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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

La globalizzazione ovvero la paura del futuro

di Gandini Andrea

Chi va e chi viene nessuno resta
Vorrei partire da dei fenomeni che stanno avvenendo a livello mondiale per “planare” sulla condizione di vita di tutti i giorni. Credo infatti che oggi una persona “consapevole” debba compiere scelte di carattere generale ma anche testimoniarle con la propria vita; se non si fanno entrambe, l’efficacia sui mutamenti è modesta e in ciò credo risieda molta della crisi dei “politici”, che sono percepiti (a ragione) come “ruotelline di un ingranaggio sul quale non incidono” e che determina addirittura le loro scelte. Dal 1989, con la caduta dei regimi comunisti dell’est, vi è stata un’accelerazione nella storia. Oggi (specie in Italia) siamo in una fase di “mobilizzazione”, di forti cambiamenti, dopo essere stati per 40 anni in una fase di “stabilizzazione”. Non voglio qui riprendere le conseguenze prodotte dalla globalizzazione su cui, come sapete, c’è molto contrasto tra gli stessi “esperti”: da un lato c’è chi sostiene uno scenario in cui l’ottimismo prevale sul pessimismo; che la caduta delle barriere doganali e l’entrata nel mercato capitalistico di oltre 60 paesi poveri (Cina in testa) ha prodotto negli ultimi 10 anni un raddoppio del reddito reale di due miliardi di persone. La speranza di vita dal 1960 al 1990 è aumentata ovunque nel mondo (mediamente di 17 anni), ma soprattutto nei paesi poveri); i miglioramenti nella sanità fanno sì che ogni anno muoiano 5 milioni di bimbi in meno; leggere e scrivere sono oggi più diffusi che mai; il numero dei paesi di Africa, America Latina, Asia in grado di sopperire integralmente ai fabbisogni alimentari è raddoppiato, passando dal 25% al 50%; nell’arco di una sola generazione c’è stata una riduzione del numero di figli per donna (da 6 a 4), fatto unico nella storia demografica; molte discriminazioni (donna,…) stanno emergendo… Altri sostengono invece il prevalere degli effetti negativi; che i dati di crescita del reddito di cui si parla sono in realtà delle “medie”; che la crescita di reddito (anche forte) riguarda una minoranza, mentre la maggioranza si va impoverendo; che le disuguaglianze stanno aumentando (qui si è tutti d’accordo) sia a livello planetario che all’interno dei singoli paesi (per esempio nel mondo ci sono 367 persone che posseggono quanto il 40% della popolazione più povera), anche negli Usa questo rapporto è analogo, in molti paesi poveri lo squilibrio del reddito è ancora maggiore. Ci sono 1,3 miliardi di persone (prevalentemente donne) che vivono in assoluta povertà; 800 milioni che soffrono la fame e 40 mila bambini muoiono ogni giorno per malattie e debolezza; gli ambienti vitali delle popolazioni, animali e piante vengono danneggiati progressivamente; la globalizzazione emargina ancor più i paesi e le fasce di popolazione deboli; sono in forte crescita tutte le “esternalità negative” della crescita economica: disoccupazione, criminalità, inquinamento, disgregazione sociale, etc. In Usa la ricerca di Merva e Fowles ha dimostrato che ogni incremento del tasso di disoccupazione dell’un per cento determina una crescita del 6,7% degli omicidi, del 3,4% di crimini violenti e del 2,4% di reati contro il patrimonio; lo studio ha mostrato una analoga correlazione tra crescita della disuguaglianza nella distribuzione del reddito e criminalità. In Usa sono detenuti 834 mila persone con elevate spese statali (inoltre i detenuti non pagano le tasse); il 60% degli studenti Usa del biennio delle superiori dichiara di essere in grado di procurarsi un’arma da fuoco; le bande giovanili sono in continua crescita nelle città: a Los Angeles ne fanno già parte 130 mila minorenni, negli ultimi anni il fenomeno sta coinvolgendo i ragazzi della classe media. Sono già oltre 4 milioni i cittadini che vivono in aree residenziali trasformate in cittadelle murate, così come in molte zone ricche dell’America Latina. Rifkin parla di un futuro con “isole di ordine in un mondo di caos”. La spesa per la sicurezza privata supererà i 100 mila miliardi di dollari anno solo negli Usa. Non c’è dubbio che il mondo si stia facendo più pericoloso e che molte zone di città Usa siano tra le più rischiose al mondo. Nessuno