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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Goel (parte seconda)

di Autori Vari

La speranza è ora
Mi hanno appena avvisato che un bambino di sei anni è morto annegato. La famiglia, che vive in riva al fiume Tocantins, è disperata. Come posso scrivere sulla speranza? Eppure San Paolo dice che la nostra storia, la storia plurisecolare e quella quotidiana, è il tempo della speranza. In paradiso non ci sarà più la speranza, come non ci sarà più la fede. La speranza è ora.
Io guardo i miei compagni di qui, anche se taciturni, hanno ancora negli occhi un barlume di speranza, mentre tragedie sovrastano. Per questo si tengono per mano, per non cedere alla disperazione. Senza speranza non solo morirebbero, ma vedremmo le loro tombe affondare nel nulla tra nuvoli di urubù.
Gesù di Nazareth, invaso dallo Spirito Santo, riaccendeva la speranza nei cuori dov’essa era sepolta sotto molta cenere.
La buona notizia del Regno, nell’accento della voce di Gesù, suonava come un’aria musicale a risvegliare il ricordo dell’Eden: un mondo benedetto e riconciliato, senza oppressi né oppressori, un mondo di fratelli e sorelle in pace, figli e figlie di Dio. E quando le autorità deridevano la predicazione del Regno, come puerile e irrealizzabile, Gesù li apostrofava dicendo che ironizzare sulla speranza era peccare contro lo Spirito Santo, un peccato senza remissione. Un peccato (una eresia!) purtroppo attuale.

Arnaldo De Vidi, missionario saveriano, Abaetetuba, Amazzonia, Parà, Brasile

La corda tesa
Papa Francesco in un’omelia ha parlato della speranza, precisando che non dobbiamo confonderla con il semplice ottimismo. La speranza non è un’illusione ma un rischio, perché è una virtù «di un’ardente aspettativa verso la rivelazione del Figlio di Dio».
Precisare che per i cristiani essa è una virtù teologale, vuol dire chiarire che ha la sua origine in Dio e ci porta a Dio. La speranza non consiste nello sforzo di vagheggiare qualcosa di bello, ma nella convinzione di appoggiare la propria vita sulla roccia che è Cristo risorto, sulla certezza del suo amore, sulla sicurezza della sua vittoria sul male e sulla morte.
Ricordare che in ebraico speranza si dice con la parola tikvà, corda tesa, ci fa capire che noi siamo aggrappati a questa corda con il convincimento che dall’altra parte c’è qualcuno che la tiene. Dio impugna saldamente questa corda, anche se non lo vedo, anche se a volte non lo sento, anche quando non ne sono sicuro. La fiducia della speranza non risiede nella nostra capacità, ma in quella di Dio: è Lui che è certo, fermo, irremovibile, affidabile. È Lui l’amore eterno che tiene salda questa corda, apparentemente penzolante nel vuoto e invece trattenuta con decisione dal suo amore.
Questa speranza non delude, perché Dio è fedele, non può sconfessare sé stesso (cfr Rom 5,5).
Il rischio della speranza consiste nella fiducia. I lavavetri dei grattacieli di New York sono un esempio per noi: possono penzolare nel vuoto senza paura perché sanno di essere fissati saldamente con una corda, con una imbragatura, a un uncino che li trattiene. Il rischio consiste solo nel fidarsi, crederci, buttarsi.
Il brano per eccellenza che alimenta la nostra speranza, è quello che conclude il capitolo 8 della Lettera ai Romani: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? […] Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rom 8,36-39).
Dopo aver descritto l’amore che Dio ha per noi, fondamento dell’identità cristiana, Paolo si chiede chi possa separarci da questo amore. Egli presenta una serie di probabili ma inefficienti oppositori: sette situazioni difficili, dolorose, che riassumono tutte le fatiche della vita. Parla di tutto quanto può minacciare il legame con Dio, precisando che, anche in quelle intimidazioni, Dio ci è vicino e noi siamo ipervincitori, coniando un termine che non esisteva. Noi stravinciamo, perché Cristo ha vinto e come diceva San Cipriano: «Colui che vinse una volta la morte per noi, la vince sempre in noi». E questa è la nostra sicura speranza… senza rischi!

Elide Siviero, servizio diocesano per il catecumenato, Padova

Tommy, i gormiti e la camicia a quadri
«Mamma, oggi Tommy non era nella mia squadra».
«Chi è Tommy amore?».
«Ma come, non ti ricordi? Quello che porta la camicia a quadri piena di colori… quello che gioca con i gormiti…
quello che a pranzo si siede vicino a me…».
«No, amore, mi spiace, non ho presente chi sia…, me lo mostrerai oggi quando vengo a prenderti a scuola».
Solo così riuscii a placare il nervoso del mio figlio più piccolo, Stefano, che non sapeva cos’altro dire per farmi identificare l’amico Tommy che, con gran dispiacere, quel giorno non era stato inserito dalle maestre nella sua squadra.
Al pomeriggio la sorpresa: ciò che sicuramente avrebbe fatto la differenza per farmi capire chi era Tommy, mio figlio non me l’aveva detto: Tommy era un bellissimo bambino africano, nero e lucido, con gli occhi grandi e dolci, proprio con la camicina a quadri e sempre con i gormiti in mano, elementi da cui Stefano era stato colpito.
Ma che fosse nero, per mio figlio era in fondo ininfluente, neanche identificativo di una «differenza». O se lo era, veniva dopo il vestito colorato e il gioco.
Oso speranza se guardo la composizione delle scuole dei miei figli: quasi metà delle loro classi sono composte da cittadini non riconosciuti italiani dallo ius soli, ma con i quali i cittadini dichiarati italiani da ius sanguinis giocano, litigano, ridono, fanno gruppo.
Eroi ed eroine sono gli insegnanti perché educare all’incontro non è scontato, non lo si fa senza mezzi, non si improvvisa. È vero, un giorno lavoreranno insieme, faranno scoperte in team, si innamoreranno tra loro, viaggeranno.
Ma questo percorso si investe, ci si crede, ci si pensa.
La sfida educativa è trovare un’osmosi cooperativa, un territorio condiviso e rispettato, possibilità generative dove il particolare incontra l’universale e dove tutti possano imparare a essere cittadini.
Oso speranza se questi bambini, queste donne e questi uomini non li categorizzo più come profughi, stranieri, richiedenti asilo, extra-comunitari.
Oso speranza se imparo a pronunciare il loro nome e se noto la bellezza della loro camicia a quadri.

Paola Stradi, orientatrice presso l’ente regionale per il diritto allo studio universitario di Padova

Come una preghiera

La speranza è una preghiera, la speranza è un’attesa. So che arriverai, quindi la speranza è una certezza. Non so il momento e non so il modo. Quale travestimento sceglierai, questa volta. E io dove sarò, io. Gettata qua o là, come una mendicante offesa, una malata terminale, un’amante tradita, fra le chiacchiere indifferenti di un’umanità sempre più stupida. Nella mia veste migliore mi troverai con le prove delle cose orribili di cosa sappiamo fare l’uno all’altro, noi esseri umani. Forse un quotidiano, forse un sito porno. Io, che sono la dignità offesa.
Ti aspetto impaziente per chiederti conto di questo bilancio fallimentare, delle perdite subite, delle violenze immeritate. Ti presenterò il conto del patrimonio di ingenuità che è stato rubato, con l’inganno, a tutti noi.
E tu, come sempre, per prima cosa ti siederai vicino a me. Mi darai ragione, mi strapperai un sorriso. Forse mi proporrai di prendere un caffè insieme. Nella tua veste migliore mi farai ridere, con la tua ironia così sottile da sconfinare nell’invisibilità. A poco a poco, o di colpo, mi sentirò meglio, piena di qualcosa che non so cos’è, ma che è buono, è vita, è allegria. I conti che non tornano saranno cancellati come con un colpo di spugna. Tu, che sei il colpo di spugna.
E quando verrà il momento di lasciarci, ti chiederò di più, di esserci sempre, vicino a me, perché è della tua Presenza che ho bisogno. Mi dirai che non puoi, adesso, ma tornerai presto. E io, vuota di passato e piena di presente, ancora una volta cascherò nei tuoi tranelli pietosi, vivrò di rendita per un po’.
Non sono indipendente, questo lo so, ormai. Vivo nell’attesa del nostro prossimo incontro. Nel frattempo, se non proprio colpo di spugna, spero di essere anch’io Qualcosa per qualcuno. Non ci si salva da soli dalla disperazione, ma nemmeno si può organizzare, sequestrare, avere l’esclusiva della speranza. L’unica certezza della speranza è che vive di lacune e di carenze, che manca qualcosa di fondamentale alla pienezza. Non è in me la mia speranza, ma in Te.

