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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Fra terra e mare. La cultura della legalità

di Del Gaudio Michele

Cari fratelli della camorra,

negli ultimi venti anni le nostre strade si sono irrimediabilmente separate. Voi avete scelto la legge della violenza e del dio denaro; vi siete organizzati militarmente; siete diventati imprenditori e profondi conoscitori della Borsa; avete privato molte persone del bene più prezioso: la vita; alcuni li avete eliminati solo perché facevano il loro dovere.
Ma la colpa è tutta vostra?
Se non ci fossero stati bisogni e diritti negati, assenza delle istituzioni, identità fra organi dello Stato e malaffare, corruzione, clientelismo, favoritismo, raccomandazioni, rassegnazione, l’associazione mafiosa sarebbe stata una barca senza remi, avviata alla deriva.
Ed invece! Vi abbiamo ghettizzato in baracche e casupole, senza alcun comfort, senza gli elementi minimi di sopravvivenza civile. Vi abbiamo trasformato da onesti lavoratori in fucina di voti dei nuovi re del Meridione. Vi abbiamo negato i più elementari strumenti di crescita sociale.
E mentre noi ingrassavamo, anche sulla vostra pelle e i vostri delitti, pretendevamo che foste cortesi ed educati; che accettaste la povertà come dono divino; che non desideraste le nostre automobili fiammanti e i nostri televisori.
Vi chiedo umilmente perdono per le nostre responsabilità.
Anche voi ne avete; e sono tante. Avete scelto di agire in modo assurdo e scervellato. Vi siete serviti di armi e violenza solo per beneficiare degli stessi falsi miti del mondo borghese, senza pensare ad un modo democratico e non violento di lotta.
Per favore, ritornate a pensare. Recuperate la vostra dignità. Aiutateci a ricostruire la nostra.
Riflettete. Gli affiliati alla camorra hanno una vita media di trent’anni. Tutti i morti ammazzati delle guerre fra clan sono giovanissimi. Conviene, per pochi anni di agiatezza e di esaltazione, rinunciare alla propria vita?
Vi chiediamo di fare una scelta: di uscire dal vicolo cieco del consumismo con tutte le sue appendici; di non fidarvi delle promesse dei soliti capi-bastone; non contano più nulla.
Di certo noi continueremo a lottare; contro la parte del vostro animo che propende alla sopraffazione e alla violenza; ma anche a favore di quella parte, che si fa sentire timidamente e vi sussurra la bellezza del vivere “liberi”, del fare un lavoro sano, del crearsi una famiglia, dell’abbracciare i figli con tenerezza, senza timore di essere colpiti improvvisamente da una scarica di pallottole.
E quando andrete a votare, utilizzate bene quell’arma micidiale che è il voto. Pretendete il rispetto dei vostri diritti; non elemosinate ciò che vi spetta.
Non ci illudiamo che tutto ciò avvenga in tempi brevi e ci impegniamo a fare, comunque, la nostra parte.
Vi voglio bene.




Cari fratelli sacerdoti,

che operate nelle zone di camorra e di mafia, grazie per il vostro difficile lavoro, fatto di impegno, di difficoltà, di minacce, grazie per quello che fate.
Vorrei però esortarvi a fare di più. È difficile individuare le cause vicine e remote delle deviazioni mafiose, ma non possiamo negare che un’ampia fascia della popolazione dà il suo consenso, diretto o indiretto, al potere camorristico. Se siamo sinceri fino in fondo, dobbiamo ammettere che siamo un po’ tutti responsabili dell’attuale situazione di degrado delle nostre terre.
Ed allora si impone in modo perentorio di ridisegnare il concetto di persona perbene, di brava persona, di bravo ragazzo.
Sono in tanti che continuiamo a definire con tali termini, pur essendo caduti in manette o visitati da un’informazione di garanzia. Ma no, è un bravo ragazzo, l’ha fatto per ingenuità, in fondo si è dovuto inchinare al sistema; sentiamo dire da tanti in relazione a questo o a quell’arrestato.
Aiutateci a ripensare la definizione di brava persona, aiutateci a far capire alla gente che è disdicevole dal punto di vista civile e religioso comprare sigarette di contrabbando, acquistare, a prezzi stracciati, impianti stereo rubati; chiedere favori e raccomandazioni in genere e, soprattutto, quando altri ne avranno degli svantaggi.
Avete ragione, non potete non stigmatizzare i comportamenti sessuali dei divorziati, la religione cattolica ritiene indissolubile il matrimonio, ma come sarebbe bello se foste duri ed impassibili anche nei confronti di coloro che non ammazzano, ma rubano agli altri la loro dignità o la vendono magari per un certificato.
Non ci fraintendete, altro è uccidere, altro è comprare sigarette di contrabbando, ma l’una condotta è legata all’altra; per poche migliaia di lire si legittima un sistema in cui si fregano miliardi e non si disdegna l’omicidio, pur di raggiungere i propri scopi.
Ed allora, cari fratelli sacerdoti, uniamo insieme le forze sane ed impegniamoci a ricostruire nella gente valori comuni al cristianesimo e alla Costituzione repubblicana.
Voi avete un compito difficilissimo, unitamente alla famiglia e alla scuola: quello di insegnare la vita. Fate allora una scelta, dite da che parte state, comprendete che oggi si è più missionari nelle zone mafiose che in Africa o in America latina. È importante lottare “gioiosamente”, come amava dire Paolo Borsellino, per condannare i camorristi irriducibili, al limite negando loro i sacramenti; e prospettando una vita di serenità e perdono per coloro che hanno ancora un cantuccio del loro cuore disponibile al dialogo.
E alle competizioni elettorali, date pure delle indicazioni ai fedeli, ma limitatevi a prospettare dei parametri, dei criteri per l’individuazione della persona da votare, ma non indicate nomi e liste, altrimenti rischiereste di condizionare il libero voto della gente.
Se potete, capite che è importante lavorare per la vita eterna, ma è altrettanto imprescindibile impegnarsi per migliorare la vita sulla Terra.
Camminiamo insieme con amore per formare dei buoni cristiani, ma anche dei buoni cittadini.
Vi voglio bene.



