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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Il popolo senza terra ha diritto alla terra senza popolo

di Balasuriya Tissa

Per celebrare adeguatamente il millennio della nascita di Gesù, dobbiamo riflettere su ciò che i cristiani hanno fatto delle vite umane e del mondo durante questi duemila anni e soprattutto in questi ultimi cinquecento, quando le nazioni cristiane hanno dominato il mondo.

L’idea biblica di un giubileo, da celebrarsi ogni cinquant’anni, era di restituire le terre ai proprietari originari, di cancellare i debiti e di liberare gli schiavi, poiché la terra appartiene a Dio e gli uomini possono essere schiavi solo di Dio. La natura veniva rispettata attraverso il riposo sabbatico della terra (Lv 25, 2, 10, 55).

Il comandamento di Gesù di mettere in comune i propri beni e di prendersi cura gli uni degli altri era ancor più rigoroso, specialmente per il ricco.

Estendendo il principio biblico, le risorse del mondo dovrebbero essere disponibili come mezzo di sostentamento per tutti. Tutti i popoli del mondo godono infatti del medesimo diritto di accedere ai beni della terra. Il popolo senza terra ha diritto alla terra senza popolo. Questo principio è stato enunciato spesso da papa Pio XII dopo la seconda guerra mondiale, quando in Europa e in Italia era molto diffusa la disoccupazione. Secondo la teologia morale una persona in condizione grave di bisogno ha il diritto di prendere ad altri (rubare?) ciò che è essenziale alla sua vita.

Situazione attuale del mondo

Uno dei dati dominanti del mondo attuale è l’arbitraria appropriazione di terre e risorse da parte dei paesi occidentali. È un processo storico che ha le sue radici simboliche nel 1492, quando i popoli dell’occidente giunsero nell’emisfero australe, conquistando alle corone europee nuove terre, appropriandosi delle loro ricchezze e fondando, con l’uso della forza, nuove colonie. In questo processo, intere popolazioni furono annientate. Per secoli enormi ricchezze, tra cui grandi quantità d’oro e d’argento, vennero trasportate dalle colonie verso le nazioni colonizzatrici. Questo permise lo sviluppo del capitalismo occidentale e la costruzione della base del potere economico dell’occidente. Questi comportamenti vennero sventuratamente incoraggiati anche dalla Chiesa, con l’idea che, attraverso di essi, si sarebbe potuto diffondere il dono della salvezza a quelle persone che altrimenti ne sarebbero state escluse e si sarebbero quindi dannate per l’eternità

Il risultato è stato l’apartheid mondiale. L’apartheid è un ordinamento sociale nel quale vige un sistema di sopraffazione di un gruppo sugli altri, come è successo, per esempio, nel Sudafrica, dove la razza bianca ha dominato sui neri. In Sudafrica, nonostante la censura mondiale, i bianchi si sono impossessati delle terre e dei lavori migliori, hanno goduto dei guadagni più alti, dei diritti civili e politici che venivano invece negati ai neri.

Soffermiamoci a pensare al fatto che l’intero sistema mondo è basato su una specie di apartheid. Ogni nazione è delimitata dai suoi attuali confini territoriali e intende svilupparsi all’interno di essi. I diversi gruppi razziali dell’unica razza umana sono ripartiti in “riserve” separate all’interno delle quali decidono di vivere: i gialli in Cina, Giappone e territori adiacenti; i neri in Africa. I popoli di carnagione scura in India, Pakistan e nel sud est dell’Asia. Gli arabi abitano convenzionalmente il Nord Africa e il Medioriente. Il resto del mondo – Europa, America Settentrionale, Centrale e Meridionale, Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa – è prevalentemente riservato ai bianchi. Quando neri, gialli e “marroni” hanno emigrato, lo hanno fatto solo come schiavi o come manodopera a basso costo per i bianchi. Così è stato per i neri in America, gli indiani in Malesia, Sri Lanka e India occidentale, Corea e Giappone.

La distribuzione delle terre tra gruppi razziali non è cambiata né con la decolonizzazione postbellica, né con il collasso dell’Unione Sovietica. Nel 2000 la mappa del mondo secondo la distribuzione razziale della popolazione rimane più o meno quella del 1900.