Eleonora Graziani, insegnante, filosofa di genere

Speranza in famiglia.
Dov’è finita la speranza? È lì, dentro di noi, come sempre e da sempre.
È la certezza incarnata nella nostra storia personale e nella storia degli uomini che la vita «non ci molla», che la vita crede in noi, in me, nonostante tutto e oltre le possibili risposte.
Come donna e madre ho sentito spesso che la speranza e la fecondità si assomigliano: la mia speranza oggi è poter vedere nei miei figli (e nei giovani) persone migliori di me.
Allora saprò di essermi fidata e ringrazierò ancora per la straordinaria forza rinnovatrice della vita, forza capace di attrarre a sé, trasformare, nutrire, riconciliare.
La speranza ha bisogno di respiro, di uno spazio libero e gratuito che ciascuno è chiamato a preparare in sé.
Lancio dunque una «sfida» ai miei amati figli e da loro imparo: Gianmarco, Enrico… una parola per dire «Dov’è finita la speranza?» «La speranza è materia del nostro passato e alimento per il nostro futuro, è sintesi di esperienza per augurarci e raggiungere quel «di più», il meglio di e per noi stessi e gli altri. La speranza sono io e la mia strana, faticosa, ma bellissima storia».
Gianmarco, 21 anni, studente

«La speranza non è un’utopia ma è, al contrario, decisamente reale. Risiede nel cuore e nell’animo di coloro che non cedono alla facile tentazione di lamentarsi di fronte alle difficili scelte che un mondo impazzito, idolatra della fama, del potere e del denaro, ci presenta ogni giorno. Persone che decidono di prodigarsi per affrontarle, senza gesti plateali, passo passo, seguendo proprio la voce di quella speranza che li abita».
Enrico, 18 anni, studente

Lascio spazio…

Pierina Ceccato, moglie e mamma, imprenditrice, si occupa di comunicazione e marketing nell’azienda di famiglia. Collabora in vari ambiti del volontariato.

Il silenzio condiviso.
«… Oh no non pianga… questo è uno dei quadri del periodo positivo di Klimt. Vede infatti, il suo nome è speranza».
(Dialogo tra Gena Rowlands e Mia Farrow, tratto dal film di Woody Allen Un’altra donna) Quanto è difficile dare un senso. Che significato dare alla mia speranza? A che cosa mi è servita fino a ora, e soprattutto, sarà nelle mie capacità poterla trasmettere a qualcuno? Lavoro a contatto costante con la sofferenza: la sofferenza delle donne che hanno subito diverse forme di violenza, la sofferenza di giovani ragazze che arrivano rifugiate o «trafficate» dalle reti criminose di uomini e altre donne che, come loro, sono state vendute sulle strade dell’Europa tutta, con promesse false.
Mi sono chiesta spesso se io mi fossi trovata al loro posto, cosa e in chi mai avrei potuto sperare. Ma non sto parlando di loro, no, non sto scrivendo del mio lavoro e dei miei colloqui, sto scrivendo di me: dentro di me c’è un pezzo di speranza per ogni persona che ho visto piangere, e poi l’ho vista sorridere, l’ho vista correre e a volte ritrovare un lavoro nuovo. Ho visto i suoi figli nati a nuova vita e per lei quella è già speranza e mi sono detta che sì, ne valeva la pena; valeva la pena di continuare, ma non per vivere una magnifica illusione e poter dare una svolta finale in questo mondo: al contrario, per ridare un significato nuovo alla fatica che faccio per alzarmi ogni mattina o alla sera, quando i pensieri si susseguono e rotolano dal cuore in su.
Che senso ha infondere coraggio quando il coraggio l’hai umilmente perso? Che valore dare a parole che appaiono vane? Il silenzio può accompagnare. Anche il silenzio condiviso è speranza. Non ne vedi subito le altisonanti parole, ma lo senti risuonare di fronte a chi davvero ha solo bisogno di ascoltare. Ascoltare è speranza. Quando ti guardi le mani e non vedi nulla di strano che ti possa risollevare è speranza. Non vi sono trucchi o parole inutili. Piangere e ridere assieme potrà ridarci la speranza.

Elisabetta Pavani, operatrice di accoglienza del Centro Donna Giustizia (centro contro la violenza alla donne e minori) di Ferrara, attivista del Movimento Nonviolento

Tu a che lupo dai da mangiare?
Un Capo Cherokee raccontò un giorno a suo figlio la battaglia che avviene dentro ciascuno di noi. «Figlio mio la battaglia è fra due lupi, che vivono dentro di noi: uno è infelicità, paura, preoccupazione, gelosia, disperazione, autocommiserazione, rancore, senso d’inferiorità. L’altro è felicità, amore, speranza, compassione, serenità, gentilezza, generosità, verità».
Il piccolo pensò un istante e subito chiese: «Quale lupo vince?».
Il padre rispose semplicemente: «Quello a cui dai da mangiare».
Evitando di ritornare in noi stessi, di sentire, di gustare le cose nella loro essenza intima e nel loro significato autentico, si cade nel vuoto «esterno» e si perde la sapienza del cuore, unica fonte della speranza.
La speranza è sentirsi Dio dentro, è farsi carico di una responsabilità. Sono pochi quelli disposti ad accettarla. È più comodo affidarsi al Dio dei dogmi e delle Chiese. È più difficile essere fedeli alla propria coscienza che alle leggi esterne. Questo avviene perché la coscienza è la più esigente di tutte le leggi. Non la si può beffare, come si può fare con le leggi. Essa è più severa. È la parte più profonda di noi, e ci dice con chiarezza e con piena autenticità, quando siamo infedeli alla parte migliore e più profonda di noi stessi.
Si può vivere infelici e anche nel dolore, ma non si può vivere senza sperare. Forse i giovani hanno perso il senso del tempo, ma restano tenacemente aggrappati a quello della relazione.
La speranza diventa la vita che sta nelle nostre mani, non il progetto che potremmo fare con essa. La vita ci è data per vivere, non per costruire un impero.
Ecco perché è molto più difficile accettare che ogni uomo sia un embrione di Dio, e che la casa di Dio sia il cuore dell’uomo, che accettare un Dio onnipotente fuori dalla nostra vita e dalla nostra storia. Sperare è sentire il vento leggero dello Spirito che soffia alle nostre spalle e ci sussurra: andate e diventate anche voi un ramo di mandorlo per le persone che incontrerete.
Dal grembo caldo d’ogni nostro gesto, d’ogni nostra parola sobria, procederà una lirica perfetta dell’accompagnamento di Dio. A volte ci perdiamo, ma con un gesto calmo della mano possiamo sempre riportarci sulla strada maestra della riconciliazione.
La coscienza collettiva di un popolo non nascerà mai per un evento miracoloso o per l’elaborazione della mente eccelsa di un intellettuale, ma solo attraverso un percorso lungo e faticoso, costruito nei luoghi di condivisione. Quindi la speranza è collettiva o non è speranza.
Oggi è venuto meno nelle ultime generazioni il concetto di attesa del futuro: la speranza, appunto. Quello che Gesù dice al giovane ricco è molto duro e impegnativo: invita a odiare il padre, a non partecipare al suo funerale. Ha dato ai giovani una responsabilità insostituibile: «Non voglio condividere con te i beni; se vuoi, va’, vendi quello che hai e seguimi». Sembra dire: «Ti voglio disposto a condividere la tua vita, non i tuoi beni economici». Si tratta, perciò, di abbandonare le trappole, le troppe certezze, i troppi conforti, i bisogni indotti.
L’incontro di amicizia è un rischio. Chi non si abitua a questa sicurezza insicura non vive, non incontra né il futuro né Gesù.
Soltanto una grande amicizia dà la forza di rivelarsi nella debolezza. Dall’amore non ci si difende, perché si è nella libertà.
Una rivista come Madrugada, arrivata, dopo venticinque anni, al suo centesimo numero, potrebbe essere esposta alla tentazione di coltivare il proprio passato, amministrando un’eredità prestigiosa.
Noi vogliamo, invece, essere il nostro presente e, perché no?, il nostro futuro. Senza scartare il passato, senza rinnegarlo, pensiamo che per il nostro tipo di struttura redazionale, aperta alla diversità, dobbiamo continuare a svolgere un ruolo critico nel presente, nella dialettica tra istituzioni e movimenti, e nella dialettica tra Chiesa istituzione e Chiesa popolo di Dio.
Siamo e saremo contro il conformismo della folla solitaria, anche perché non vorremmo mai rischiare di diventare «maschere» per l’ipermercato del consumo.