Cari ragazzi,

fino a qualche anno fa lavoravo solamente, poi mi sono accorto che era necessario impegnarsi nel civile e nel sociale. Ho, in particolare, cominciato a girare le scuole di tutt’Italia per farvi capire che la cosa più importante nella vita sono i sentimenti e gli ideali; per diffondere fra voi una coscienza collettiva della legalità. Non mi importano le vostre scelte future, ideologiche e partitiche, ma mi sta a cuore che, da destra o da sinistra, abbiate, quando vi siederete al tavolo della politica, un denominatore comune: la cultura della legalità.
E l’incontro con voi mi è sempre di conforto. Perché voi credete a quello che dico. Cercate disperatamente di farmi capire che attendete delle indicazioni; che vorreste tanto liberarvi dei disvalori che vi stiamo insegnando come genitori, docenti e istituzioni. I nostri messaggi sono ossessivamente indirizzati verso la vittoria del più bello, del più ricco, del più forte.
Ma a voi non interessano solo il rock e le discoteche, ancor di più vi sentite presi dall’amore, l’amicizia, la solidarietà, l’uguaglianza, la giustizia.
Io vi trovo ragazzi entusiasti, che ascoltano attenti, che applaudono, si commuovono, si affollano attorno a me, dopo il dibattito, per parlare ancora; che mi scrivono lettere bellissime.
Quando ero poco più che un ragazzino sono diventato giudice. Ho cercato di essere onesto e indipendente, ma ho trovato contro di me proprio le istituzioni, che mi dovevano difendere. Ho continuato la mia lotta non violenta a mafia e corruzione. Ed oggi ho incontrato voi, che date un senso alla mia vita.


Il silenzio non basta più

Continuate così. Rifiutate i compromessi; siate intransigenti sui valori; convincete con amore chi sbaglia; rifiutate il metodo del “saperci fare”; non chiedete mai favori e raccomandazioni; votate in modo consapevole, non per ottenerne dei vantaggi.
Tanti di voi si sono “schierati”, hanno fatto una scelta: contro la mafia, la corruzione, il favoritismo, la rassegnazione. Fatelo tutti. Il silenzio non basta più: bisogna parlare, denunciare, agire. Bisogna essere “normali”, cioè onesti, leali, corretti, anche se oggi diventarlo ha un significato eversivo. È il momento di una “nuova Resistenza”, per certi versi più difficile di quella degli anni Quaranta; allora i partigiani morivano sui monti, ma il nemico era ben individuato: il nazista, il fascista. Oggi il nemico si insinua dappertutto: fra i nostri familiari, i nostri amici, in noi stessi; spesso ci accorgiamo che basta una telefonata per risolvere il problema, e la facciamo, vendendo la nostra dignità.
No, ragazzi, godetevi la vita, innamoratevi, siate felici, ma diventate partigiani della “nuova resistenza” e non abbiate mai paura di pensare.
Vi voglio bene.

Michele Del Gaudio
È nato nel 1952 a Torre
Annunziata dove risiede.
Entrato giovanissimo in
Magistratura pratica a
Salerno.
Ha pubblicato per Editori
Riuniti.