Un giubileo superficiale

È probabile che il Giubileo del 2000 si riduca a una superficiale celebrazione del potere, è probabile che non aiuti a riflettere sul tempo che viene, che non riesca a contribuire a definire un nuovo ordine mondiale e all’evoluzione della visione teologica della storia. Il giubileo del 2000, come gli altri anni santi del secolo appena passato, rischia di ridursi a celebrazioni esteriori, pellegrinaggi sconclusionati a Roma e in Terra Santa, souvenirs, pii propositi di buona volontà, campagne per la pace all’interno di un ingiusto status quo e opere di carità che non lo cambieranno.

Cambiamenti richiesti

Se i poveri del mondo devono essere risarciti, sono necessari cambiamenti fondamentali tanto nell’insieme dei valori, nei rapporti tra le persone e nelle strutture delle nazioni, quanto nella distribuzione delle risorse e delle terre. I sistemi di commercio devono essere resi più equi, lo stile di vita dei ricchi dev’essere più semplice, affinché ai poveri sia concesso di sopravvivere.

Le popolazioni occidentali hanno una certa inclinazione verso i bisognosi di paesi diversi dai loro. Ma sono ignoranti sulla reale situazione economica del mondo. Sono condizionati dai loro media, dai loro sistemi di educazione, dai loro insegnamenti universitari, dalle loro preghiere, che li inducono a pensare a se stessi come uomini di buone intenzioni e pronti a fare del bene agli altri. Si considerano persone che fanno lavori pesanti e che danno un aiuto ai poveri. Non sanno che sulla Terra sono i poveri a sostenere i ricchi; sono i lavoratori ad avere arricchito i proprietari dei capitali. È il mondo sottosviluppato che ha finanziato per lungo tempo i paesi occidentali dominanti. È da notare che quasi nessun autore che si occupa del fenomeno della globalizzazione, indipendentemente dalla sua ideologia, evidenzia o anche soltanto allude a questa realtà di base della distribuzione della terra tra gruppi razziali.

Provocare un

cambiamento di mentalità

La ri-educazione degli Europei perché conoscano meglio la loro storia e la realtà attuale del mondo richiede la ri-scrittura dei loro libri di storia. Essi devono ripensare i valori morali che hanno governato la loro storia. È necessario che questa operazione venga intrapresa per conoscere chi in questi ultimi 500 anni ha rubato cosa, e a chi. Devono capire che, sia pure inconsciamente, ancora oggi stanno ottenendo vantaggi da saccheggi e genocidi avvenuti nel passato.

In tutto il mondo ci sono gruppi di persone che stanno acquistando una certa consapevolezza della grave situazione indotta dalla globalizzazione economica e culturale. Molte persone e movimenti stanno lottando per ricostruire l’ordine mondiale. Da questo orientamento, specie tra i giovani dell’occidente, sorgono programmi di incontro e di solidarietà che sono destinati ad alimentare.

I cristiani devono meditare su come l’insegnamento morale della Chiesa e la pratica religiosa abbiano trascurato mali tanto seri e come il dogma cristiano abbia finito per legittimarli. A questo proposito, papa Giovanni Paolo II chiede ai cristiani di riflettere e di pentirsi:

«Un altro capitolo doloroso della storia sul quale i fratelli e le sorelle della Chiesa devono ritornare con spirito di pentimento è quello del consenso tacito dato, specialmente in alcuni secoli, all’intolleranza e anche all’uso della violenza in favore della verità» (In preparazione dell’anno giubilare del 2000, 1994, n° 35).

Nel messaggio della Quaresima del 1992, Papa Giovanni Paolo II ha insistito sul fatto che tutte le persone sono «chiamate a condividere le risorse della creazione». A dispetto di questa e di altre forti richieste del Papa, la situazione del mondo non sembra migliorare. All’interno di un pur necessario riesame culturale i cristiani dovrebbero chiedersi sinceramente perché abbiano sbagliato così a lungo. Quali sono le istituzioni (anche quelle ecclesiali) che hanno diffuso e perpetuato tali idee riguardanti Dio, le altre religioni e la salvezza.