Giuseppe Stoppiglia, fondatore e presidente onorario Associazione Macondo Onlus

Isole nella corrente.
C’è stato un tempo in cui il mondo era immenso e misterioso e vuoto. Servivano due mesi per attraversare il Mediterraneo, e solo nella buona stagione. Oltre il mare si estendevano terre in larga parte sconosciute: l’Asia, con le sue gigantesche montagne, le carovane e poi l’India, la Cina, di cui poco si sapeva; l’Africa, con il grande deserto, le terre dei neri, dei leoni e chissà. Le carte medievali erano palinsesti di notizie raccolte da mercanti e pellegrini, di informazioni che provenivano dai libri degli antichi, di ipotesi e di suggestioni, di luoghi leggendari e di spazi sacri.
Era un mondo ancora abitato dal mito, permeato di senso religioso. Vi era spazio per la fantasia, e per la speranza.
In qualche angolo remoto c’erano, ci dovevano essere, il giardino dell’Eden, la scala per il Paradiso, il regno dei filosofi, un luogo di libertà, una porta per andare oltre. Vi erano anche mostri terribili, pericoli indicibili, genti feroci, imperatori crudeli. Ma la speranza aveva posto, era di casa.
Poi il mondo è stato avvolto dalla rete dei meridiani e dei paralleli, lo spazio è diventato misurabile: esplorati i mari, percorsi i continenti, divise le terre dalle potenze coloniali.
Si sono riempite le carte di nuovi paesi e di popoli diversi.
I trasporti sono diventati sempre più rapidi: treni a vapore, aerei a elica, aerei a reazione… La popolazione è cresciuta, ha colmato il mondo: oggi siamo 7.273.508.648 (alle ore 15.40 del 18 settembre 2015).
Sette miliardi di individui travolti dai flussi della rete.
Tutto è vicino, le informazioni sono subito disponibili, il cambiamento è incessante: IPhone 4, 5, 6, 6S… È avvenuto un collasso delle distanze: il mondo è ormai minuscolo, ci si sta stretti e bisogna farsi spazio. L’imperativo è andare sempre più veloci e più in alto, essere più forti degli altri.
Tutti in concorrenza con tutti: ciò che conta è il risultato, il ranking, il posto conquistato in classifica. La corrente si è fatta troppo rapida, gli appigli pochi e scivolosi. Non c’è più spazio per la fantasia di una vita differente.
A questa velocità, in questi spazi angusti e colmi è difficile trovare isole di speranza. Ma si può. Si può cambiando ritmo, sguardo, approccio: si può se si va più lentamente, più in profondità, più dolcemente. Lentius, profundius, suavius: come diceva Alex Langer.
Solo ad altra velocità si potranno vedere i luoghi dove sta nascendo speranza: le isole nell’oceano che formano arcipelaghi, costellazioni di relazioni nuove. Sono gli spazi in cui si esercita la cura per gli altri e per il mondo: i luoghi in cui si sta insieme senza costruire classifiche, senza competere.
C’è da qualche parte un atlante segreto delle isole di convivialità, di coscienza, di pace con gli uomini e con la natura. Ognuno di noi ne custodisce un frammento, ma nessuno lo possiede.

Andrea Pase, docente di geografia storica Università di Padova

Ballata della disperanza.
«Non fu mai savio partito far disperare gli uomini, perché chi non spera il bene non teme il male».
Niccolò Machiavelli, Istorie fiorentine Spero domani di dimenticare Un brutto film che ho visto alla tivù: Una donna che tira un calcio a un uomo che fugge con la polizia alle coste Che cade a terra sopra il suo bambino Che urla e piange, il povero piccino Spero domani di dimenticare La brutta foto che ritrae un bambino sul bagnasciuga di una spiaggia turca Ha una maglietta rossa il corpicino Di pupazzetto disarticolato Di relitto che il mare ha rifiutato La mia speranza sarà presto esaudita Ho un’agenda nella mia borsetta Per le dimenticanze da annotare, Per ricordarmi di dimenticare.
Non ricordo se inizia da Caino Passando per Adolfo o Gengis Khan Se l’ho archiviata per cronologia In ordine alfabetico, in base a geografia E la speranza che verrà un domani Di verdi prati e gialli tulipani Sembra la pia illusione deficiente Che aspetta e spera perché non cambi niente Ma un lume di-speranza me lo porge: «Non spera il bene chi non teme il male», Dice quel cinicone di Firenze Che forse tanto cinico non era.
Mentre un filosofo, vescovo di Ippona Ci incita alla lotta quotidiana Tra la disperazione e la speranza vana.
Dammi, Signore, la disperanza di ogni giorno Dammi ogni giorno la mia disperanza.
Dammi la forza di non dimenticare, L’ostinazione folle, Il coraggio di guardare dritto negli occhi, Senza temere, il male E d’essere alla terra pizzico di sale.
«Da due pericoli bisogna guardarsi: dalla disperazione senza scampo e dalla speranza senza fondamento».
Sant’Agostino

Chiara Zannini presidente coop. sociale «Riabilitare»

La speranza inarrestabile delle avanguardie del cambiamento.
Una bella domanda cui si può rispondere da due angoli visuali diametralmente opposti.
La speranza del profugo, del migrante, di ottenere ospitalità, accoglienza, nella terra verso cui è (momentaneamente?) diretto. E la speranza opposta di chi vuole che tutto questo non avvenga e quindi erge muri, sparge paura, odio, srotola chilometri di filo spinato.
Ma per quanto si possa respingere chi bussa alla porta anziché accoglierlo, la speranza di chi fugge – di trovare comunque un nuovo mondo in cui innestarsi e con l’innesto modificare anche la pianta esistente – è superiore al ripetuto tentativo di respingimento e di ostracismo.
Si innesta una lotta in cui i soggetti del cambiamento, i migranti, sono coloro che sono spinti dagli eventi a cambiare anche e proprio nella speranza di una condizione migliore. Chi invece non accoglie, vuole conservare il proprio stantio status quo, si richiude progressivamente in sé, delimita i confini del proprio pensiero, inaridisce i sentimenti e smette di progredire.
Per dirla con Primo Levi, stanno aumentando i sommersi e diminuendo i salvati. La speranza è che si inverta questa tendenza. Ci sono diffusi segnali di voglia di riscatto.
Il capitalismo selvaggio (ma può non esserlo?) esercita il suo dominio attraverso poteri forti di cui diventa spesso difficile rintracciare il bandolo. Ciononostante la testimonianza e la speranza delle avanguardie del cambiamento prosegue il suo cammino. Sono semi che continuano a crescere.
Se guardiamo ad esempio all’esperienza di Macondo, possiamo notare che ciò che si annunciava, si seminava, si auspicava, ossia l’incontro e la comunicazione tra i popoli, è una tendenza comunque in atto, seppure con modalità indotte dalla drammatica circostanza della crisi o dei conflitti in corso. La necessità e auspicabile speranza d’incontro e di dialogo, questo cambio di paradigma, ha trovato oggi una testimonianza fattiva nei gesti, nelle parole e nell’esempio quotidiano di papa Francesco.
Il cammino è ancora lungo ma ormai ci sono consistenti comunità in movimento.
Penso all’esperienza di tanti popoli dell’America Latina, che sono passati dalla speranza di un mondo e di un vivere migliore alla concretizzazione anche politica (pur con tutti i limiti) di questa speranza. Forse quello sudamericano è un modello cui il mondo occidentale obnubilato dal capitalismo selvaggio può attingere per invertire una tendenza al logorante egoismo diffuso.
Pensiamo al Pepe uruguaiano José Mujica e alla sua testimonianza di vita come ammirato contraltare di un’esistenza eticamente ricca e legata all’essere piuttosto che all’avere.
Un esempio di speranza in un futuro migliore, che ha potuto essere concretizzato da un uomo che iniziò il suo tempo di speranza con una lotta rivoluzionaria.