sa se l’innovazione tecnologica migliorerà la nostra vita o se prevarrà (come sostengono molti studiosi) una disoccupazione di massa e un forte degrado ambientale a cui si potrà porre rimedio solo riducendo l’orario di lavoro e sviluppando nuove forme di aggregazione sociale e produttiva come il non profit. Se guardiamo le cose italiane (una piccola provincia mondiale) abbiamo vissuto negli ultimi 50 anni una condizione di particolare vantaggio. Usciti dalla seconda guerra mondiale come paese povero (avevamo il 45% del reddito medio degli inglesi e il 33% di quello Usa) fummo aiutati dai paesi ricchi: il 10% degli aiuti del piano Marshall (circa 20 mila miliardi ai valori attuali) fu destinato al nostro rafforzamento. Eravamo in sostanza come i Cinesi di oggi: esportavamo verso gli altri paesi sfruttando i nostri bassi costi del lavoro, l’inventiva e la voglia di uscire dalla miseria. L’Italia è così diventata un paese ricco in pochissimo tempo (solo i Giapponesi sono stati più rapidi di noi): in soli 50 anni abbiamo fatto quanto gli Inglesi in 120 anni o gli Stati Uniti in 80 anni.

Attenti ai dati
La globalizzazione avrà conseguenze rilevanti per le nostre vite. Milioni di persone nei paesi poveri stanno uscendo dalla miseria materiale ma rischiano di approdare ad una società senza valori e senza “stato sociale” dove la iper concorrenza sta già producendo una crescente disgregazione sociale e nuove forme di povertà. Le politiche di liberalizzazione del commercio hanno aiutato i paesi poveri soprattutto là dove c’era una comunità coesa e capace di reggere la concorrenza; in molti paesi (specie latino americani) queste politiche hanno prodotto un forte impoverimento del tessuto produttivo (e sociale) e i Governi hanno ridimensionato la liberalizzazione. In sostanza vale sempre la buona regola di far competere i “giovanetti” se sono allenati e preparati a farlo (altrimenti diventa distruttivo). Ricordo che nelle manifestazioni degli anni `70 si gridava “trade not aid” (commercio non aiuti). Adesso l’apertura commerciale c’è e in molti casi fa anche male ai paesi occidentali perché produce disoccupazione e ristrutturazione aziendale, a causa della capacità di alcuni paesi (leggi asiatici) di competere in un’e­ conomia aperta. Ma la globalizzazione ha molte altre conseguenze per i nostri paesi “ricchi”: l’innovazione tecnologica e organizzativa viene spinta all’estremo ed in futuro c’è chi sostiene (Rifkin, La fine del lavoro, lit. 38 mila) che l’occu­ pazione si ridurrà, cresceranno i lavori marginali, la disoccupazione, con essa la criminalità e la disuguaglianza sociale. A guardare le statistiche ufficiali sull’occupazione ciò non pare stia avvenendo; tuttavia se si guarda più a fondo si scoprono cose molto diverse da quelle che dicono alcuni esperti. La disoccupazione, per esempio, in Usa è attualmente solo al 5%, cioè al livello più basso degli ultimi 20 anni; nessuno dice però che per essere occupato è sufficiente aver dichiarato di aver lavorato nella settimana di riferimento solo un’ora. Se il mercato del lavoro diventa più flessibile e più precario, cioè cresce la percentuale di coloro che lavorano per meno tempo (a part­time, stagionali, per qualche ora,…) a parità di volume di lavoro, gli occupati statisticamente crescono. Inoltre in molti casi quando gli studenti abbandonano la scuola, fanno dei lavoretti di qualche ora alla settimana o aiutano i genitori e… allora risultano occupati. Così, mentre scende il tasso ufficiale di disoccupazione, in Usa crescono i cittadini senza alcuna assistenza sanitaria (42 milioni), l’un per cento possiede il 40% del reddito del paese, cresce la prostituzione, il lavoro minorile, il degrado ambientale… In conclusione, è difficile dire che le cose vanno meglio. Anche in Italia nessuno dice che dal 1993 per essere disoccupati bisogna aver fatto un’azione attiva di ricerca negli ultimi 30 giorni dall’intervista; fino al 1992 erano considerati disoccupati coloro che l’avevano fatta negli ultimi 6 mesi. Se anche oggi adottassimo i criteri del 1992 il tasso ufficiale di disoccupazione salirebbe al 16% e non al 12% come risulta nel `97. Una recente indagine europea ha evidenziato come, mentre in quasi tutti i paesi i dati indichino una stabilità dei tassi di disoccupazione, i cittadini percepiscono che le