logo macondo

Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Lett(erat)ure della fine

di Bertin Mario

Ogni libro di Philip Roth è un evento. Con il suo romanzo d’esordio, Addio Columbus (1959) lui, ebreo, si guadagnò la fama di antisemita. Quando, dieci anni dopo, uscì Portuoy, che gli regalò la celebrità, venne addirittura insultato per la strada.

Lui stesso si sorprese di diventare celebre «per tutto ciò che l’Aschenbach di Morte a Venezia aveva relegato a vergognoso segreto». Poi venne la grande trilogia sulla storia americana della seconda metà del Novecento: Pastorale americana, Ho sposato un comunista, La macchina umana.

Ora, a 74 anni, abbandona i territori della provocazione anarchica e grottesca e gli intenti critici per offrirci una disperata meditazione sul morire, un racconto la cui bellezza sta tutta nel contrasto tra il presente, ineluttabile processo del morire, e la memoria.

Everyman (pubblicato da Einaudi come tutti gli altri suoi libri) prende il titolo da un’opera della drammaturgia inglese del Quattrocento, che ha per tema la chiamata di tutti i viventi alla morte. È la storia della malattia, del deperire, della inarrestabile decostruzione, della morte, come fatto individuale e corporeo inaccessibile alla consolazione degli altri e che, tuttavia, finisce per assumere una tragicità corale.

In Everyman la vita è vista dalla parte della morte fuori da ogni consolazione religiosa, che il protagonista trova «insensata e puerile o addirittura offensiva». Per lui non esistono che i corpi che vengono al mondo per vivere e morire alle condizioni decise dai corpi vissuti e morti prima di lui.

La morte si affaccia con cadenze regolari nel tessuto della vita, creando vuoti spaventevoli nelle relazioni, vuoti che saltano agli occhi di chiunque «come un dente mancante». «Il morto – scrive Roth – resta nella tomba un periodo molto più lungo della vita». I rituali della vita, che affiorano ripetutamente nella narrazione, allora, altro non sono che rituali di un corpo sullo sfondo di una bara.

La deriva nichilista nel protagonista del romanzo di Roth è determinata da eventi esterni, come il terrorismo, che hanno introdotto nella vita quotidiana un inestirpabile senso di precarietà. Allo stesso risultato, di sovvertire il suo senso di sicurezza, congiurano le malattie che segnano la vicenda del protagonista, la sua vita è ormai ridotta a minacciata sopravvivenza e progressiva mutilazione: «Stava facendo tutto quello che poteva per restare vivo».

Rifare la realtà è impossibile. E allora non resta che prendere le cose come vengono. «Tener duro e prendere le cose come vengono. Non c’è altro sistema».

Gli eventi imprevedibili, le malattie, i ripetuti ricoveri trasformano il protagonista in un uomo sempre più solo e sempre più insicuro, tanto da fargli apparire la tranquillità e la pace come una forma di volontaria reclusione, di fuga dalla realtà.

Egli scopre allora che non si nasce per vivere, ma per morire e che «non c’è nulla che non ti si ritorca contro». Scopre l’inutilità del tempo, delle letture, delle frequentazioni sociali, degli incontri d’amore. La vita si riduce a una affannosa ricerca di motivi per esistere. E poi, improvvisamente, ci si accorge di essere diventati vecchi.

Capita quando non c’è più nulla che stimoli la curiosità, che plachi il desiderio, che porti appagamento. Su tutto, nella vecchiaia, si stende un velo di malinconia. Tutto diventa futile e irrilevante: «Una volta era completo: ero un essere umano» – dice a se stesso il protagonista.

Si apre quindi, nel libro, una amarissima cupa riflessione sull’invecchiare, sulla vita diminuita della senilità, segnata dalla scomparsa delle persone che ci sono vissute intorno. Gli anziani per Roth non sono persone che invecchiano, ma corpi che si deteriorano: l’incontro delle persone della stessa età del protagonista si riduceva a parlare delle malattie e della salute, «perché a questo punto le loro biografie personali erano diventate identiche alle loro cartelle cliniche».

Ma non si muore tutto d’un colpo. Si muore per pezzi. La vecchiaia è la stagione della vita in cui giorno dopo giorno si scopre di diventare sempre meno, in cui non resta altro che rassegnarsi al deterioramento fisico e alla tristezza, a quella attesa «che è l’attesa del nulla».

La filosofia del romanzo di Roth potrebbe riassumersi nella scoperta che la più inquietante intensità della vita è la morte.

Uno dei brani più belli del romanzo è la visita del protagonista alla tomba dei genitori. Egli improvvisamente si rende conto che l’unico conforto per chi non crede nell’aldilà, è il rapporto non con i propri cari, ma con le loro ossa. E prova in ciò una inspiegabile commozione. La parabola raccontata da Roth si conclude con la seguente constatazione: «Era entrato nel nulla, senza nemmeno saperlo».

Lo sottolinea peraltro la copertina interamente nera voluta dall’autore.

Il libro di Roth si offre, tuttavia, come un libro catartico a causa della disperata nostalgia per una mancanza incolmabile, ma avvertita come tale, e di una soffocata paura.

Un’altra parabola della vita prigioniera in un mondo chiuso come un reclusorio e privato di ogni senso, in uno spazio fisico e mentale angusto, è il più recente romanzo di Paul Auster, Viaggi nello scriptorium (Einaudi). Anche in questo caso, il protagonista, che viene indicato soltanto con un nome convenzionale (anche lui un everyman), vive spezzoni di vita diminuita dalla malattia e contesa fra sofferenza e memoria, la cui unica realtà è quella che le è conferita dalla scrittura. È la narrazione, entomologica e maniacale, la fredda cronaca fedelmente registrata nei più minuscoli dettagli, a conferire realtà alle cose e agli eventi.

Soltanto i personaggi dell’invenzione possono godere di una pallida eternità. Soltanto la scrittura ha un senso, al medesimo tempo, onirico e salvifico.

Che la letteratura postmoderna americana privilegi il tema del naufragio della persona è fortemente indicativo delle derive nichiliste di una società privata di ogni riferimento ideale. Quello che scrittori come Roth e Auster ci descrivono è un io disperso, luogo di solitudine, un io che contempla la propria insignificanza, rassegnato al destino della sparizione, un io che affida la sua permanenza alla narrazione e perciò alla decisione di altri. La sorte dell’individuo nella società globalizzata è nelle mani di altri. L’individuo non ha più identità, se non quella che altri costruiscono per lui. È un ostaggio di modelli e di parole d’altri. Da persona si è trasformato in personaggio.