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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Il mito di Macondo. A sud della scrittura

di Demarchi Enzo

ent’anni di solitudine di G. G. Márquez ha celebrato, l’anno scorso, i trent’anni dalla prima pubblicazione. Naturalmente su giornali e riviste s’è levato un coro di critici ed esperti per commemorare questo “miracolo” nel boom che la narrativa latino-americana conobbe a suo tempo. In realtà, non erano mancate le voci dissenzienti, anche apertamente “critiche” (Pasolini, Fortini, Calvino…), ma i capolavori, prima che decretati dai critici, sono riconosciuti dal fiuto dei lettori: 25 milioni di copie vendute in tutto il mondo, un milione e mezzo solo in Italia.
Se è vero che mito è ciò che non è mai esistito ma è sempre, si può dire che col suo romanzo García Márquez ha creato il mito di Macondo – villaggio simbolo di un continente, anzi “più che un luogo del mondo, uno stato d’animo”, com’ebbe a dire l’autore in un libro che citerò qui appresso (p. 95-96) -, mito che, fuori del tempo, sfida ogni tempo. Vorrei fare qualche considerazione sia pur sommaria su questo mito, da tre punti di vista:
1) il realismo magico della narrazione;
2) il personaggio di Ursula;
3) la solitudine-solidarietà di un continente.

Realismo magico
Nessuno ha saputo parlarne con più concretezza dell’autore stesso. Farò perciò riferimento alle conversazioni di G. Márquez col critico (amico) Plinio Mendoza, tradotte e pubblicate nel 1983 negli Oscar Mondadori col titolo Odor di guayaba. Allo spunto offerto dal critico: “La manipolazione della realtà nei tuoi libri è stata chiamata realismo magico. Ho l’impressione che i tuoi lettori europei colgano la magia delle cose che racconti, ma non vedano la realtà che le ispira…”, Márquez risponde: “Certamente, perché il razionalismo non permette loro di vedere che la realtà non si esaurisce nel prezzo dei pomodori o delle uova. La vita di tutti i giorni in America Latina ci dimostra che la realtà è piena di cose straordinarie” (o.c., p. 45). E più avanti: “Quando ero all’università, al primo anno di legge – avevo circa diciannove anni – ho letto La metamorfosi di Kafka. Parliamo di questa rivelazione. Ricordo la prima frase: “Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina, dopo un sonno agitato, si trovò nel letto trasformato in un enorme insetto”. “Càspita – pensai – così parlava mia nonna”. Fu allora che la narrativa cominciò a interessarmi” (p. 62). E ancora: “I miei nonni erano discendenti di gaglieghi, molte delle cose soprannaturali che mi raccontavano risalivano alla Galizia. Ma credo che quel gusto per il soprannaturale sia anche un’eredità africana… Nella regione caraibica, cui appartengo, la sfrenata immaginazione degli schiavi negri africani si è mescolata con quella dei nativi precolombiani, con la fantasia degli andalusi e con il culto per il soprannaturale dei gaglieghi. Questa propensione a guardare alla realtà in modo magico è propria dei Caraibi e anche del Brasile… Credo che i Caraibi mi abbiano insegnato a vedere la realtà in una maniera tutta particolare, ad accettare gli elementi soprannaturali come qualcosa che fa parte della nostra vita quotidiana” (pp. 64-66). Da tutto questo si capirà facilmente perché G. Márquez non abbia simpatia per la cosiddetta letteratura impegnata: “Il dovere di uno scrittore, e il dovere rivoluzionario – se si vuole – è scrivere bene… La traccia (per scrivere Cent’anni di solitudine) me l’hanno fornita i racconti di mia nonna. Per lei i miti, le leggende, le credenze della gente facevano parte, in modo assolutamente naturale, della vita quotidiana. Pensando a lei, mi sono reso conto, di colpo, che non inventava nulla, ma semplicemente captava e raccontava un mondo di presagi, di terapie, di premonizioni, di superstizioni che ci era proprio, una realtà molto latino-americana”. E la stoccata finale: “Ciò che mi ha permesso di scrivere Cent’anni di solitudine è stata la semplice osservazione della realtà… senza le limitazioni che i razionalisti e gli stalinisti di sempre hanno cercato di imporle, affinché costi loro minor fatica il comprenderla” (p. 73).

Lo stupore della realtà quotidiana
Macondo, dunque, come luogo dov’è di casa il “meraviglioso”, non come il fantastico del mondo estetico, ma come l’incorporato nella realtà stessa del mondo. A Macondo tutto ciò che accade è al tempo stesso naturale e miracoloso, spiegabile e inspiegabile, vecchio e nuovo, necessario e gratuito, comune e unico. Non il fantascientifico o il fantatecnico vi domina, ma lo stupore della realtà quotidiana, sempre sorprendente e inesauribilmente nuova nel suo stesso ripetersi.
A Macondo si è convinti che “la fonte di creazione è sempre la realtà” e che “l’immaginazione non è altro che uno strumento per elaborare la realtà“: tra immaginazione e fantasia c’è la stessa differenza che esiste tra un essere umano e il burattino di un ventriloquo (o.c., p. 39). In ogni realtà non c’è solo un problema da risolvere, ma un mistero da scoprire, e più si risolvono problemi più affiorano nitidamente i misteri. L’intelligenza della ragione apre la strada all’intelligenza del cuore: filosofia, scienza, tecnica non potranno mai sterilizzarne la meraviglia.

