Da comparse a protagonisti

L’arrivo e l’accoglienza
28 luglio ore 7.30: Michela ed io partiamo per raggiungere Amelia (Terni) dove altri ragazzi come noi hanno scelto di vivere l’esperienza del primo campo scuola In cerca d’ali di Macondo. Dopo parecchie ore di viaggio in quella calda domenica, arriviamo a destinazione. Una freccia indica la direzione per il Romitorio, il luogo dell’appuntamento. Col senno del poi, nel programma speditoci alla voce “occorrente”, sarebbe stato bene specificare “consigliato il fuoristrada”. Quella piccola e impervia stradina bianca, non prometteva nulla di buono, sembrava essere un’accoglienza piuttosto spartana. È stato Giuseppe, una volta arrivati, a rassicurarci aprendo le braccia e stingendoci in un caloroso abbraccio e presentandoci poi agli altri. Michela è stata subito colpita da questo volto in parte incorniciato da capelli lunghi e una folta e bianca barba: non è servito a nulla cercare di spiegare Giuseppe, per conoscerlo ha dovuto viverlo. Subito il pranzo, sono ormai le 13.30 e la fame si fa sentire, poi in camera per un riposino, con l’invito di Gianni alla puntualità per l’inizio dell’attività. Gianni, sempre preciso, puntuale ed efficiente insomma un sindacalista con i fiocchi! Sono in camera con Stefano e Davide, loro si conoscono già. Subito mi accolgono dicendo che potevo parlare pure in dialetto tanto loro mi avrebbero capito ugualmente. Beh, anche loro sono riusciti a farmi sentire subito a mio agio.

Alcuni momenti al campo
In quel palcoscenico del Romitorio abbiamo subito avuto la sensazione di essere attori protagonisti, e non semplici comparse, di un evento, di un incontro: un incontro tra una trentina di ragazzi di tutta Italia che arrivavano ad Amelia con zaini pieni di cose da raccontare, aspettative, sogni e… desiderio di fare casino. C’è stato subito presentato “lo spettacolo ufficiale”, scandito rigorosamente dal programma, dai contenuti e dal metodo, difficile da raccontare perché è per me quasi impossibile tradurre la complessità di quegli incontri a parole. Personaggi ricchi di vitalità e fascino si sono succeduti in questi cinque giorni per raccontarci le loro esperienze estremamente diverse ma pur tuttavia unite dallo stesso filo conduttore, come ha sottolineato Sergio Tanzarella: “l’aver deciso un giorno di uscire dal proprio comodo salotto di casa per affacciarsi alla porta che immette nella piazza “. P. Stefano Bianchi, francescano, ha proposto la sua riflessione su “Cercai me stesso…”, Mario Bertin, invece, ci ha tenuto compagnia per due giorni facendoci da cicerone in un inedito itinerario francescano. Dal mondo semplice ed essenziale di Francesco siamo stati catapultati a riflettere da Tanzarella, ex parlamentare siciliano, sulla complessità della realtà politica contemporanea e sulla difficoltà ad educare ad un efficace impegno sociale, soprattutto al sud. Spesso si cerca di fronte all’urgenza del reale di rispondere in modo efficiente ai problemi della gente senza soffermarsi sui veri bisogni della persona che ci sta davanti, insomma: “siamo più attenti ai problemi che alle persone” questo è quanto ha sintetizzato Laura al termine dell’incontro con su… che ci ha fatto riflettere sul valore vero della solidarietà spogliata dai soliti luoghi comuni che rischiano di farne una parola passe-partout vuota di senso e terribilmente inflazionata. Vale però la pena soffermarsi anche sui commenti, le battute, gli sguardi, la vita del campo “dietro le quinte” un sottobosco di pensieri, emozioni, interrogativi non previsti (ma sperati) dal programma. Martedì sera Anna, Enrico ed io, eravamo nell’accogliente salottino del caminetto, era tardi ormai e fuori faceva abbastanza freddo. Enrico ad un certo punto del suo discorso esclama: “Caspita! Sono solo due giorni che ci siamo incontrati e sembra che ci conosciamo da una vita”. È proprio vero, anche Anna ed io siamo della stessa opinione. C’è già una certa armonia nel gruppo che ci ha permesso di lavorare fin da subito a buoni livelli. Ai gruppi di lavoro tutti sono stati chiamati ad esprimere le proprie idee e non sono mancati anche momenti divertenti. È stato bello vedere durante gli incontri con i vari testimoni le espressioni di tutti: c’era chi ascoltava estasiato e prendeva appunti (Stefano con Mario Bertin), chi non riusciva a mascherare il sonno, chi incrociando il tuo sguardo ti comunicava ammirazione e stupore (Michela sempre), chi ad una frase particolare sospirava così forte da disturbare l’assonnato vicino (sempre Michela), chi invece ti guardava e rideva e basta (Davide). Provvidenziale arrivava allora una breve pausa che ci permetteva di staccare dal lavoro per poi riprendere più riposati. In quei momenti, si scambiavano due chiacchiere, si prendeva una tazza calda di caffè o un buon secchio di acqua gelida sulla schiena (il classico gavettone): anche questo era un modo per conoscersi ! Vi assicuro che non è stato risparmiato proprio nessuno ! Chi non sembrava aver bisogno di una pausa era padre… che in fatto di vitalità ed energia non aveva nulla da invidiare a noi ragazzi…infatti cominciava le sue riflessioni con “NOI GIOVANI…” . Momenti significativi erano il pranzo e la cena dove, sulle tavole, oltre che girare abbondanti porzioni di pasta “passavano” anche le nostre esperienze, i nostri vissuti: ci raccontavamo! Il tavolo preso d’assalto era naturalmente quello in cui pranzava l’ospite; si cercava così di “sfruttare” ogni minuto della sua presenza e della sua disponibilità, eravamo tutti attratti dalla ricchezza della storia personale di ogni singolo relatore che si lasciava generosamente interrogare sulla propria esperienza. Ci si confrontava, si chiedevano chiarimenti e si poteva arrivare, anche, a veri e propri scontri verbali… come quello tra Bepi e Gianni: il loro tavolo sembrava un ring con la sola differenza che i pugni si davano al tavolo e non all’avversario. Com’è finita? Con una stretta di mano e ad ognuno la propria idea. E poi… le serate quando bans (canzoni animate), canti e balli impedivano la noia, perfino il nostro Presidente insieme all’intellettuale Mario Bertin sono stati trascinati nella mischia. C’era sempre una grande fretta di arrivare alle barzellette per ascoltare Davide. Era bello sentirlo parlare, e attorno a lui non c’era il silenzio, solo un “operoso” brusio: il suo dialetto veneto doveva essere tradotto ai ragazzi pugliesi, toscani, emiliani… e qualche volta anche a noi veneti ! Davide infatti non cedeva, pur non essendo compreso non voleva rinunciare al colore del suo dialetto, chiedendo a tutti lo sforzo della traduzione simultanea. Tante sono le cose che vorrei dire, quante parole, espressioni, volti, situazioni, dovrei raccontare ma ci vorrebbero alcuni numeri di Madrugada e penso che Farinelli mi ucciderebbe!

