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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Tenerezza e resistenza

di Callegaro Flavia

Incontro con Rosario Bautist,
pedagogista di San Cristóbal de Las Casas

“S. Cristóbal de Las Casas, tranquilla cittadina circondata da misteriosi villaggi indios, la luce dell’altipiano ha conservato la sua trasparenza incomparabile, i tranquilli indios tzotzile tzeltal dei vicini villaggi ravvivano ancora le strade con i loro costumi rosa, turchese vari e bianchi e nelle fresche sere il fumo della legna si attarda calmo sulla città“.
[da una guida turistica]

Che cosa si nasconde dietro questa poetica immagine che emana pace e tranquillità e che invita i turisti di tutto il mondo a fare una tappa in questa amena cittadina? Dopo aver vissuto per alcuni mesi a S. Cristóbal e aver respirato con fatica questo falso clima di tranquillità, rumorosamente carico di turisti e venditori, sento il desiderio di approfondire alcune tematiche con una persona che vive e condivide con gli indios quella parte nascosta che solo un turista attento può leggere sotto i nastri colorati degli indigeni che ogni giorno trovi sulle strade della folcloristica città.
Incontro Rosario Bautist, una giovane pedagogista ad un seminario sull’educazione Tzeltal e i valori comunitari. Mi parla del suo lavoro quotidiano a fianco dei bimbi della strada che a centinaia lavorano nell’amena S. Cristóbal e del suo faticoso incontro con la sofferenza di chi ricorda la strage di Acteal e non può dimenticare.

– Come hai iniziato il tuo intervento educativo di strada?
“Sono stata contattata da Padre Domingo Hituarte (presidente della Conai). Era preoccupato per le centinaia di donne e bambini che abitualmente vivono nella piazza di S. Domingo a S. Cristóbal (luogo dove abitualmente le donne Chamula allestiscono un mercato di prodotti artigianali), spesso non desiderati dai coletos (meticci benestanti). Cercava persone disposte a lavorare con i bambini. Io in quel periodo stavo lavorando in Salvador, in zona di conflitto; mi ha convinta a ritornare e lavorare nella mia città. Abbiamo così formato un gruppo di lavoro, di cui faccio parte come pedagogista assieme a due sociologhe ed un’assistente sociale”.

– Chi sono e da dove vengono gli indios che hanno fatto della piazza la loro dimora?
“Sono arrivati a centinaia in città nel 1990 quando a S. Juan Chamula sono iniziati i conflitti di tipo religioso fra gruppi ecclesiastici diversi e alcuni sono stati espulsi dalla loro comunità. Quando una persona viene cacciata lascia tutto: le sue proprietà, casa e milpa (terreno dove coltivano il mais e i fagioli); ora dopo alcuni anni hanno costruito le loro capanne nei dintorni di San Cristóbal, immensi villaggi dormitorio, dove le abitazioni sono ammassate una sull’altra, spesso senza servizi igienico-sanitari: la struttura originaria del loro villaggio è andata perduta.
“Lo spazio dove vivono ha perso il significato comunitario tipico della comunità indigena, i valori tradizionali hanno lasciato spazio ad uno sfrenato individualismo, logica conseguenza della legge del mercato. Tutta la famiglia lavora in città: il padre lavora come peòn o manovale e molti ora chiedono di entrare nella polizia, la madre vende al mercato prodotti di artigianato o verdura che a sua volta ha comprato o tortillas create da lei, molte fanno anche le donne di servizio.
“Partono molto presto e rientrano, di solito, solo per andare a dormire; il ruolo della famiglia come riferimento educativo si va così rapidamente trasformando, lasciando un vuoto nell’educazione dei figli”.

– Che cosa fanno i loro figli?
“I bambini molto spesso lavorano soli; una grande parte di loro è boleadores, bimbi che si offrono, con la loro piccola cassetta, di pulirti le scarpe; molti vendono dolci, altri giornali, alcuni vendono artigianato costruito da loro. Abbiamo rilevato 18 tipi diversi di mansioni in cui sono impiegati. Alcuni lavorano tutto il giorno, rientrano quando inizia a far buio; quelli che frequentano la scuola (circa il 40%) lavorano il pomeriggio. Molti si fermano fino a tarda notte se non hanno accumulato denaro sufficiente. Guadagnano pochissimo, a volte solo quanto basta per mangiare: per i genitori sono una bocca in meno da sfamare. Siamo venuti a sapere che si incontrano con rappresentanti della polizia e dell’esercito; i bimbi dicono: “Ci riuniscono in molti”, non hanno voluto rivelare l’argomento che trattano, sospettiamo che li usino come informatori, naturalmente pagandoli”.

– Quale cammino avete percorso per avvicinare i bambini?
“Innanzitutto abbiamo cercato di conoscere i loro spazi nella città, individuando i luoghi dove maggiore è la presenza dei piccoli venditori. Abbiamo iniziato ad essere presenti con materiale per disegnare come carta e colori che mettiamo a loro disposizione. Di giorno in giorno hanno cominciato a lasciare la loro cajita (cassetta che portano al collo per vendere varie mercanzie) e a stare qualche ora con noi. Non abbiamo uno spazio definito, ci spostiamo ogni giorno e diamo loro un orario preciso. A volte giochiamo; per esempio, se lavoriamo nella piazza della Cattedrale dove la maggior parte sono maschi che svolge attività di lustrascarpe, spesso facciamo giochi proposti da loro, come il calcio.
“A volte abbiamo anche settanta bambini che lasciano la loro attività per giocare qualche ora, la partecipazione è libera e creativa, noi portiamo il materiale, poi decidiamo con loro come usarlo. Alla fine, a seconda del tema emerso, discutiamo dividendoci in piccoli gruppi, qualche volta riescono a parlare di loro, di come si sentono all’interno di questa comunità più strada che casa, di come vivono il rapporto con le loro famiglie. Parliamo dell’importanza di frequentare la scuola, di quali sono le persone che avvicinano durante il giorno. Proponiamo sempre lavori di gruppo, disegni su grandi fogli, dove necessariamente devono collaborare per disegnare giochi cooperativi.
L’obiettivo principale è accompagnarli nella strada, offrire loro uno spazio dove per qualche attimo possano sentirsi ancora bambini e, se lo desiderano, comunicare le loro inquietudini e sofferenze trovando insieme un modo per superarle”.

