Crisi di maturità

Amici che seguono da anni la vita delle comunità cristiane del Brasile, che vedevano in questo nuovo modo di essere Chiesa una speranza non solo per il nostro continente, ora ci chiedono se ancora si può parlare di speranza. L’impressione immediata, visitando le comunità, parlando con gli animatori dei gruppi di giovani, di sindacalisti, di politici, degli impegnati in movimenti popolari è che la situazione sia cambiata: c’è delusione e sfiducia.

Non è facile riunire un gruppo di disoccupati per fare una dimostrazione contro la recessione… Molti sacerdoti che si impegnavano per costruire le comunità di base, ora si impegnano – un pò meno- per mantenere la normale amministrazione ecclesiastica e magari per seguire gruppi carismatici e come premio ricevono onori e cariche ecclesiastiche.

Molti sindacalisti, molti che si erano impegnati nei movimenti popolari e politici di sinistra cominciano a preoccuparsi con la vita personale, familiare – che era stata lasciata in secondo piano- abbandonando gli ideali di cambiare il mondo.

Non credo che il cambiamento di rotta sia dovuto solo alla sconfitta del socialismo reale, alla pressione esercitata dal Vaticano sugli esponenti della teologia della Liberazione ed alle difficoltà economiche che fanno aumentare i disoccupati e la paura degli impegnati di perdere il posto.

Questi fattori possono aver aiutato il disimpegno, ma senz’altro c’è stato una certa superficialità nell’affrontare i problemi i problemi. Vivevamo di miti.

Noi cristiani ci eravamo identificati con la storia degli Ebrei schiavi in Egitto, avevamo pensato che la costruzione della nuova società – senza schiavi e senza padroni- fosse automatica. Avevamo dimenticato che per gli Ebrei erano stati necessari quaranta anni di permanenza nel deserto per iniziare il progetto di una società, erano stati necessari i profeti a criticare e ricordare la Parola liberatrice di Dio.

TEMPI LUNGHI, RISPOSTE TANTE

Abbiamo così pensato che le CEB (comunità ecclesiali di base) erano l’unica risposta alle sfide della realtà, che a livello politico c’era il Partito dei Lavoratori per risolvere i problemi e che la teologia della Liberazione era la nuova Summa Teologica…

Le difficoltà che stiamo vivendo sono una grazia di Dio per purificarci, per ricordarci che i tempi di Dio sono tempi lunghi, che il regno di Dio è come un granello di senape e che i cambiamenti sono lenti, e l’importante non è il risultato, ma il processo, l’avanzata lenta del regno di Dio.

I piccoli segni di speranza esistono: la gente povera che ha imparato a leggere la Parola di Dio, a capirla a partire dalla propria realtà, che si organizza pian piano, che vive la propria spiritualità.

Gesù diceva che il grano per diventare spiga deve morire… forse il popolo per diventare nuovo popolo di Dio deve morire per raggiungere la propria maturità. Dovrei dire agli amici che guardavano con simpatia al nostro modo di fare pastorale, alla lenta costruzione di un nuovo modo di essere chiesa che il lavoro continua forse senza tanto protagonismi, senza miti, ma con molta fede che aspetta dalle chiese sorella fiducia, critica e scambio.

Rio de Janeiro luglio 1992