Gianfranco Coccari laureato in sociologia, ha svolto attività di formazione degli adulti con utilizzo di tecniche di creatività applicata ai processi di apprendiment

Una pecora peluche di nome Mezzanotte-meno-un-quarto.
Dov’è finita la speranza? Bella domanda, bella domanda davvero, forse in via dei Matti numero zero? Che ne so io dov’è finita? Non so manco trovare gli occhiali la mattina! Sarà finita nel cassetto, mescolata ai sogni. Salterà fuori.
Non sembra che la speranza se la passi bene, al momento.
Speranza non è il capogruppo del Partito Democratico.
Non è nei guru che vorrebbero insegnarti come vivere, anche se a volte aiutano.
Speranza non è neanche guardare la foto di un nano brutto che bacia una modella e dire «se ce l’ha fatta lui, allora c’è speranza per tutti».
Se non avessi trovato una speranza non avrei cominciato a scrivere, vorrei dirvi dov’è, ma non ne sono sicura nemmeno io. Certi giorni, quelli più fortunati, sento di essere un concentrato di speranza, meno di quaranta chili (ci sono foglie che pesano più di me) di speranza ma comunque è tanto, allora trovo il coraggio di fare cose incredibili, come commentare una foto di Gianni Morandi. Ancora non risponde, mi tocca insistere.
Speranza è Beatrice Vio che vince i mondiali di scherma paraolimpici.
Speranza sei tu, improbabile amico, che abitavi lontano da me, abitavi a 300 chilometri da me, ma poi ti sei trasferito qui, proprio qui, ora so che se sul tram vedo un ragazzo che ti somiglia potresti essere tu. Di tutto il mondo, i continenti, gli stati, le città, hai scelto Padova, l’Arcella. I giornali sbagliano il tuo nome, i giornali dicono che all’Arcella ci sono spacciatori e degrado e nulla sanno di te, amico mio.
La gente non ti riconosce, la gente ti vede al bar con me e vedono solo un bel ragazzo e una tipa in sedia a rotelle, magari pensano che siamo fidanzati (non è possibile in nessun universo, ma è divertente farglielo credere). Non sanno che sei il campione italiano di qualcosa, se gli scacchi fossero popolari come il calcio, allora altro che appartamento all’Arcella, avresti una villa. Ma invece di tirar calci a un pallone, spingi statuette di legno e allora a nessuno frega granché. Sono fortunata ad avere te, Mario, Diana, non ancora ancora come fate a sopportarmi. Speranza è solo un altro nome per Marco, Marco col suo naso storto e le sue pare mentali. Quando mi infila nella Fiat Punto e mi dice «occhio, che la maniglia non c’è», perché io cerco sempre con la mano l’appiglio sicuro della maniglia appendi-abiti, ma non la trovo. È incredibile come a nessuno importi niente della maniglia, finché a un certo punto le gambe non ti reggono e allora improvvisamente la maniglia diventa tutto il tuo mondo. Sai che Marco, quando giocate a Risiko, vince, ma giochi lo stesso. Se non è speranza questa… Speranza è un altro nome per chiamare Elena, non sempre ci capiamo, siamo praticamente amiche per forza di cose, ma il bello è questo. A volte io sto zitta perché mi sembra di non aver niente da dire, allora parla lei e la vita mi diventa più semplice. Mi posso autoinvitare a cena il sabato sera dai suoi e divertirmi. Quella non è una speranza, è una certezza, coi genitori di Elena ci si diverte sempre.
Della mia famiglia non scrivo quasi niente, ma anche loro sono speranza. Quando entri in casa, senti odore di pop corn e speri che ne siano rimasti un po’ per te. E poi Sarah, lei beh… lei è fatta per il settanta per cento di speranza al posto dell’acqua. Per scherzare le scrissi «Ti amo» sulla bacheca di facebook e da quel momento siamo sposate e abbiamo una pecora peluche di nome Mezzanotte-menoun-quarto. Le persone dicono che siamo matte, ma il nostro è un matrimonio più vero di molti che conosco.
La speranza a volte ti dice «Ciao, ho 25 anni, potremo prendere un caffè insieme», accendo i fari di Speedy3 e penso «per la miseria, proprio una bella speranza». Poi prende un caffè con te e non ti richiama, ma vabbè, ridi e vai avanti.
Speranza è ritrovare un ragazzo di cui ti eri innamorata da bambina, dopo dodici anni, pur sapendo solo il suo nome.
Anni a chiederti dov’era e avevi indizi ovunque. La speranza è così, in fondo, ti arrovelli il cervello per poi scoprire che era lì, davanti al naso.
A volte la speranza è solo un foglio rosa che non diventerà mai una patente, ma anche quella speranza conta. Ho scritto due libri, Fuori dal Comune e Scacchi Proibiti, con speranza e sperando di infonderne anche agli altri. Il piccolo Nico è speranza: il 7 marzo, quando ci siamo visti, aveva un mese.
Gli ho scritto in un biglietto che ci siamo incontrati, così potrà leggerlo un giorno.

Cecilia Alfier studentessa universitaria, scrittrice, scacchista

Beni Comuni al Rione Sanità.
«Recuperare la regia della propria sorte» opponendo «l’imprevedibile all’inevitabile». In queste frasi di don Antonio Loffredo, contenute nel libro Noi del Rione Sanità. La scommessa di un parroco e dei suoi ragazzi, si coglie la portata straordinaria di un movimento di «liberazione» nato in un quartiere di Napoli condizionato dall’ipoteca sociale ed economica della camorra, da quella assistenziale della politica, da quella culturale di un marchio stigmatizzante appiccicato senz’appello alla comunità e di un fatalismo diffuso che riduce, fino ad ammazzarla, la speranza a rassegnazione.
Per riaprire un varco alla fiducia, al Rione Sanità servivano pratiche credibili e coerenti di rottura della morsa che tiene ancora bloccata buona parte del Mezzogiorno: il familismo, l’egoismo sociale, la violenza, l’assistenzialismo, la paura, l’omertà, fattori sui quali politica e camorra (spesso colluse) hanno per decenni alimentato un modello di «relazioni di comunità», usato dall’una come terreno di conquista di voti, e, dall’altra, per reclutare manovalanza. Serviva una svolta radicale per la rinascita del quartiere, affinché ripartisse dalle sue energie pulite e dai suoi tesori, ossia dalle nuove generazioni, non del tutto irretite in famiglie omologate al contesto, e dal patrimonio storico-artistico di cui è ricco il Rione Sanità, sede fin dal IV secolo A.C. della necropoli della Neapolis greca e poi delle catacombe paleocristiane (di San Gaudioso, San Severo, San Gennaro).
Dice Yeats che «educare è accendere un fuoco». Come don Milani a Barbiana si impegnò per il riscatto dei figli dei contadini, perché si affrancassero da un destino già scritto, così don Loffredo ha preso per mano i figli della Sanità e li ha spinti a viaggiare, a studiare, a confrontarsi con altre culture, per sterilizzare le eredità negative di un mondo adulto compromesso e potenziare quell’etica della responsabilità di cui il Mezzogiorno ha bisogno come e più del pane. Questo manipolo di giovani, valorizzando il capitale disponibile (le catacombe e il loro indotto di arte, cultura, storia), «trafficando» i propri talenti, sintonizzandosi sui bisogni delle famiglie e attirando anche risorse finanziarie e professionali esterne, ha messo in piedi un microcosmo di cooperative per produrre «beni comuni» in diversi campi: sociale, educativo, artigianale, artistico, turistico.
Grazie a loro oggi il rione Sanità ha anche un altro volto; laddove sembrava a poco a poco esaurirsi, la speranza sta trasfigurando quella comunità, scuotendola dal torpore e movimentando risorse e persone – giovani e donne in particolare – rimaste immobilizzate per anni. E sebbene abbia ancora un volto segnato dalla violenza e dalla paura, come ogni tanto le cronache ci ricordano, il rione Sanità ha conosciuto in questi anni una pratica personalista (alternativa a quella personalistica) delle relazioni, che ha contaminato, si spera «irrimediabilmente», il suo DNA. La ferita dell’altro, di quelli più fragili, dei più esposti al rischio, al Rione Sanità ha trovato una cura che può trasformare il germe attivo del rancore e della rivalsa in energia viva di cambiamento.

