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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Con Brexit e Trump, quale futuro

di Panebianco Fabrizio

L’anno che si è appena aperto sarà, da un punto di vista politico ed economico, un anno estremamente importante per le relazioni tra stati, per le prospettive economiche di quasi tutto il mondo e, più in generale, per il nostro futuro. Molto si giocherà in Europa e Stati Uniti. Negli Stati Uniti vedremo con molta chiarezza le decisioni di lungo periodo del neo presidente Trump. In Europa capiremo come Brexit e le importanti elezioni in paesi chiave dell’Unione Europea ne determineranno il futuro cammino. Le reazioni russe e cinesi a questi eventi decideranno il resto.

Prevedere il futuro e le conseguenze economiche di lungo periodo è sempre un lavoro rischioso in quanto l’economia è una disciplina non esatta, che ha a che fare con fenomeni umani non replicabili e un elevato grado di elementi di incertezza non controllabili. Quindi, il gioco di dire «questo gli economisti non l’avevano previsto» ha spesso poco senso. Il meglio che si possa fare è capire alcune regolarità dal passato e cercare di intuire se possono mettere in luce caratteristiche dell’oggi e i suoi possibili sviluppi.

Ci sono alcuni elementi di riflessione che possiamo trarre dall’elezione di Trump, da Brexit e dai venti simili che soffiano sul pre-elezioni in alcuni stati europei.

Innanzitutto si è molto parlato del voto a Trump e Brexit come di una risposta delle fasce povere ed escluse, che hanno perso dall’internazionalizzazione delle economie avanzate. Questo sarebbe già discutibile, in quanto è molto probabile che, senza questa internazionalizzazione, le economie sarebbero stagnate molto di più, con effetti ancora più gravi. Se però apriamo lo sguardo al mondo intero, le recenti elezioni riguardano il voto di persone appartenenti al mondo più ricco le quali, per scelte lavorative o scolastiche personali, o perché intrappolate in cambiamenti del sistema economico nazionale, vedono parte della propria ricchezza perdersi a causa di crisi di aziende o di impossibilità, o in alcuni casi incapacità, a proporsi in mansioni e vesti lavorative alternative. È ovvio che il problema sociale sia molto rilevante, ma lo è anche nei paesi nei quali molte imprese delocalizzano. Mi ritorna alla mente una frase che si ascoltava spesso nei primi anni 2000: «I poveri non ci faranno dormire». Ecco, siamo esattamente qui: i più poveri reclamano il diritto al lavoro, e attraggono le nostre imprese offrendo la loro manodopera. Nel breve periodo questo genera problemi occupazionali nel nostro mondo, ma siamo anche parte di Paesi che hanno molta più capacità di innovarsi e di trovare alternative e modalità di sviluppo economico per superare queste crisi: sono sempre state parte del normale avvicendamento industriale di un paese a capitalismo avanzato e una delle chiavi dell’innovazione.

La risposta di queste classi sociali a politiche di autarchia è comprensibile emotivamente, ma totalmente controproducente. Politiche autarchiche e di protezionismo generano ovunque aumento del costo dei prodotti e maggiori difficoltà a esportare le proprie merci. Potevano avere una ratio quando i paesi erano relativamente chiusi. Ma in economie aperte, che per vivere necessitano di prodotti di ogni parte del mondo, con processi produttivi integrati, questo vuol solamente dire tirarsi la zappa sui piedi: maggiore costo della vita e imprese con più difficoltà a vendere. Chi ci rimette sono proprio le persone che, ingenuamente, queste politiche hanno votato.

È fondamentale notare poi che quasi sempre politiche protezioniste e autarchiche si accompagnano a forme più o meno forti di nazionalismo. Un esempio su tutti: Trump annuncia che costruirà il muro per difendere il confine col Messico, tramite l’imposizione di dazi. Questo è l’esempio più evidente di questa relazione. Come sempre si tratta di politiche di corto respiro, che non accettano una delle costanti dell’economia: nel lungo periodo lo sviluppo economico delle nostre società si fonda sul movimento di persone e capitali. Ai due estremi dell’agone politico si nega, di volta in volta, uno di questi principi. Da un estremo si accetta il movimento di persone, ma si vorrebbero quasi bloccare i movimenti di capitali. In questo modo persone che cercano nuova vita in altri paesi non potranno trovare le possibilità economiche offerte da capitali che vi migreranno per sfruttarne il lavoro e le competenze. All’opposto non si obietta nulla al movimento di capitali ma si vorrebbe bloccare quello di persone. In questo modo, quando i capitali migrano e trovano soluzioni migliori per essere investiti e produrre benessere e ricchezza economica per le popolazioni, si impedisce ai popoli di seguire il lavoro e il miglioramento delle proprie condizioni di vita.

I cambiamenti di assetto economico sono la linfa vitale delle nostre società, apportano quei cambiamenti che stanno diffondendo, per la prima volta nella storia, un benessere enormemente diffuso in aree prima condannate alla povertà. Nei nostri paesi occorre reagire in modo nettamente diverso da ora. Poiché nel breve periodo vi saranno sempre persone spiazzate da questi cambiamenti, i nostri sistemi di welfare devono cambiare, focalizzandosi sui loro bisogni, e sulla loro necessità di essere rimessi in condizione di rimettersi sul mercato del lavoro. Purtroppo queste sono le persone con meno voce in capitolo. Da una parte infatti la politica, che con visione di breve periodo segue solo la vittoria elettorale, segue i bisogni indotti dalla piramide demografica, quindi concentrandosi sempre più sul welfare per la popolazione ormai alla fine della vita lavorativa o in pensione. Dall’altra i sindacati, avendo sempre una maggiore quota di iscritti pensionati o quasi, non potranno che tutelarne gli interessi. I giovani e i vari precari, che sono nati e cresciuti in un mondo del lavoro molto più dinamico e aggressivo, sentono via via meno l’esigenza di farne parte.

Occorre dunque che la politica trovi il coraggio di uscire dalle normali forme di contrattazione, per ascoltare e accogliere le esigenze di chi oggi non è ascoltato ma ha delle necessità di tutela e delle paure che, se non ascoltate, possono rischiare di travolgere il nostro sistema. Occorre avere il coraggio di rimodulare il sistema di welfare redistribuendo i benefici in base alle reali necessità di oggi e non a quelle su cui questo sistema è stato creato, che è un mondo che non esiste più.