Conferenza di Rio De Janeiro

È passato appena un mese dalla fine della conferenza di Rio e la sensazione che si ha è che neanche le difficili mediazioni raggiunte avranno grande seguito.

Il primo segnale negativo è venuto dalla conferenza dei G7 tenutasi subito dopo a Monaco, dove, secondo l’impegno di Kohl si sarebbe dovuto inserire l’ambiente tra le questioni da affrontare istituzionalmente ad ogni incontro e ciò non è stato.

Chi pensava che con la conferenza di Rio si potessero avviare a soluzione con una certa facilità, i complessi problemi posti dalle condizione di salute della terra, ha commesso un grande peccato di ingenuità.

Infatti la conferenza di Rio ha mostrato chiaramente e senza veli la debolezza delle affermazioni, degli auspici e delle buone intenzioni che accompagnavano questo avvenimento.

La condizione politica, gli interessi economici dei governi che contano, la cultura prevalente, gli interessi ed i difficili problemi derivanti dai cambiamenti di assetto geopolitico del mondo, hanno fatto da ulteriore zavorra alla divisione storica del mondo tra paesi industrializzati e paesi poveri.

Questo è rimasto l’elemento centrale di frattura. L’indisponibilità dei paesi del nord a partire dagli Stati Uniti, che hanno opposto un secco no alla ridiscussione dell'”american way of life”, ha irrigidito ulteriormente quei paesi del sud a cui si chiedeva di vietare lo sfruttamento di risorse come quelle forestali. La definizione di targets precisi nella riduzione delle emissioni avrebbero comportato un impegno economico finanziario, ma anche nella individuazione di una pluralità di interventi e di azioni volte alla inversione della cultura dello sviluppo, e dei modelli di consumo attuali da parte dei paesi industrializzati. Ciò non è stato e da qui il blocco della convenzione sulle foreste.

FRATTURE

Sempre gli Stati Uniti hanno preteso di dettare legge e di ricattare gli altri governi su questioni spinose come i criteri e l’entità degli aiuti allo sviluppo o la convenzione sulla biodiversità. Questa opposizione ha impedito di definire tempi certi per la riduzione delle emissioni di CO2, e di fissare lo 0,7% del PIL dei paesi industrializzati da destinare in aiuti ai paesi in via di sviluppo e di inserire un tema importantissimo come la ridefinizione dell’accordo Gatt e dell’Uruguay Round su nuove basi che tenessero conto delle questioni e delle implicazioni ambientali. Altra grande assente è stata la questione demografica.

Anche ad esempio la posizione italiana sulla carbon tax, pur essendo una proposta di un certo interesse per il nostro paese, in realtà aveva debolissime gambe su cui appoggiarsi, non solo per l’opposizione degli industriali, ma soprattutto per la debolezza e la precarietà politica di un governo dimissionario.

Così pure si può dire della posizione della CEE. La Comunità – pur essendo con una linea estremamente critica sulla qualità degli accordi che si sarebbero sottoscritti, sul ruolo riduttivo dei paesi industrializzati, soprattutto di fronte a nodi centrali come l’entità e la qualità degli impegni economici e sulle scadenze da concordare – non è andata molto oltre le decisioni generali assunte dalla conferenza. L’idea che aveva fatto passare invece era quella che avrebbe potuto giocare un ruolo molto più forte di quanto in realtà è avvenuto.

Avendo un pò di pazienza, la lettura delle posizioni assunte dai diversi paesi, aiuterebbe a capire quali sono e dove si trovano le maggiori resistenze. Questo esercizio non sarà inutile, soprattutto per chi dovrà lavorare alla concretizzazione e successiva gestione degli impegni assunti.

La CEE ha problemi interni non solo di armonizzare delle politiche settoriali con i nuovi bisogni e priorità dell’ambiente ( politica fiscale e tariffaria, politica dei trasporti ed energetica, politica industriale ecc.) ma anche con alcuni paesi della stessa comunità. Con la nuova Germania e con il peso del suo nuovo assetto economico e sociale; con l’Inghilterra, mai stato un paese di punta sulle questioni ambientali, ed anche con la Spagna unico paese CEE che si oppone alla riduzione delle emissioni CO2. Sempre a livello comunitario gli imprenditori europei hanno dichiarato la loro indisponibilità a qualsiasi forma di tassazione sulle emissioni che non fosse contemporaneamente estesa agli altri paesi industrializzati.

POSIZIONI

Anche sul versante degli ambientalisti il quadro è stato molto diversificato. Al Forum Global, la conferenza alternativa, si sono ritrovate migliaia di associazioni ambientaliste di ogni tipo e di diverso spessore. Hanno convissuto aspetti e immagini tipiche di una festa dell’Unità: banchetti di merci più o meno ecologiche, esposizione di libretti opuscoli depliants di ogni tipo, indios in perfetto costume che giravano un po’ qua un po’ là con un intenso programma di discussioni, lavori, incontri tra le maggiori organizzazioni ambientaliste. Da questo magma un po’ caotico e variegato si è arrivati però alla stesura di una serie di importanti trattati, alternativi alle convenzioni ufficiali, che impegneranno nel prossimo futuro le organizzazioni ambientaliste di tutto il mondo.

Gli ambientalisti si sono dati, pur tra le mille difficoltà una struttura organizzativa che li ha posti in grado di interrelarsi costantemente e con le delegazioni ufficiali, di interagire con le dichiarazioni e con le posizioni che via via si venivano delineando alla conferenza dei governi, di proporre soluzioni e percorsi alternativi, anche se di diversa applicabilità.

Sul clima, sulla biodiversità sui programmi strategici, sul Gatt, sull’energia, sui modelli di consumo, sull’alimentazione, l’acqua, i modelli economici esistono schemi di programmi, indicazioni operative su cui sarà possibile confrontarsi e trovare validi punti di convergenza.

Ma se molti sono stati gli aspetti negativi di questa conferenza, ciò non toglie che si tratta ora di gestire al meglio i risultati raggiunti.

Il primo passo da fare è sicuramente quello di far conoscere a tutti i soggetti interessati, ai lavoratori, ai cittadini i contenuti degli impegni assunti, dalla carta di Rio, alla agenda 21 e alle due convenzioni: quella sul clima e quella sulla biodiversità

Va poi aperto un confronto sia con le parti sociali e le istituzioni per la definizione di piani e programmi sia a livello comunitario che nazionale, perché quanto concordato trovi piena e coerente realizzazione.