Rosario Iaccarino ufficio formazione FIM CISL Nazionale

Il giurista, la speranza e il diritto.
Di primo acchito sembra terribile questa stessa affermazione, perché può contribuire a rafforzare l’idea, comunemente assai diffusa, che il diritto sia sempre destinato a restare confinato in una zona arida, definita esclusivamente da ciò che è già stabilito; senza speranza alcuna, dunque.
Il punto è che le cose non stanno così; e non stanno così perché il diritto non coincide con la legge e perché nel diritto non esistono solo le regole, ma anche i principi. Certo, anche questi sono variamente enunciati, o sono ricavati da ciò che il diritto scritto ci fa capire. Ma nella tensione cui i principi costringono l’interprete – pensiamo, ad esempio, al principio di eguaglianza – si nasconde invariabilmente un efficace strumento di sviluppo e di valutazione di ciò che è il diritto in un determinato momento storico; e se ne trae spunto anche per coniare regole nuove, in ambiti nei quali esse sono richieste pur risultando ancora assenti (per la lentezza del legislatore; per i conflitti socio-economici sottesi; per le difficoltà etico-culturali che alcune scelte implicano; per la convergenza di molti fattori di condizionamento, europei, internazionali o, come si usa dire da un po’ di tempo a questa parte, anche globali).
Perché allora la speranza, per un giurista, è un sentimento terribile? Perché la speranza del giurista sta già nel diritto, nei suoi principi per l’appunto, e nell’attrito costante cui questi obbligano ciò che c’è già a riconoscersi e a rinnovarsi, in modo più o meno percettibile, come pertinente ed efficace di fronte al quotidiano bisogno di certezza e di risposta che rappresenta la base di qualunque esperienza giuridica. Alimentarsi di speranze altre, extragiuridiche, non è certo sbagliato: il giurista è uomo del suo tempo e, come tale, in tanto risponde puntualmente al suo ruolo in quanto sia consapevole e compartecipe delle aspirazioni dell’epoca cui appartiene. Quelle speranze, poi, lo aiutano sempre a porsi naturali e primarie, e diremmo universali, questioni di giustizia. Ciò che è rischioso, tuttavia, è consegnare a queste sole speranze, talvolta assai fascinose, la sorte dell’individuazione e dell’applicazione puntuali del diritto: perché questi specifici momenti, che sono intrinsecamente destinati a fungere da luogo di riconoscimento oggettivo, possono trasformarsi in occasione di affermazioni personali o unilaterali. Ancor più rischiosa, inoltre, è l’ipotesi in cui la legge cerchi di promuovere a diritto la speranza di alcuni, selezionandone la rilevanza rispetto a quella che possono serbare altri: la vicenda fin troppo attuale del «caso Stamina» e del «Decreto Balduzzi» (decreto legge n. 24/2013), che ha stabilito che i relativi trattamenti siano accessibili solo da chi li aveva già avviati, è di per sé paradigmatica dei cortocircuiti pericolosissimi che si possono creare.
Il diritto, del resto, non è un’arma di un conflitto per una speranza da realizzare in futuro; il diritto è la struttura che impedisce a quel conflitto di degenerare e che consente a tutte le speranze di poter competere lealmente.

Fulvio Cortese docente di diritto amministrativo e istituzioni di diritto pubblico, Università di Trento

Speranza come bussola in un tempo di incertezze.
Viviamo l’esaurimento della modernità, la fine di un ciclo storico. Siamo nel centro del cambiamento. Più che mai è necessario scommettere sulla speranza. Per Péguy essa è la virtù che prende per mano due sorelle: la fede e la carità.
Ci guida per farci scommettere sui piani provvisori e ancora incerti della storia.
Dobbiamo lasciare da parte dogmatismi e leggi deterministe. È necessaria un’apertura al nuovo, all’inedito che sta risalendo dalle fessure della società. Un mondo scompare e quello nuovo è ancora fragile e in fase di sperimentazione, ma ci sono pratiche feconde, portatrici di futuro.
Alcuni anni fa ho scritto un libro, L’utopia che nasce in mezzo a noi. Ci sono svariate utopie concrete, piccole come la virtù della speranza. Sapremo scoprirle e fare in modo che si sviluppino? Il vescovo di Roma, Francesco, ci interpella per costruire un mondo più umano, che si affermi in una società indifferente, ma, a prima vista, quello che vediamo è l’opposto: violenza e milioni di esseri umani che fuggono dal terrore.
Francesco parla di una terza guerra mondiale in molti discorsi.
Non appena è stato eletto, è sceso a Lampedusa e ha abbracciato i sopravvissuti di un esodo terribile. Da allora la situazione è diventata sempre più tragica. Formicai umani arrivano a Lesbo, risalgono attraverso la Serbia e la Croazia e incontrano i muri di filo spinato dell’Ungheria.
Gran parte dei fuggitivi proviene dalla Siria, coinvolta in una guerra su tre fronti: la repressione di Bashar al-Assad, i vari gruppi di insorti e adesso, peggiore di tutti, lo Stato Islamico. Tutti lottano contro tutti e in mezzo ci sono popolazioni indifese con molti bambini.
Nel cuore di questa distruzione dobbiamo cercare un segno e io scopro la testimonianza radicale di Paolo Dall’Oglio, che ha creato, in questo Paese martirizzato, il Monastero Deir Mar Musa, luogo di incontro di religioni e di culture, probabilmente oggi distrutto. Paolo è stato espulso nel 2012, ma è tornato clandestinamente l’anno successivo.
Forse è stato sequestrato dallo Stato islamico. È vivo o ha patito il martirio? Non c’è traccia di lui. Che sia nella Casa del Padre o in un qualsiasi angolo del Paese, questo è il segno di una luce ancor più grande davanti a noi.
Giuseppe Dossetti, lasciando la vita politica, ha creato un centro di riflessione e di spiritualità, ma, nel 1994, avvertendo una terribile crisi politica ed etica, è uscito dal suo isolamento e ha preteso un cambiamento d’indirizzo in Italia. Ha preso a riferimento un testo di Isaia, con la domanda a qualcuno che vedeva la realtà dall’alto e di fronte: «Sentinella, quanto manca perché la notte finisca?» (Is 21, 11-12). Per andare oltre le crisi e le violenze dobbiamo lavorare verso un orizzonte di utopia ambiziosa.
Per il cristiano la storia ha un senso. Teilhard de Chardin parlava di una direzione assiale da costruire verso un «punto omega». Per San Paolo tutte le cose saranno ricapitolate in Cristo (Ef 1,10). Tutto ciò è sotto l’impulso della speranza, che non si aspetta nessuna soluzione determinista, ma esige una pratica concreta di amore e di responsabilità civile.