Come vivere

il nuovo millennio?

Proponiamo qui di seguito alcuni suggerimenti:

  1. organizzare gruppi di riflessione sul secondo millennio, in particolare a partire dal 1500, che esaminino l’impatto positivo e negativo che hanno avuto le singole scelte. Si può riflettere, per esempio, sulle ragioni che hanno indotto la Chiesa a considerare la sua missione all’interno della colonizzazione occidentale e a trascurare i valori evangelici dell’amore, della condivisione, della giustizia e della tolleranza;
  2. gli occidentali, nel corso della celebrazione del giubileo, dovrebbero riflettere su ciò che hanno fatto della cristianità e del mondo, e perché tanti popoli sono ancora “fuori della Chiesa” scristianizzati. Un vero cristiano come può ispirarsi all’insegnamento di Gesù e allo stesso tempo esercitare un ruolo significativo rispetto al mondo moderno, in un genuino amore reciproco, andando al di là dei testi contenenti antiche formulazioni di dottrine e di una ripetizione convenzionale di norme o forme rituali ed esteriori?
  3. esprimere un pentimento sincero per quanto è stato compiuto di male nei confronti degli altri e correggere le nostre posizioni attraverso il ritorno ai valori più profondi del servizio amorevole contro l’avidità, l’accumulazione della ricchezza e del potere e la pretesa di possedere il monopolio della verità e della grazia salvifica. La Cristianità non è stata forse per tanto tempo parte di un sistema sociale ingiusto sul piano economico, politico e culturale?
  4. favorire la celebrazione del nuovo millennio insieme agli altri cristiani in una dialogo ecumenico aperto alle altre fedi e all’umanesimo laico. Chiedere alle altre religioni di accordarci il perdono per la mancanza di rispetto che abbiamo dimostrato nei loro confronti nel corso di tanti secoli;
  5. sostenere passi concreti perché sia resa giustizia alla parte femminile dell’umanità che è stata disumanizzata e profondamente mortificata. L’anniversario della nascita di Gesù ci può suggerire di prenderci cura in particolare dei bambini, che sono spesso le vittime più deboli del sistema globale dominante;
  6. fare della giustizia sociale una priorità nella nostra missione: dunque giustizia verso i lavoratori, gli emigranti, i rifugiati e tutte le persone marginalizzate;
  7. ricordare tutti i martiri che, nei nostri tempi, sono morti per la pace e per la giustizia, da Martin Luther King all’arcivescovo Romero, alla moltitudine di donne e di uomini di molti paesi, compresi i nostri. Celebrare le iniziative intraprese dai Cristiani in diverse parti del mondo per promuovere la genuina liberazione dei popoli;
  8. allo stesso modo noi possiamo richiamare nella nostra celebrazione la memoria di quanti, ispirati da Gesù e dalla sua testimonianza, hanno lottato per relazioni umane migliori: per esempio il Mahatma Gandhi e Rabindranath Tagore. Possiamo anche godere della misura in cui i valori evangelici sono entrati a far parte del grande fiume del pensiero dell’umanità. Si pensi, per esempio, alla tradizione democratica e alla resistenza non violenta all’ingiustizia e all’oppressione;
  9. le celebrazioni del Millennio dovrebbero comprendere lo sforzo di riformare le Chiese per adeguarle alle nuove esigenze del presente e del futuro; in particolare per una loro maggiore partecipazione che le veda più presenti nelle realtà periferiche e che le renda capaci di riconoscere le trasformazioni in atto nella Cristianità, che la stanno trasformando in una religione prevalentemente del Sud, dei laici e delle donne;
  10. intraprendere campagne mirate:

– alla cancellazione del debito estero dei paesi poveri;

– alla compensazione per lo sfruttamento coloniale;

– alla riforma dell’ONU, della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e degli accordi ad essa sottoposti;

– alla distribuzione della terra, rimediando alle conquiste coloniali e mettendo le popolazioni in via di sviluppo in condizione di rispondere alle loro necessità.

Tissa Balasuriya

Centre For Society and Religion

Colombo, Sri Lanka