– Tu mi hai parlato di un altro progetto nato dopo la strage di Acteal.
“Stiamo lavorando per la salute mentale dei bambini che hanno assistito alla strage di Acteal o che in essa hanno perso i genitori. Per aiutarli ad elaborare questo dolore abbiamo previsto un programma della durata di un anno e mezzo circa. Siamo un équipe di dodici persone che prestano il loro servizio volontariamente. Gli accampamenti nei quali attuiamo il progetto sono cinque. Il programma viene proposto anche ai responsabili degli accampamenti degli sfollati, per aiutare anche le persone che hanno lasciato la loro terra. Ci sono tre accampamenti di rifugiati qui a S. Cristóbal: la Nuova Esperanza (25 famiglie), la Rap (regione autonoma plurietnica con 30 famiglie) e Don Bosco (70 famiglie). Hanno cominciato ad arrivare ai primi di settembre perché non volevano comperare armi e unirsi ai paramilitari, sono fuggiti per paura di rappresaglie poi effettivamente avvenute”.

– Quale metodologia utilizzate per attuare il vostro programma di elaborazione del lutto?
“È prevista una settimana di osservazione, i traduttori intervistano gli adulti: i genitori hanno testimoniato che i bimbi sono aggressivi, non giocano ed hanno problemi di diuresi.
“A partire da questa prima osservazione, abbiamo elaborato una proposta in collaborazione con alcuni membri dell’accampamento, eletti dalla comunità stessa. I quindici membri della comunità hanno partecipato ad un corso di formazione come promotori di salute mentale infantile, le metodologie proposte sono molto semplici. Non abbiamo fatto noi il lavoro direttamente con i bambini negli accampamenti, perché pensiamo che sia importante il contatto con membri della comunità di appartenenza; le modalità di comunicazione e il linguaggio usati dagli indigeni per esprimere le emozioni sono molto diversi dai nostri.
“Proponiamo un percorso terapeutico diviso in cinque tappe:
1) come sono io – perché il mio cuore si sente tanto triste;
2) come è la mia famiglia – come mi sento, che cosa sente il mio cuore;
3) come è la mia comunità – che cosa sente il mio cuore;
4) perché sono qui – che cosa sente il mio cuore;
5) che cosa è successo in Acteal – che cosa sente il mio cuore.
“Accompagniamo l’esternazione dei loro sentimenti utilizzando la verbalizzazione; dopo il momento della verbalizzazione esprimono i loro vissuti attraverso giochi mimici, pittura, disegno, canti e danze e altre tecniche creative.
“Ogni formatore, dopo aver lavorato personalmente, propone lo stesso percorso adatto ai bambini del suo accampamento”.

– Come affrontano i promotori indigeni questo lavoro così impegnativo?
“Il lavoro di elaborazione è molto doloroso per i promotori di salute mentale della comunità che sono stati scelti per questo progetto, anche perché, loro stessi, sono stati spettatori o hanno perso familiari nella strage. Avevano paura di iniziare questo percorso con i bimbi, perché non l’avevano mai fatto, però non erano soli; avevamo organizzato gruppi di venti bambini con tre formatori e questo li ha incoraggiati. Giorno dopo giorno hanno preso sempre più confidenza, rafforzati dall’effetto che aveva su di loro l’aver parlato di questi vissuti. Alla fine di ogni sessione, ci ritrovavamo in équipe con i bimbi per socializzare i vissuti emersi”.

– Che cosa emerge, ora, in particolare?
“Loro dicevano: “Non si deve dimenticare, ma ricordare”. Hanno scoperto la difficoltà di piangere; dicono: “Non ci hanno insegnato a piangere nella nostra cultura”. Facevano il paragone con una ferita che, se non viene curata, diventa putrida e insieme abbiamo cercato di capire che cosa potevano fare per curare la ferita del loro cuore. Alla fine del percorso emerge una visione positiva del futuro, sentono il desiderio di continuare a lottare cercando diverse forme di espressione per sentire la forza di questa nuova speranza: qualcuno ha scelto di cantare, altri di suonare, altri ancora di ballare, ritrovando il contatto con l’altro in un clima di gioia.
“Nella verifica finale hanno deciso di fare altri corsi, per continuare a lavorare con i bambini, per offrire loro spazi di gioco e di creatività, soprattutto in questo momento in cui, per la presenza del conflitto, non c’è scuola. Loro ci dicono: “È necessario curare la ferita del bambino ora, perché fra qualche anno costi meno dolore””.

– E voi, ora, che farete?
“Noi dell’équipe ci divideremo, affiancheremo il lavoro dei promotori direttamente negli accampamenti. Siamo molto soddisfatti di questo percorso e anche del rapporto di scambio e fiducia instaurato con i nuovi promotori. Ora ci permettiamo di dire che è stato molto faticoso, anche perché come équipe non ci siamo dati la possibilità di dirci come stava ognuno di noi, uscivamo da queste sessioni distrutti, forse il carico di queste rivelazioni a volte era troppo pesante da portare e non abbiamo saputo trovare lo spazio per condividerlo”.

Fulvia Callegaro
Osservatore internazionale
ad Acteal –
socia di Macondo