Il personaggio di Ursula
A Macondo c’è la casa dei Buendía (in un primo tempo l’autore avrebbe voluto intitolare il romanzo La casa), e nella casa c’è una donna, una madre: Ursula Iguarán Buendía. Gesti, parole e azioni di Ursula ricoprono i quattro quinti dell’intero romanzo (dall’inizio fino a pag. 353, su un totale di 426 pagine, nella vecchia edizione). La straordinaria longevità di Ursula Iguarán è dovuta al fatto che “se moriva, il romanzo sarebbe crollato. Quando muore, il libro possiede già una tale spinta che non importa ciò che accade in seguito” (o.c., p. 94).
È sempre l’autore a darci la chiave interpretativa di questo personaggio femminile: “Credo che le donne sostengano il mondo in bilico perché non perda l’equilibrio, mentre gli uomini cerchino di spingere la storia. Alla fine ci si domanda quale delle due cose sia la meno sensata” (ibid.), ed è chiaro a quale risposta inclini G. Márquez, quando leggiamo, a pagina 133, la chiosa esplicativa: “Le donne sostengono l’ordine della specie con il pugno di ferro, mentre gli uomini vanno per il mondo impegnati in tutte le infinite follie che sospingono la storia”. È in questa femminilità matriarcale che ha radice la duplice caratteristica che contraddistingue Ursula: la sua dedizione-fedeltà alla stirpe e la sua religiosità come cultura di vita.

La r’zdora
Ursula è la donna forte (la “r’zdora”, come dicono nelle campagne emiliane: la reggitrice, colei che regola e regge le sorti della casa, che porta insomma i pantaloni) in una casa intesa come il luogo della vita e dei suoi riti, l’asse attorno al quale ruota l’universo delle realtà personali, calamita e porto di incontri e ritorni dopo inevitabili sbandamenti, crogiuolo capace di accogliere e fondere in un’unica realtà anche abitudini e mentalità disparate, come quelle dei gringos (vicenda di Piero Crespi). La casa non è solo di genitori e figli, ma anche degli “affiliati”: di tutti coloro che a qualunque titolo vengano accolti in essa o per essere allevati ed educati come figli, o come amici della famiglia. Così Ursula accoglie in casa, sia pure di malavoglia, il nipote bastardo Arcadio (figlio di José Arcadio e di Pilar Ternera, l’altra “donna della realtà“, antagonista di Ursula); s’è presa a carico, per farsi aiutare nelle faccende domestiche, due indios docili e servizievoli, Visitación e il fratello; poco dopo accoglierà l’orfana Rebeca come propria figlia. Perfino di Melquíades – lo zingaro che aveva sedotto la fantasia del marito, José Arcadio Buendía, col miraggio di chimeriche invenzioni – Ursula, dimenticando i suoi vecchi crucci, deciderà che “sarebbe rimasto a vivere in casa” perché “nonostante la sua immensa sapienza e il suo ambito misterioso, aveva un peso umano, una condizione terrestre che lo manteneva imbrigliato ai minuscoli problemi della vita”.

En carne y hueso
Ursula è una donna religiosa, d’una religiosità (inestricabilmente pagana e cristiana insieme) tutta al servizio della vita. Ha vivo il senso delle persone “en carne y hueso”. In lei il personalismo è inscindibile dal vitalismo. Persona è per lei, innanzitutto e fondamentalmente, corpo: carne e sangue della stirpe. È nel corpo, individuale e familiare (clan), che si riconosce e comunica la persona. Pensieri e sentimenti, leggi e ideali, anche i più elevati, hanno bisogno di tale incarnazione per essere umanamente validi. Ursula deve tenere in piedi una casa riscattandola dalle mattane e dalla fantasia spropositata del marito e dal vizio dei figli, continuamente invischiati in guerre, nella passione per il gioco con i galli da combattimento e per le donne di malaffare. Dotata di buon senso pratico, sa anche investire bene i suoi risparmi, pur avendo un innato senso della giustizia che le farà nascondere duecento chili d’oro ritrovati dentro una statua di S. Giuseppe, per riconsegnarli a chi gliel’aveva prestata, e che la farà pregare Dio di far ridiventare poveri i figli pur di non vederli schiavi di una vita debosciata.
Eppure questa donna “dal cuore invincibile” è tutto fuorché un’invenzione della fantasia: è un personaggio concepito guardando e ricordando una realtà impastata di immaginazione. Possiamo ancora una volta credere a G. Márquez quando ci dice che “aspetti del carattere di Ursula Iguarán sono in gran parte quelli di molte donne che ho conosciuto [in primo luogo, sempre la nonna Tranquilina]. In realtà Ursula è per me la donna ideale, nel senso che è il paradigma della Donna, così come io la concepisco” (o.c., p.23-24). Possiamo dire che a Macondo il vitalismo personalistico costituisce l'”animus” femminile-materno della gente latino-americana, vera “ombra” junghiana del suo machismo (cfr. o.c., p.134).