cose stanno peggiorando a livello economico, occupazionale e sociale (Europinion, gennaio 1997). Ma, in effetti, le cose stanno realmente peggiorando per moltissimi versi. Si dice che in Inghilterra (dove c’è un capitalismo duro e puro, con poco wel­ fare) il tasso di disoccupazione è basso, ma non si dice che c’è una percentuale del 24% di part­time. Se in Italia ci fosse la stessa percentuale avremmo in proporzione 5 milioni e duecentomila persone in part­time. È chiaro che se in Italia si trasformassero due milioni di lavoratori da tempo pieno a tempo parziale, avremmo altri due milioni di occupati in più (pur rimanendo uguale il volume di lavoro, potenza delle statistiche!). In molti Stati dove risulta molta occupazione (Usa, Gran Bretagna), non si dice che c’è una quota elevata di lavoratori poco pagati (per esempio in Usa c’è il 25% rispetto al 13% dell’Italia). Questo significa che ci sono famiglie dove lavorano in due, ma sono poveri: vengono chiamati “lavoratori poveri”. Cioè gente che, pur essendo occupata, guadagna poco, tanto da rimanere nella fascia di povertà.

L’Italia virtuosa prima del 1970
L’Italia è quindi diventata un paese straordinariamente ricco in poco tempo, poi sono avvenute due cose che ci hanno messo in difficoltà. Con la crisi dell’89 tutte le economie dell’Est sono entrate nelle economie di mercato. Fino al 1989 c’erano un miliardo e quattrocento milioni di lavoratori, oggi nel mercato capitalistico mondiale ce ne sono 2,8 miliardi (il doppio). Questo ha comportato uno sbandamento generale, modificando tutta la divisione internazionale del lavoro. Alcuni imprenditori hanno pensato che, essendo il costo del lavoro basso nei paesi poveri, convenisse investire in questi nuovi paesi. Assistiamo così a continui fenomeni di delocalizzazione, che spaventano i lavoratori dei paesi ricchi, i quali rischiano di perdere il lavoro a causa di questi grandi cambiamenti. Il nostro Stato spendeva inoltre molto di più di quanto poteva. Fino al 1970 siamo stati un paese virtuoso; poi per far fronte alle lotte politico­sindacali­sociali degli anni `70, i Governi di allora hanno pensato di affrontare i problemi non risolvendoli ma allargando i “cordoni della borsa”: aumentando l’inflazione ed il debito pubblico. Questa è una manovra che si fa facilmente perché aumentando l’inflazione non si colpisce nel presente nessuno, a perderci è “solo” il paese nel lungo periodo e le generazioni future. Stessa cosa avviene aumentando il debito pubblico: si scaricano i costi su cittadini che non protestano: i veri poveri e i figli.

Prima dell’entrata in Europa
Ora, per entrare in Europa, siamo costretti a risanare. E infatti sono 4 anni che risaniamo in maniera durissima ed è la prima volta che avviene in Italia, così come i salari per la prima volta sono cresciuti meno dell’inflazione nel periodo 1992­95. I lavoratori, che per 45 anni hanno avuto sempre incrementi salariali superiori all’inflazione, dal 1992 al `95 hanno avuto incrementi inferiori e si ha la sensazione che questo processo non abbia fine. L’ingresso in Europa dell’Italia, egoisticamente parlando, invece conviene. Perché essere dentro un’economia forte ci permetterà di avere molti vantaggi. Uno dei più grossi è la stabilità della lira, con effetti di tutela dei risparmi e di investimenti sia di privati esteri in Italia, sia di investimenti pubblici finanziati dalla Banca Europea degli investimenti che aiuterà i Paesi più deboli. Essendo noi, nella UE, uno di questi (specie il Sud), avremo vantaggi che non potremmo avere stando fuori: è questo che non colgono i leghisti, la secessione sarebbe, innanzitutto, una sciagura per gli affari di chi si ritrova in un piccolo paese a fare i conti con un contesto mondiale dove contano i “grandi giocatori”: nel mercato infatti c’è ancora tanta politica e negoziazione (e chi è più forte, più conta). L’Europa è quindi un obiettivo importante e lo sarà tanto più quanto diventerà non solo un “mercato” ma un’unione sociale e politica. Ad esempio i corsi di formazione che molti oggi seguono non sarebbero possibili senza l’Europa. E il vantaggio della formazione è rilevantissimo, perché noi andiamo verso un’economia in cui, non essendoci più il lavoro fisso, bisognerà fare in modo che chi perde il lavoro sia accompagnato da momenti di riqualificazione.

