Betinho, una persona semplice, addirittura esagerata

Alla ricerca di un volto, non di un modello

Come parlare di Betinho senza cadere nel banale?
Quando ho pensato di scrivere alcune righe, mi sembrava la cosa più facile del mondo. Ci sono tante cose da dire su lui! Tanto è stato scritto! E tanto sicuramente sarà scritto! Qualsiasi cosa mi venga in mente mi sembra banale. Conobbi Betinho nel 1990, in un incontro che organizzammo come ONGs italiane in Brasile nella Casa di Accoglienza di Macondo. Lo invitammo per aiutarci a riflettere sulla situazione politica e sociale brasiliana, per darci delle chiavi di lettura sulla realtà, che ci aiutassero a pensare sul ruolo della Cooperazione Italiana, sul ruolo dei volontari, sul nostro rapporto con i nostri partners brasiliani, sulla differenza tra solidarietà e assistenzialismo.
La prima cosa che colpiva in lui, nonostante il fragile aspetto fisico, era l’energia che emanava, la vita che comunicava. Già all’epoca i medici gli avevano dato sei mesi di vita, ma non c’era niente nel suo modo di parlare, nel suo modo di guardare che dimostrassero afflizione o tristezza per questo. I suoi occhi sprizzavano vita. Non era semplicemente voglia di vivere, era proprio vita! E questa vita la comunicava agli altri. Se c’è una cosa che Betinho non ha mai accettato, è stato di considerarsi un “quasi morto” per il fatto di avere i giorni “contatti” a causa dell’AIDS. E questa non accettazione non è mai passata attraverso proclami, ma attraverso la presenza costante nelle iniziative quotidiane per cercare di fare del Brasile un Paese più giusto, per ridurre la segregazione sociale. E in questo aveva molta fretta. In questa fretta si manifestava la coscienza di una morte imminente, nella paura (come lui stesso dichiarava) di non aver tempo per fare tutto, di non aver tempo per vedere il Brasile trasformarsi in un Paese migliore.

Prima dell’economia,
l’uomo

Aveva una capacità incredibile di analizzare la realtà, di individuare i problemi e di proporre soluzioni. Qualcuno, non ricordo chi, il giorno dopo la sua morte ha scritto che uno dei grandi meriti di Betinho è stato quello di dimostrare a tutti come la soluzione dei problemi brasiliani fosse semplice e che passava per una questione semplicissima: la solidarietà. Passava per il rifiuto della scala dei valori proposta dal neoliberalismo, fatta di individualismo e di competizione. Contrapponeva all’individualismo e alla competizione l’attenzione per il vicino, la lotta solidale. Alle regole dell’economia rispondeva con le regole dell’umanità; alla globalizzazione economica rispondeva con la globalizzazione del sociale.
Attaccava gli economisti, accusandoli di ragionare con i numeri, mentre le persone erano fatte di carne e ossa e anima: a cosa serviva la crescita del PIL e la stabilizzazione economica, se 32 milioni di brasiliani morivano di fame? Come parlare di democrazia in un paese in cui il 50% delle terre atte all’agricoltura sono nelle mani dell’1% dei proprietari? come parlare di democrazia senza democratizzare l’accesso alla terra, senza garantire le condizioni minime di vita alla stragrande maggioranza della popolazione?

Contro la fame
e per la cittadinanza

Queste erano le questioni che lui sapeva porre sul tavolo con una semplicità disarmante Tanto disarmante che la stessa sinistra a volte lo guardava con sospetto, perché le sue analisi e le sue proposte spesso uscivano dai nostri cliché stereotipati. Per questo, quando lanciò la campagna contro la fame e per la cittadinanza, non furono pochi quelli che lo accusarono di essere diventato all’improvviso assistenzialista e di cercare di promuoversi politicamente con un discorso demagogico. Confesso che, nonostante il rispetto e l’ammirazione che nutrivo per lui, anch’io rimasi sorpreso, chiedendomi se all’improvviso Betinho era impazzito. Invece i pazzi eravamo noi! O forse, come dicevo prima, era troppo semplice per le nostre teste abituate a ragionamenti spesso contorti.
Il fatto è con la campagna contro la fame, si è messo in moto uno dei movimenti sociali più ampi della storia brasiliana. La fame, che era sotto gli occhi di tutti ma che pochi vedevano (o volevano vedere) è all’improvviso diventata argomento di prima pagina della stampa e della televisione. Si è messo in moto un meccanismo gigantesco, che ha smosso milioni di brasiliani, partiti, sindacati, associazioni, chiese, fabbriche, lavoratori e impresari. All’improvviso sembrava che il Brasile scoprisse le ingiustizie sociali, le discriminazioni, la lotta per la Riforma Agraria, per il diritto a vivere. Sembra banale, vero? Chi non sapeva che in Brasile si muore di fame o per la mancanza delle condizioni minime di vita?

Solidarietà, almeno un po’,
per cominciare

Il grande merito di Betinho è stato quello di sbattere sulla faccia di tutti, anche di chi chiudeva gli occhi, questa realtà. È stato di rendere visibile quanto il governo e i media facevano di tutto per nascondere.
E c’è riuscito per la semplicità della soluzione che ha proposto: un po’ di solidarietà. Chiaro che non aveva la pretesa di riuscire con la Campagna (come lui stesso dichiarava) di risolvere problemi che necessitano di cambiamenti profondi e di tempi lunghi, ma allo stesso tempo aveva la pretesa di dimostrare che era possibile e che, soprattutto, era necessario cominciare. Che era necessario cominciare a restituire a tutti il diritto di cittadinanza e che questo diritto di cittadinanza non sta nelle dichiarazioni formali della Costituzione, ma nella garanzia del necessario per vivere.
Questa è sicuramente una delle grandi lezioni di Betinho, assieme alla lezione che non possiamo cercare scuse per non muoverci a cambiare le cose, che non possiamo accettare la realtà così com’è e che non possiamo mai stancarci di sognare.
Vidi Betinho l’ultima volta due anni fa, nel lancio della campagna per democratizzare l’accesso alla terra e per la riforma agraria. Si sorreggeva con un bastone da passeggio e camminava con difficoltà, ma gli occhi erano sempre pieni di vita e luminosi, pieni di certezza che le cose cambieranno: e cambieranno non per l’azione di un governante illuminato ma grazie alla mobilitazione di tutti nella solidarietà.
Come dicevo all’inizio, forse ho scritto delle banalità; ne posso aggiungere un’altra: se dovessi dare un nome e un volto allo spirito di Macondo, gli darei il nome e il volto di Betinho.