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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Don Luigi di Liegro

di Bertin Mario

Il «Monsignore degli ultimi»

Chiunque a Roma senta parlare di «don Luigi», subito capisce che si tratta di don Luigi di Liegro. A dieci anni dalla morte è ancora come se fosse vivo. Gli amministratori della cosa pubblica, la Chiesa locale, sono ancora costretti a fare i conti con la sua presenza scomoda. Anche da lui morto ai «palazzi» arriva un richiamo severo alle proprie responsabilità, soprattutto nei confronti degli esclusi. Da quell’ottobre 1997, in realtà, le cose, a Roma, in materia di politiche sociali, non sono molto cambiate. Da allora Roma sembra essere diventata un paese dei balocchi, in cui tutto ciò che non luccica si nasconde, si sposta, e infine si dimentica.

Fino all’ultimo giorno, la vita di don Luigi è stata una battaglia incessante contro ogni forma di esclusione, di paura dell’estraneo e una radicale difesa dell’umano. «L’unico valore assoluto – diceva – è la dignità umana, è la libertà di ogni uomo. Ogni uomo va liberato, ogni uomo è una strada che in qualche modo conduce a Dio». Allora dava fastidio ai poteri della città. Oggi l’avrebbero forse ignorato.

Quando fu nominato Cappellano di Sua Santità, rideva se lo chiamavano monsignore ed esigeva che i poveri gli dessero del tu, che lo sentissero uno di loro. Ma al suo funerale la basilica di S. Giovanni in Laterano era gremita di vescovi, cardinali, preti, autorità di ogni colore, e ai suoi poveri, agli extracomunitari, agli zingari avevano chiuso il pesante portone in faccia.

Don Luigi era nato a Gaeta, ultimo di otto figli. Il padre Cosmo, che faceva di mestiere il pescatore, emigrò illegalmente negli Stati Uniti. «Non se ne vergognava lui, non mi vergogno io dei sacrifici fatti da mio padre in terra straniera», raccontava don Luigi. «Mio padre Cosmo emigrò più volte. Una volta cercò di imbarcarsi da clandestino. A Rotterdam fu pizzicato dalla polizia e tornò a Gaeta. Mia madre aspettava un figlio. Quando lo vide le prese un colpo e svenne: aveva dovuto fare sacrifici enormi per farlo partire. Quel colpo fu così forte che perse il bambino. A quei tempi, se succedevano cose del genere, si faceva un altro figlio e così nacqui io. Per mio padre ogni viaggio fu una storia di umiliazioni, di paure, di rabbia. Tornava piegato dalle delusioni».

Sono esperienze che non possono non orientare la vita, ma l’azione di don Luigi ha anche altre meno personali motivazioni.

Nel 1953, dopo l’ordinazione sacerdotale, don Luigi viene mandato come viceparroco al quartiere Prenestino, un quartiere di ferrovieri e di operai, che confinava con una borgata di immigrati e di diseredati, fatta di baracche e di catapecchie, prive di servizi urbani e di momenti di integrazione sociale. È in questo contesto che inizia la sua vocazione a farsi interprete delle periferie di ogni genere, di quei luoghi che nei suoi scritti chiama luoghi «senza nome». Di nuovo, più o meno venticinque anni dopo, quando sarà responsabile dell’Ufficio pastorale della diocesi di Roma e «monsignore», sceglierà di svolgere l’attività pastorale in un’altra periferia lontana, al centro Giano, un quartiere sorto abusivamente alla fine degli anni Sessanta poco distante da Acilia, sulla «via del mare».

Un prete che fa politica

È il 1979. Don Luigi, all’interno del centro pastorale di cui è responsabile dal 1972, fa nascere la Caritas diocesana, che dirigerà fino alla morte, legando a essa definitivamente il suo nome. Tutto prende avvio dalla constatazione dell’impotenza e dell’assenza delle istituzioni pubbliche di fronte ai problemi dell’emergenza sociale. La Caritas avvia, allora, un’azione socio-caritativa e di patrocinio a favore di tutti coloro che si trovano in condizioni di esclusione e di particolare bisogno: malati, anziani, poveri, immigrati. Un’azione che in breve diventerà imponente. In pochi anni viene aperta una grande mensa al centro di Roma, frequentata oggi da almeno 800 persone al giorno. Tra gli ospiti del pranzo di mezzogiorno, c’era regolarmente lui, don Luigi. A questa grande mensa se ne aggiungeranno presto altre due.