Luiz Alberto Gómez de Souza sociologo presso l’Università Candido Mendes, Rio de Janeiro

Hope and provocation.
La speranza e la provocazione sono dei sentimenti legati all’aspettativa per la realizzazione di un determinato desiderio.
La speranza significa essere confidenti e avere fiducia, per un cristiano significa inoltre essere sicuri di superare la luce nera che avvolge l’anima quando dubbi e paure profonde si infiammano, ma estinguere queste fiamme appare semplice confidando sempre nella speranza.
La speranza è anche quella che personalmente mi ha permesso di continuare a respirare come rifugiata in tutti questi anni: credo fermamente che un giorno la pace tornerà nel mio paese e io potrò fare rientro a casa da cristiana.
Io so che Dio ha un piano per me e per tutti gli altri rifugiati che come me sperano ancora che qualcosa di buono accadrà loro e avranno modo di sorridere e festeggiare nuovamente insieme.
La speranza mi aiuta ad attendere pazientemente l’arrivo di volontari che potranno aiutare le vittime di ogni crimine a risolvere i loro problemi e a riportare la pace e unità, così che un giorno potremo muoverci assieme e ricostruire la nostra vita nei nostri paesi d’origine.
Nella vita ho affrontato molti problemi: guerra, tentazione, fame, miseria, lutto, ecc. Eppure come ogni altro cristiano sono convinta che alla fine ogni problema si risolverà al meglio.
La speranza quindi è la convinzione che permette a ognuno di noi di superare le difficoltà che la vita ci pone di fronte.
Senza la speranza non c’è pace da nessuna parte (nel cuore di un singolo come in una nazione).
Per contro la provocazione è definita come quell’azione, quel gesto o parola che spinge un altro essere umano a compiere impulsivamente un crimine o un discorso che deliberatamente genera rabbia nel prossimo.
Secondo me le provocazioni sono state alla base di molte separazioni, problemi, guerre nate tra continenti, nazioni, comunità, famiglie… Molte nazioni hanno invaso o invadono a causa di provocazioni o parole sprezzanti lanciate da altre nazioni. Il mio paese, il Burundi, sta ancora oggi affrontando una guerra senza fine, che ha lasciato migliaia di persone senza vita, senza casa, senza famiglia e la causa di questa guerra è stata una provocazione. Moltitudini vagano ogni giorno da un paese all’altro in cerca di un posto tranquillo dove far riposare i propri corpi e le proprie anime…
Provocazioni sono le scuse con cui certi uomini abusano sessualmente di donne innocenti o rapinano bambini da un giorno all’altro, costringendoli ai lavori forzati nella foresta.
Io spero che sempre più persone si uniscano per combattere le provocazioni che generano tanti disordini in tutto il mondo e si affidino alla speranza per uscire da ogni problema.

Maria Goretti Gahimbare presidente rifugiati burundesi, Maheba (Zambia) (tradotto da Valentina S.V.I. International Voluntary Service, Zambia)

Un mondo migliore non ci verrà regalato.
Il principio speranza è un libro che Ernst Bloch compone e scrive tra il 1938 e il 1947; lo rivede nel 1953, lo pubblica nel 1959. Lunga gestazione e quindi pensieri lunghi. L’autore, fuggito dal nazismo, approdato negli Stati Uniti d’America, guarda da lontano le terribili vicende del mondo di ieri.
Era difficile coltivare la speranza tra gli Anni Trenta e gli Anni Quaranta del Novecento: dittature, guerra, olocausto, atomiche. Ma la speranza sta infissa nella storia, come le stelle stanno infisse in cielo. Quando viene il riscatto, passa il duro inverno totalitario e arriva la primavera della Resistenza, ritorna, può ritornare, la speranza come principio, cioè come valore, come scommessa per il futuro.
Quel libro comincia con queste parole: «Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Che cosa ci aspettiamo? E che cosa ci aspetta? Molti si sentono soltanto confusi.
Il terreno vacilla, e non sanno perché e per che cosa. Una condizione d’angoscia, la loro, che diviene paura se assume più precisi contorni». Sembrano parole di oggi. Confusione, incertezza, provvisorietà, precarietà, stringono da vicino la vita delle persone, soprattutto di quelle che sentono il morso del bisogno. L’angoscia che diviene paura non viene dal di dentro, viene iniettata da fuori, da chi ha interesse a dividere, a mettere l’uno contro l’altro i bisognosi. E allora paura dell’altro, del diverso, di chi arriva e sembra invadere il tuo mondo, sia pure precario, e ti viene indicato non come ratello ma come nemico. Una risposta passiva, di difesa, di rifiuto. L’antidoto della speranza è qui che diventa necessario. Continua Bloch in quella pagina: «L’importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera avere successo invece che fallire. Lo sperare, superiore all’aver paura, non è né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla. L’effetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece che restringerli… La mancanza di speranza è la cosa più insopportabile, assolutamente intollerabile per i bisogni umani».
Ma, ecco, sperare non vuol dire attendere, limitarsi a credere che verrà un domani migliore. Questa sarebbe, come la paura, un’altra forma di passività. Se la speranza è ottimismo, è però ottimismo della volontà. Un mondo migliore di questo non ci verrà regalato. Bisogna conquistarselo. E la conquista è conflitto, è lotta per arrivare a una mèta, per raggiungere uno scopo. È necessario per questo stare nel qui e ora, nella contingenza del momento, calcolare le forze disponibili per realizzare un progetto, e mobilitarle, organizzarle, dare loro coscienza, perché prendano fiducia. Pensare, diceva ancora Bloch, è oltrepassare. E la speranza è anche pensiero. È il pensiero dell’oltrepassamento di una condizione di esistenza. Oggi noi viviamo sotto la dittatura del presente. Tutto è qui e nient’altro di alternativo è possibile.
Il futuro ci viene presentato come lo sviluppo progressivo, sempre più tecnologicamente sofisticato, di questo oggi. E tutto sembra accadere per la prima volta. Tutto è nuovo e deve essere nuovo. Il passato, tradizioni, abitudini, culture, memorie, soprattutto memorie, va cancellato. La storia è finita, si è detto. Va messa molta attenzione a questo senso comune corrente, a livello politico e intellettuale. Attenzione: perché alla paura che viene istigata nei poveri, corrisponde la speranza dei ricchi che il loro mondo sarà eterno.
Qualcuno ha detto che oggi la più alta forma di speranza è la disperazione. È una frase da non buttare subito via come inaccettabile. La disperazione c’è in molte persone che soffrono, per condizioni di vita, di lavoro e di non lavoro, c’è in altre per avere perso il senso dell’esistere. Sta scritta nei volti dei profughi dalle guerre e dalla miseria mentre camminano a piedi sulle rotaie dove corrono i treni. Anche se quello è il loro cammino della speranza, così scandalosamente contrastato, verso una condizione di accoglienza. La dialettica disperazione-speranza è il dato di realtà con cui abbiamo a che fare. Farsene carico, nella sua intera complessità, non è solo un dovere etico, è un compito pratico.
La misericordia è cosa buona e bella, ma non basta. Ci sono risposte da dare sulla riorganizzazione dei rapporti sociali, oltre e contro il mercato, il denaro, il consumo, la produzione per la produzione, che vanno cercate e trovate.
Risposte, proposte, proteste, che mobilitino movimenti di popolo contro i privilegi delle élites. Ripeto: la speranza non va semplicemente invocata, va concretamente organizzata.
Dov’è finita la speranza? Giusta domanda. Occorre fare in modo che la speranza non finisca mai. Più che occultata, oggi viene distorta. Ridarle il suo vero volto, quello del riscatto e della liberazione di tutti quelli che stanno in basso, che stanno fuori, emarginati, respinti, ancora oppressi.
Risuoneranno, credo, più volte, in questo contesto, le parole di Paolo, in Romani 8. La speranza richiede una fede. Facile sperare in ciò che si vede. Difficile sperare in ciò che non si vede. Ma se la speranza non è in ciò che verrà, ma in ciò che deve venire, perché noi lo vogliamo e lottiamo perché avvenga, allora si riaccende la luce dell’umana vita, che ci spinge oltre noi stessi e in tutti i sensi oltre questo mondo.

