è riuscita.
Il viaggio in Italia le ha consentito di cambiare vita, di qualificare meglio il rapporto con gli altri e di accelerare i tempi della decisione di uscire dalla favela. Oggi intreccia il suo lavoro in casa con un altro lavoro di rieducazione della donna a Ipanema, nel Morro do Cantagalo e nel Morro da Pedreira, e scambia l’affitto che riceve dalla sua casa di favela con quello che paga a Olaria. Vivendo in un paese dove la vita non vale niente, per me Adelaide non vale soltanto per le azioni che compie ogni giorno, ma per la risposta che rappresenta ogni giorno a un sistema di morte e di sfruttamento, preferendo i passi lunghi e difficili all’accettazione passiva di un disegno perverso di esclusione e di annientamento.
Dopo averla vista e ascoltata, confido che provo ancora la timidezza che si sperimenta davanti alle persone importanti. Però credo che sia giusto così. Se laggiù la vita resiste, è anche perché vivono ancora donne come lei.