Federalismo e principio di sussidiarietà
Sono invece meno ottimista se considero la frantumazione sociale in atto. Nel paese (specie al nord) c’è una grossa e giustificata spinta al federalismo, che significa trovare nelle istituzioni e nella comunità locale dove si vive e si lavora la forza (nel bene e nel male) delle proprie radici, nella consapevolezza (sconosciuta però ai più) che prima del mercato (nella globalizzazione) c’è la società civile e la sua coesione, che per produrre bene ci vuole una comunità coesa, che dialoga, studia, si sviluppa, etc. I cittadini hanno percepito che la crescita dipende soprattutto dalla qualità delle Istituzioni. Se i Paesi del Terzo Mondo non crescono (ma vale anche per il nostro Sud), ciò dipende dal fatto che i Governi sono corrotti, non lavorano realmente nell’interesse dei propri cittadini, rubano… La teoria economica sostiene che paesi poveri di tecnologia, poveri di risorse naturali, poveri di istruzione, ma con buone Istituzioni, nel lungo periodo crescono. Da questo punto di vista una rinnovata finanza locale è una necessità indifferibile: l’autonomia di spesa deve essere vincolata alle reali entrate e svincolata dalle decisioni nazionali. Oggi succede, per esempio, che lo Stato metta a disposizione dei fondi per costruire uno stadio; i Comuni interessati (per esempio quelli che ospitarono i mondiali) sono costretti a spenderli in quel capitolo, anche se per i cittadini sarebbero importanti altri servizi: per esempio completare la rete fognaria,… In questo sistema i politici, pur di ottenere i fondi dallo Stato, chiedono lo stadio. Tutto ciò porta non a discutere prima a livello locale di quali siano le scelte e gli investimenti più importanti, in una parola alla democrazia, ma a spingere i politici a fare delle lobby che portino nel Comune più soldi possibili (indipendentemente dalle priorità). Entrando in Europa saremo costretti, invece, ad essere di fatto federalisti, in quanto dovrà essere applicato il principio di sussidiarietà (una norma europea). Significa che i servizi (quindi le spese), dovranno essere fatti dal livello più vicino ai cittadini, se ci sono la “scala” e le “competenze”. La “scala” significa che si ha la titolarità della dimensione geografica: per esempio, la programmazione delle ferrovie regionali potrà essere decisa solo dall’Ente Regione (non dalla Provincia); un Comune invece avrà la titolarità (la “scala”) per programmare la rete degli asili comunali (in questo caso a “scala” comunale), ma lo potrà fare solo se ha anche le competenze (cioè se ha dei funzionari in grado di occuparsi con professionalità di queste problematiche). È un principio della futura Europa, per cui al di là del federalismo, se entriamo in Europa saremo costretti a seguire questa strada. Certo la bicamerale potrebbe accentuare il federalismo, ma in qualche modo è una via tracciata e certo utile per il paese, in quanto fa crescere la consapevolezza di come si spendono i soldi e saranno premiate le comunità virtuose (che evadono meno il fisco e che spendono bene le entrate pubbliche raccolte).