Mario Tronti filosofo della politica, senatore della Repubblica

Se la speranza è memoria del futuro.
Cosa può essere la speranza vista dalla Cascina Contina di Rosate, una comunità di accoglienza per persone con storie di tossicodipendenza, infezione da HIV/AIDS e minori adolescenti che provengono principalmente dal circuito penale? Come si può pensarla e provare a praticarla? Nel bel libro L’attesa e la speranza (Feltrinelli Editore, 2005) Eugenio Borgna, il mitico e saggio psichiatra di Novara – «il più grande psichiatra vivente», lo ha definito qualche tempo fa Umberto Galimberti – cita una frase densa e forse un poco spiazzante di Gabriel Marcel, filosofo francese: «La speranza è memoria del futuro» (Gabriel Marcel, Homo viator, Aubier, 1944). E chiosa: «Le speranze sono nutrite anche delle cose che abbiamo vissuto e che sono nascoste, e quasi imprigionate nella memoria… Nel rifluire ininterrotto di esperienze dal passato al presente, e dal presente al futuro, dalla memoria alla visione e dalla visione all’attesa, si riformula una circolarità di vissuti che sconfinano dalla memoria alla speranza e dalla speranza alla memoria… La memoria nasce dal passato, e vive del passato, e la speranza vive del futuro, e si indirizza al futuro; e nondimeno esse non sono modi di vivere il tempo radicalmente separati l’uno dall’altro» (Borgna, op. cit., pag. 84-85).
Quale speranza può esserci allora per chi ha un passato tremendo da dimenticare e per cui il futuro rischia di essere o un «buco nero» in cui scomparire o un «cinema fantasy» da inventarsi e reinventarsi costantemente come sogno che si sa già irrealizzabile? Il blocco del passato, la sua rimozione, la «sporcizia» in cui ha avvolto e travolto quanti lo hanno percorso (gli ospiti della comunità non solo in quanto persone, ma anche come complesso sistema di relazioni), blocca il futuro in termini di apertura a una speranza che non sia pura illusione, ma concreto orizzonte di senso.
Forse quello che possiamo fare – e che proviamo a fare – è ritessere insieme ogni giorno un presente diverso, che possa un po’ alla volta diventare quel passato di cui fare memoria e con cui dare fiato a un futuro altro rispetto ai cortocircuiti dell’ieri. E per tentare di fare questo, abbiamo intuito qui alla Contina che sono assolutamente necessari due ingredienti: il «noi», l’insieme che dobbiamo ogni giorno faticosamente (ri)costruire come la nuova narrazione collettiva che dia orizzonte e respiro ai sentieri individuali; e il «tempo», quel presente in cui ritornare ad «andare lenti e pensare a piedi» (Franco Cassano, Il pensiero meridiano, Editore Laterza, 2003), di cui dobbiamo a ogni costo riappropriarci come dimensione fondativa dell’umano, da tempo violentata dalle accelerazioni senza senso che ci siamo imposte e in cui ci siamo intrappolati nel nostro delirio tennologico (con 2 «enne», mi raccomando!).
Per riprovare e/o continuare a sperare. «Spes contra spem» era il motto di Giorgio La Pira: sperare contro ogni facile speranza. E così ritornare ogni giorno a vivere.

Giovanni Gaiera Comunità Cascina Contina, Rosate (MI)

La speranza contro il drago dalle sette teste.
Oggi c’è una grande sfida nella società: come alimentare la speranza quando chi domina sostanzialmente tutte le relazioni politiche, economiche e sociali è il dio mercato.
In Amazzonia si può usare l’espressione del libro dell’Apocalisse, che parla del drago dalle sette teste mentre tenta di divorare il bambino. La bestia in questo caso è il mercato che divora tutto quello che trova davanti: le foreste, le miniere, i fiumi, i popoli tradizionali. Tutto è al suo servizio: la politica, l’economia, le leggi. Le autorità pubbliche sono piegate al grande drago. Questa servitù arriva a un punto di degrado tale da violare leggi costituzionali in funzione della crescita economica, mentre vengono bloccate molte azioni di resistenza per affermare i diritti dei movimenti sindacali e sociali che lottano per la dignità, per il diritto alla terra e per la difesa ambientale.
Autorità pubbliche arrivano al punto di criminalizzare i movimenti popolari che protestano nelle strade. In Brasile, e precisamente nello Stato del Mato Grosso del Sud, si sta presentando una situazione emblematica della disuguaglianza sociale, attraverso una pressione indebita contro i movimenti sociali da parte delle stesse autorità. Laggiù i popoli indigeni sono perseguitati, assassinati da sicari su commissione dei grandi proprietari terrieri, ma i giudici e il governo federale non solo sono indifferenti davanti allo sterminio del popolo Guarani Caiowá, ma inviano forze militari a proteggere i proprietari terrieri, che ordinano di uccidere gli indigeni.
Come alimentare la speranza in una situazione così? Nel frattempo i Guarani continuano a resistere in difesa dei propri territori.
Tuttavia laggiù non si vive solo la sofferenza della disuguaglianza sociale e politica, ma contestualmente si alimenta la speranza. Nelle comunità tradizionali dell’Amazzonia l’invasione del drago a sette teste genera indignazione e resistenza in svariati movimenti sociali. Oltre ai popoli indigeni, stanno resistendo gli abitanti del fiume e dei «quilombolas» e i movimenti popolari a difesa dei fiumi e dei laghi, contro la depredazione delle aree di pesca e contro le dighe idroelettriche.
Per vari motivi è una lotta difficile e complessa.
Grandi imprese invadono aree minerarie e forestali per sfruttarne il legno. Queste imprese approfittano dell’ingenuità di molte persone che accettano la corruzione mediante piccoli favori, concedendo in cambio la mancata resistenza davanti agli invasori. La legge è applicata per i movimenti che resistono contro la privazione dei diritti. Oltre a ciò, c’è ancora immaturità nelle leadership dei movimenti di resistenza, cosa che rende difficile una lotta unitaria, visto che alcuni si sentono più capaci di altri, dividendo le forze anziché unirle.
In Brasile, come in vari Paesi dell’America del Sud, negli ultimi anni ci sono stati segnali di rinascita della speranza per i popoli oppressi. Con l’elezione di un operaio come presidente della repubblica i poveri hanno sognato che la speranza potesse vincere la paura. Di fatto, nei primi anni sembrava che i poveri si riscattassero nella società. Ormai sono passati tredici anni e oggi in Brasile la speranza è sotto minaccia di morte. Allo stesso modo essa è minacciata nei Paesi progressisti dell’America del Sud, Venezuela, Ecuador e Argentina, là dove la speranza è brillata con più forza negli ultimi anni. I loro governanti non hanno resistito ai tentacoli del dragone divoratore, il dio mercato. Oggi, in questi Paesi progressisti, solo per cercare di offrire un minimo benessere ai più poveri, gli stessi governanti sono obbligati a sottomettersi alle imposizioni delle leggi del mercato internazionale. Per questo motivo concedono le proprie ricchezze a imprese straniere che saccheggiano foreste, fiumi, ricchezze minerarie, lasciando scarsi guadagni a Paesi ricchi di materie prime, ma poveri di autonomia politica ed economica.
Diceva un teologo: «Se mi tolgono la fede, posso ancora vivere, ma se mi rubano la speranza, perdo il senso della vita». Allora come alimentare la speranza se il sistema imposto dal dio mercato obbliga i più deboli a servire come schiavi i più forti? Per non lasciare morire la speranza è necessario guardare la storia e cercare ispirazione negli esempi passati. Quando si scopre che il Mahatma Gandhi ha resistito per cinquant’anni all’impero britannico fino a ottenere la libertà del popolo indiano attraverso una strategia pacifista. Quando si contempla la figura del grande Nelson Mandela, che ha passato ventisette anni in isolamento carcerario e, nonostante questo, ha ottenuto la libertà del popolo sudafricano. Quando si analizza la resistenza di Fidel Castro, che ha resistito per molto tempo nella Sierra Maestra fino a liberare il proprio popolo dalla dittatura capitalista. Quando si contemplano questi e altri esempi di chi ha lottato per la libertà, è possibile non lasciare scomparire la speranza.
Tutte le lotte di resistenza in corso oggi in Iraq, in Kurdistan, in Siria e in Eritrea, così come le lotte di resistenza dei popoli indigeni del Brasile e del Perù, le lotte di resistenza dei Senza Terra e dei Senza Tetto del Brasile, sono la testimonianza che la speranza è l’ultima a morire. O meglio, la speranza non muore, anche quando è schiacciata dalle teste del drago perverso. Sono queste testimonianze a spiegare perché tante persone lottano nella società contro tutto ciò che sembra impossibile da cambiare. Quando tutto sembra perso, la speranza sorge dalle ceneri. La lotta del popolo palestinese è oggi uno dei grandi esempi del perché vale la pena resistere. Si può perdere la fede, ma si è sicuri che la speranza non morirà mai.