La partenza
Sabato 3 Agosto ore 15.30: Michela, Stefano, Davide ed io partiamo per tornare a casa. Alla partenza di Carla il venerdì mattina, ci ha preso un nodo alla gola e un forte dispiacere, mentre tutt’altri sentimenti aleggiavano al Romitorio alla nostra partenza. L’incontro di sabato mattina infatti, durante il quale abbiamo cercato di scoprire in modo più approfondito cos’è la nostra Associazione ci ha aiutato a capire che “Macondo unisce e non divide” quindi per noi quello non era un addio ma solo un arrivederci. Questo campo non era finito, lo spettacolo teatrale cambiava solo scenario e continuava, partiva solo per una tournée che ci avrebbe visto ancora protagonisti, magari come solisti, a casa o in chissà in quali altri luoghi. Per dovere di cronaca devo dire che ai ragazzi pugliesi il viaggio è costato più di centomila lire mentre a noi è costato una macchina e parecchie ore di attesa alternate da frenetiche corse per raggiungere il treno. All’altezza dei lidi ferraresi infatti la mia macchina ha ceduto; così il primo spettacolo del campo di Macondo è stato messo in scena nel binario 2 della stazione di Rovigo in piena notte, un bans proposto da Enrico e realizzato da Stefano, Davide e Marco con la regia di Michela che, stravolta, osservava divertita dal finestrino del treno. È stato davvero bello saper di poter essere attori protagonisti di una storia, la nostra, è stato bello anche perché degli adulti in gamba hanno pensato di darci spazio ed hanno accettato di entrare seriamente in rapporto con noi, di incontrare i nostri dubbi, la nostra ingenuità, ma “far scorta” anche del nostro entusiasmo e voglia di vivere. Per qualche giorno noi ragazzi abbiamo potuto credere che il ruolo di comparsa o, peggio ancora di “maschera”, non è un destino a volte irreversibile al quale ci condanna la nostra società, ma solo un momento di transizione, nell’attesa di fiorire alla nostra maturità di uomini. Un caloroso abbraccio a tutti.