Nuove opportunità di scelta
L’epoca che stiamo vivendo vede anche un altro cambiamento: è in atto un indebolimento delle strutture forti che hanno caratterizzato l’umanità (le ideologie, le grandi agenzie di aggregazione sociale come i partiti, i sindacati, la stessa chiesa), nei confronti delle quali l’umanità è stata spesso più “devota” che convinta, più un “gregge”. Nel momento in cui queste strutture forti si indeboliscono, i singoli sentono da un lato un “vuoto”, dall’altro hanno una formidabile opportunità: far vivere i grandi valori della libertà, democrazia, fratellanza, coraggio, etc. come scelta personale di individui adulti e non più come bambini devoti che lo facevano più per dovere in quanto appartenenti ad un “gruppo”. Ciò è tanto più difficile oggi quando i processi sociali di fondo spingono verso la disgregazione sociale e la sfducia. Ma scegliere questa strada oggi significa l’unico modo per essere persone libere, consapevoli, per vivere (e non sopravvivere), seguendo il vero “maestro” (del cuore) che è in noi. In questo senso noi ci troviamo in una condizione straordinariamente nuova rispetto agli uomini e alle donne che ci hanno preceduto nel corso dei secoli. I nostri padri hanno seguito certi sentieri spesso non per libera scelta, ma sulla base di certe esigenze di sopravvivenza (o di miseria) o perché credevano in grandi valori o ideologie che però venivano solo in scarsa misura realizzati a livello personale e di vita quotidiana. E questo era anche il loro punto di forza, in quanto si produceva un’aggregazione, che oggi manca, seppure essa fosse più simile a quella di un “gregge” che a quella di uomini adulti e liberi che vi arrivano dopo un lungo percorso interiore.

Una scelta di libertà oltre le fratture
Oggi viviamo una condizione sociale molto frantumata, ma abbiamo anche un vantaggio rispetto al passato: nel momento in cui facciamo una scelta di fratellanza, di superamento delle fratture, lo facciamo con una consapevolezza più profonda, non perché seguiamo delle mode, ma come risultato di un percorso realizzato dentro di noi. E nel momento in cui facciamo questo, le forme e di aggregazione e di crescita personale assumono un’im­portanza maggiore di quella dei nostri padri, in quanto sono più consapevoli. L’indebolimento delle strutture forti, di potere, e ideologiche, consegna all’individuo per la prima volta nella storia l’opportunità di far vivere dentro di sé questi valori in modo pieno. Il problema è che la situazione sociale non è favorevole, tutti siamo molto atomizzati, tutto spinge alla frantumazione (ma si può costruire realmente qualcosa senza impegno e fatica?). Ma è anche vero che le persone sono molto più colte, più istruite, più disposte ad un percorso personale, a seguire quei buoni maestri che dicono che, se cerchi, in te c’è un maestro. Non bisogna vivere questo processo necessario di “individualizzazione” come un elemento negativo: un aspetto è l’individualismo, cioè pensare che esistiamo solo noi (mentre è nel dialogo che c’è la vita); un altro è il processo di “individualizzazione”, cioè la ricerca che ognuno deve fare (perché siamo diversi l’uno dall’altro) per capire quali sono i suoi desideri, sogni, talenti e come operare per accrescerli. Questo non può essere fatto se non da noi stessi. Anche nel rapporto di coppia non si possono fare sempre le cose assieme, perché, ad un certo punto, se si fa sempre così, uno strumentalizza l’altro. Ci saranno momenti in comune e altri no. Il profeta Gibran paragonava il rapporto di coppia alle colonne del tempio: per stare in piedi il tetto del tempio ha bisogno che le colonne stiano ad una certa distanza; non troppo vicine, perché il tetto sarebbe instabile, né troppo lontane altrimenti si sfonderebbe.