Nel 1983 vengono organizzati un poliambulatorio per coloro che non godevano dell’assistenza sanitaria pubblica e un centro medico mobile a favore dei nomadi. Nell’anno successivo, con l’aiuto del Comune di Roma e delle Ferrovie dello Stato, la Caritas apre alla stazione Termini di Roma il primo ostello comunale per i senza dimora, con una capienza di 188 posti letto. In esso, dal 1993, funziona anche una mensa serale, che offre 800 pasti caldi al giorno. Nel 1988, infine, la Caritas promuove l’apertura di una casa famiglia per malati di AIDS nel parco di Villa Glori, al centro del ricco quartiere Parioli, tra ricorsi degli abitanti, petizioni e assemblee di protesta.

Questo complesso di opere imponenti e una rete fittissima di presenze e di interventi a favore dei deboli indussero l’opinione pubblica a considerare la Caritas una specie di alternativa sociale e politica ai servizi del Comune e don Luigi un «prete che fa politica», «un prete di sinistra», tanto da indurre qualcuno a proporne la candidatura ad assessore ai sevizi sociali del Comune. Don Luigi non tollerava queste provocazioni e tuttavia era consapevole di essere un uomo di potere, perché – come ha fatto rilevare Angelo Pansa – uomo di immagine universalmente riconosciuto. «Don Luigi non si è sottratto all’uso del potere, ma ha cercato di orientarlo alla promozione della cultura della solidarietà, al servizio di una città più umana in cui nessuno si sentisse estraneo o emarginato». Egli, che è sempre vissuto in una totale povertà, non ha cercato di esercitare una supplenza dei poteri pubblici, ma si è invece mosso sulla base di una particolare visione del rapporto tra Chiesa e città, tra Vangelo e comunità degli uomini.

Una teologia della città

Don Luigi vedeva la città come «un organismo vivente, una persona collettiva», uno spazio che ha senso solo per rapporto agli uomini che la abitano. E invece si rendeva conto che stava crescendo una città senza anima, devastata dalla speculazione edilizia, dal deterioramento del tessuto urbano, dall’emarginazione e dalla violenza, una città chiusa nei suoi egoismi, nell’anonimato, nell’estraneità di tutti nei confronti di tutti. Per lui la città, doveva essere, all’opposto, luogo di accoglienza, di solidarietà e di integrazione. La città doveva ridiventare opportunità di diritto invece che di arbitrio, di cittadinanza invece che di rifiuto e di paura. Per questo faceva appello a una solidarietà da intendersi non come carità, ma come riconoscimento del dovuto, come giustizia. Don Luigi era un prete che è stato capace fino alla fine di arrabbiarsi, di indignarsi quando questo non avveniva. Un prete che non conosceva rassegnazione, che andava avanti a muso duro.

Don Luigi si adoperò per favorire una saldatura della domanda proveniente dalla società civile e le istituzioni, attraverso l’impegno della comunità cristiana. «I cristiani – scrisse – hanno il dovere di inserirsi là dove matura il progetto nuovo di società (…), assicurando che dignità, uguaglianza e diritti degli ultimi siano salvaguardati». Non debbono essere «dissociate nella persona del cristiano le responsabilità nell’ambito del civile da quelle ecclesiali». Altrimenti, «per fare le cose come le fanno gli altri, tanto vale rinunciare a farle». E proseguiva: «Ciò si comprende perché non si tratta di due popoli che vivono due storie distinte e come sovrapposte: sono le stesse persone a essere chiamate a far parte della Chiesa e della città. D’altronde, quello che determina la Chiesa locale di Roma è la città di Roma, per cui la Chiesa di Roma è la Chiesa per questa città o, se vogliamo, la Chiesa verso questa città».

In questo senso, don Luigi esige dai cristiani una partecipazione intensa come possibilità per tutti di dare un apporto, di fare storia solidale per tutti e con tutti, anche e soprattutto con gli ultimi.

L’azione della Chiesa dunque, non deve creare contrasti e nuove esclusioni, ma porsi come coagulo attorno a un progetto di coesione sociale in cui a tutti, deboli compresi, deve essere riconosciuto il ruolo di protagonisti. Secondo lui «il modello politico e il modello ecclesiale devono interagire reciprocamente». Nella sua visione è lo stesso impegno per la giustizia a divenire parte integrante dell’evangelizzazione.

Fare politica e fare Chiesa, dunque, per don Luigi «significa sentirsi servi di tutti, soprattutto servi dei più poveri», e cioè «dei giovani che non riescono a divenire adulti, degli anziani soli e abbandonati da tutti, dei tanti stranieri presenti nella città ma non accettati o integrati in essa». Insomma, tutti quelli che in quel 15 ottobre 1997 rimasero chiusi fuori della basilica di S. Giovanni in Laterano dove si dava l’estremo saluto al «monsignore degli ultimi».