Hablar e falar
Parlare e favellare

Un’ultima annotazione. Ursula è qualcosa di più di un personaggio, di un ricordo mitico. A differenza infatti degli altri personaggi, essa è anche colei che ricorda, memoria vivente della casa. La sua vita è presenza continua, più che personaggio da verificare è una verifica di tutta la narrazione: “donna della realtà“, come scrisse Cesare Segre. Ursula è un personaggio “favoloso” alla seconda potenza: la parola del narratore-fabulatore riprende un’altra parola narratrice, quella della leggenda popolare, del modo di narrare i fatti del popolo, di cui è testimone e maestra la nonna di G. Márquez: donna Tranquilina. Così parlando (hablar e falar = parlare come fabulare, favellare), la gente crea la propria storia, il proprio ambiente di verità umana, “narrando” ciò che è già accolto e tramandato. Tale narrare è un ritrovarsi dell’essere umano mediante una memoria egualmente lontana dalla cruda fattualità e dalla fredda astrazione razionale. “Narrare” è sapere umanamente avvenimenti e cose: l’ignaro è colui che non sa perché non sa narrare. Macondo è un luogo dove non esistono fatti ma “storie”: fatti narrati.

Solitudine e solidarietà
Il terrore di Ursula di fronte alla eventualità dei figli “con la cosa di maiale” è superstizioso e vitalissimo insieme: una superstizione al servizio della vita. Esprime la paura ossessiva di un vizio ereditario della stirpe ripiegata e incrociata sulla propria solitudine, insieme al desiderio di trovare la solidarietà nell’apertura ad altro sangue (altre culture, razze, continenti…). Fedele alla stirpe, Ursula non la vuole chiusa e condannata in se stessa, nel circolo vizioso del proprio sangue, ma quanti scandali non dovrà patire nella sua casa, nonostante tutti i riti con i quali essa cerca di porre una barriera a ogni possibile incrocio consanguineo!
Il tema della solitudine-solidarietà esprime (a livello continentale) il ricordo ancestrale della solitudine di avventurieri e desterrados in cerca d’una nuova esistenza, che, lontana dalla civiltà consolidata, non potrà che contare sulla solidarietà degli esseri soli, sul desiderio di ritrovarsi sulla base di una nuova famiglia e una nuova “patria grande”. Il “tempo storico” di prima è stato in qualche modo abbandonato per dare inizio a una nuova vicenda umana. Ciò che conta, ciò che permette concretamente all’uomo di ritrovarsi e identificarsi, è il suo appartenere a una stirpe nuova, a quella razza creola (criollo da criar = allevare ed educare) che non si riconosce né della metropoli né della nuova terra, né europea né india; gente che non può contare né sul proprio passato né sulla tradizione indigena, ma solo su se stessa, sulla tradizione da costruire col proprio sangue. Solitudine e solidarietà non sono dunque in contraddizione tra loro, ma coppia dialettica che compensa una realtà di fondo, quella di un continente che diventa “nuovo mondo” e che, facendo scoprire agli uomini la solitudine, imprime anche in loro il marchio-ricerca della solidarietà. In tale contesto e situazione la solitudine non significa isolamento razzista, presuntuoso e chiuso, ma soledad-saudade, indicante nostalgia d’una presenza, di incontro e re-incontro, stato d’animo non passeggero e non futilmente sentimentale, caratterizzato da ricordo e speranza: sentimento congenito alla solitudine in cerca di solidarietà.

Per sapere chi si è
Solitudine-solidarietà esprime anche, come ho già accennato, alla dialettica uomo-donna in una società paradossalmente “machista” e matriarcale. In tal senso, alla solitudine di ideali facilmente visitabili da tante ideologie, accolte e digerite alla latino-americana (utopicamente e disinteressatamente, contro ogni calcolo ideologico-razionale, perché troppo forte è il misticismo e il potere sognatore dell’animo latino-americano) fa da contrappeso la solidarietà del sangue e dei legami “cordiali” nella famiglia, nel villaggio, nella patria grande, nel mondo abitato da una “razza cosmica”. La stessa solitudine, che sul piano comportamentale genera l’ethos personalistico, il bisogno di relazioni umane concrete e gratuite, sul piano pratico-operativo provoca invece lo sbrigliamento della fantasia, la refrattarietà al metodo e alla costanza della ragione calcolatrice.
Macondo è il luogo dove c’è sempre bisogno di altri per sapere chi si è, il luogo dell’identità coniugata con l’alterità.

Enzo Demarchi
Esperto di letteratura
sudamericana