I processi dell’uso del denaro
Quando la Borsa oscilla crescono le paure, ma bisogna avere chiara una cosa: il valore di un Paese, di un’economia, è dato sostanzialmente dalle capacità di produzione e lavoro, dall’affidabilità delle Istituzioni e poi, certo, anche dai conti finanziari in regola. Se la lira sale o scende ciò è dovuto al fatto che i mercati internazionali (che non sono altro che la somma di tutti i soldi che noi depositiamo nelle banche), che sono alla ricerca dei rendimenti migliori, giudicano bene o male, in quel momento, la nostra economia. Ma ciò avviene perché usiamo il denaro come dei bambini; quando depositiamo infatti i nostri soldi in banca l’unica cosa che chiediamo è che ci diano il tasso di interesse più alto. A questo punto il solerte funzionario bancario cercherà di chiedere allo “gnomo finanziario” di comprare i titoli che rendono di più (anche se si tratta di vendita di armi, di speculazioni finanziarie, di far crollare l’economia del Messico), tanto noi “non lo sappiamo”, l’importante è che il tasso di interesse sia alto (pecunia non olet). Ma non possiamo nasconderci dietro un dito, non possiamo dare la colpa ai “mercati finanziari”: dietro questi mercati ci sono delle persone in carne e ossa che chiedono di avere il massimo tasso possibile! Così nasce la speculazione finanziaria contro le monete deboli o, se si prevede un peggioramento finanziario ed economico di un certo Paese, contro la sua moneta. Dalla consapevolezza di questa “infanzia” in cui viviamo nasce il progetto della Banca Etica, di dare soldi solo a chi li investe in modo pulito e per favorire certe imprese, anche se il tasso di interesse è di un punto più basso di quello normale. L’economia, più ancora della “morale” o della “religione”, può diventare la strada reale attraverso cui si diventa più (o meno) “fratelli”. E’ infatti attraverso il denaro e la dimensione economica che entriamo in relazione concreta con l'”altro”. Per questo ogni volta che incontriamo un povero (sia esso vero o finto) che ci chiede denaro siamo “turbati” da questo incontro. Siamo noi con la nostra richiesta di tassi alti (e la paura di restare senza soldi) che attiviamo il processo di oscillazione della Borsa, non gli “gnomi internazionali”. Questa è una forma antica di dominio (il denaro come nostro tiranno) che può essere scalfita solo da una crescita individuale (non assegnata a entità esterne, è troppo comodo!). La paura di restare senza denaro genera (specie per chi non fa un percorso interiore) una seconda forma di paura: la concorrenza per i posti ben pagati, per la carriera. Il denaro deve essere usato in modo più consapevole. Ci sono tre tipi fondamentali di denaro: il denaro di consumo; il denaro di prestito; il denaro di donazione. Il denaro di consumo è un denaro con cui compriamo delle cose, soddisfiamo certi bisogni (come tali del passato) e per questo rappresenta il passato. È il denaro che ci mette in relazione con le persone, anche se, schiacciati dalla routine, non consideriamo spesso quasi più questo aspetto. È il denaro con cui, attraverso l’acquisto, valorizziamo quella persona e quell’impresa rispetto ad altre. Con il denaro di prestito noi invece ci “incateniamo” (rinunciando a nostri bisogni attuali o futuri) per darlo ad altri. Poiché è un denaro che nasce da una rinuncia è bene che il prestito sia fatto per sviluppare i talenti dell’altro (e non per il consumo). Non è male quindi che si presti denaro sapendo che cosa l’altro farà del nostro denaro (seppure a prestito). Il denaro di donazione è quello col quale ci limitiamo per permettere ad altri di sviluppare dei talenti (è il caso dei genitori quando si limitano in favore dei figli). Dobbiamo sapere che il denaro “ha paura di morire”, per questo si ferma e cerca di “vivere” nelle rendite: case, terreni, depositi bancari, … Invece per fare “morire” il denaro (e quindi far vivere le persone) e far funzionare una sana economia, per dare occupazione a tutto il mondo, per far crescere le imprese, bisogna che il denaro sia reinvestito nell’impresa, affinché il valore aggiunto del lavoro imprenditoriale e dei lavoratori si accresca (se reinvestito nell’impresa) con altro lavoro. A livello individuale significa anche limitare i propri consumi attuali per investirlo nel futuro (dando spazio ai talenti). Molti lavoratori e imprenditori non lo fanno; in Italia, tra le imprese, solo Olivetti ha investito tutto il proprio capitale nell’impresa produttiva. Anche per Keynes l’economia poteva crescere solo se il profitto veniva reinvestito nell’impresa produttiva; da qui nacque la teoria della “domanda aggregata”. Ma se non c’è questo elemento morale gli investimenti cadono. È in piccolo il processo di quando noi stessi, per le nostre insicurezze, mettiamo i soldi in banca e chiediamo che ci venga dato il massimo di rendimento. È un atteggiamento di “rendita” che poi ricade contro di noi, togliendoci la fiducia (in noi, nel futuro, negli altri…). Per l’impresa, questa scelta, blocca la crescita e si traduce a livello “macroeconomico” in un calo della crescita e dell’occupazione; per quanto riguarda l’individuo blocca la crescita personale, interiore e blocca le potenzialità che ognuno di noi ha. Ancora una volta i migliori economisti scoprono che prima del “mercato” è necessaria (per la crescita) l’esistenza di una comunità coesa, con bassa criminalità, capacità di dialogo e buone istituzioni; che prima di ogni elemento economico è necessario riscoprire un elemento morale. Così è anche nella nostra vita e l'”impazienza è la nebbia dell’anima”.