Moura Sena padre Edilberto Francisco coordinatore della Commissione Giustizia e Pace Diocesi di Santarém, Brasile membro del Movimento «Tapajós Vivo»

La speranza delle donne.
Ancora una volta simbolicamente porto con me in viaggio – a breve sarò in Brasile nel Minais Gerais -, alcune donne che mi hanno accompagnato in questi anni nel mio lavoro di riflessione storica. Parlerò di esilio al femminile nel Novecento. Donne che lasciano la propria terra, abbandonano l’Europa, ma che portano con sé la speranza, quella che oggi vacilla in molti di noi, in questa nostra Europa che sembra aver perso i valori sui quali si era fondata, dopo le tragedie che l’avevano ferita a morte: guerre, dittature e l’unicità della Shoah.
Solidarietà, accoglienza, pratica della democrazia, inclusione, valori che avevano ispirato i padri fondatori e le madri fondatrici, sembrano aver lasciato posto a intolleranza, violenza, espulsione, rifiuto, un po’ come allora, quando a migliaia lasciavano il nostro continente, cacciati, o volontariamente esuli.
Allora quelle donne partivano, sole, accompagnate dai loro compagni, o con la famiglia, portando con sé una cultura cosmopolita che si sarebbe incontrata e scontrata, spesso in una sintesi superiore con altri mondi. La speranza era con loro, o almeno con molte di loro, abitava nel loro cuori e nelle menti: Hannah Arendt, Marí­a Zambrano, Simone Weil, altre invece sceglievano di restare esiliate in patria, come Etty Hillesum o Marianne Golz.
Quelle loro esistenze ci possono offrire oggi squarci di luce, in un mondo tenebroso, che ha perso la stella polare. «Un giorno nuovo verrà, ne sono sicura», scriveva Etty Hillesum sul suo diario a Westerbork, e Marí­a Zambrano, lasciando la Spagna franchista alla volta di Cuba e di tanti altri luoghi, affermava: «Convivere vuol dire sentire e sapere che la nostra vita, seppure nella sua traiettoria personale, è aperta a quella degli altri (…) e che facciamo parte di un sistema al momento chiamato genere umano». E Hannah Arendt esortava il genere umano a comprendere, «esaminare coscientemente il fardello che il nostro secolo ci ha posto sulle spalle, senza negarne l’esistenza (…), affrontare spregiudicatamente la realtà, qualunque essa sia».
Le loro traiettorie, la loro forza, accanto alla fragilità, alle ambivalenze, alla consapevolezza lucida, all’empatia, al dolore «per le vesciche ai piedi», alla gioia per un gelsomino profumato, o per gabbiani in volo oltre il filo spinato, offre a noi uomini e donne di oggi, conforto e speranza, che anche per la nostra Europa traballante verranno tempi migliori, se sapremo tutti quanti dissodare nuovi terreni, oltre le rigide appartenenze, superando barriere e confini, impedendo la costruzione di nuovi muri, riconoscendoci tutti migranti, noi con loro.
Una speranza c’è. Oggi un ragazzino siriano al confine turco, davanti ai soldati che impediscono il libero passaggio suo e di sua sorella e di tanti altri, suona l’Inno alla gioia, l’inno europeo, con il suo violino, l’unica sua ricchezza che ha portato con sé nello zaino. Affinché la musica possa addolcire i cuori, aiutare a superare con il suo linguaggio universale i confini e aprire varchi. Una speranza c’è, difficile spesso da riconoscere in questi tempi bui. La speranza alberga in tutti quegli uomini e quelle donne disposti ad accogliere nelle loro case rifugiati, profughi, migranti, che fanno parte di quell’esodo biblico che segna questo tempo.
La speranza alberga in quei cittadini che alle stazioni di tanti paesi accolgono i migranti con il cartello «Benvenuti», «Bienvenus», «WillKommen». Salvare l’altro per salvare sé stesso. Perché, come recita il Talmud, chi salva una vita salva il mondo intero.

Marcella Filippa Fondazione Vera Nocentini, Torino

Nelle crepe della vita.
Ci sono uomini, e certo anche donne, che osservano con meraviglia e che curano con vero amore le singole differenze e le specificità di ogni vita che incontrano. Sono appassionati da una specie di antropologia delle differenze: cercano, colgono, proteggono, valorizzano quelle differenze che continuamente irrompono nella norma, rendendola instabile, evolutiva. Sono cercatori di quelle differenze, di quelle particolarità, che spesso fioriscono nelle crepe, nei limiti, nei margini, nelle distorsioni delle storie, dei corpi, delle comunità familiari, delle relazioni sociali. Nelle quali si vanno soffrendo e riaprendo forme di vita, ricerche, resistenze, adattamenti. E anche, appunto, fioriture nuove e improvvise; impastate di fragilità.
Sì, proprio la vulnerabilità, che spesso è il tratto manifesto della differenza, per questi uomini e per queste donne, va raccolta perché riporta all’origine. Perché richiama alla relazione che rende possibile di nuovo la vita e il suo narrarsi ancora, ancora prendendo forma. Quella relazione che viene rigenerata dalla vulnerabilità come possibilità e come obbligazione.
All’origine la relazione, all’origine vite vulnerabili offerte e affidate. In nuove origini: danze di forme e di narrazioni di convivenza sorprendenti. Parteciparvi è gioia.
Ci sono uomini che dedicano la loro vita all’amore di ognuno, unico, di ognuno e ognuna come inizio. Incontrando in molti il limite e la fatica, il declinare e il sottrarsi: lo accolgono e lo accettano. Non provano a disporre o a controllare, non cercano di risanare o di salvare. Provano piuttosto presenze, compagnie, un sentire attento, un profondo riconoscimento, un rispetto accorato.
Depongono uno sguardo che giudica o soltanto diagnostica, indeboliscono un pensiero della riparazione e del supporto, interrogano l’atteggiamento della sola rivendicazione di diritti (per le «minoranze», le «minorità», le «vittime»).
Ci sono uomini, e donne, che non sopportano la «mistica della fragilità», che produce troppo spesso esclusioni e subalternità, volontariati soffocanti, meritori o un po’ sacrificali.
Cercano e amano le narrazioni dei percorsi di resistenza e di resilienza, i segni singolari, le pratiche piuttosto inattese di emancipazioni divergenti e creative, le relazioni sbilanciate eppure reciproche, le prossimità dove si apprende dello zoppicare il ritmo unico quasi danzando.
Questi uomini e queste donne di parole e di gesti, di iniziativa pubblica e di testimonianza personale, hanno cercato e cercano l’inizio continuo della vita nelle pieghe anche un poco oscure, certo sofferte, delle vite fragili. Lì indicano la preziosità di cercare l’inizio: nel suo resistere, nel suo trovare forme e sussulti particolari, nel suo chiamare vicinanze e riconoscenze di corpi, di gesti, di desideri.
L’essenziale è nelle pieghe, nelle vite spiegazzate; o un po’ lacerate, rattoppate e anche ritorte. Dove si torna a cominciare un po’ per forza un po’ per desiderio: donne e uomini, ragazzi e adulti e vecchi devono tornare a nascere, provare di nuovo a desiderare, cercare una ragnatela di racconto.
Scriveva Paul Ricoeur che «la vita è più della spontaneità, della motivazione e del potere, è una certa necessità d’esistere»; lo stesso entrare nell’umano ha un carattere flottant, incerto, titubante, sospeso e fluttuante. Rivela una passività irriducibile dell’essere in vita.
Questa passività è come una recettività, ma è anche come un affidamento, un’offerta alla e nella cura. Trovarsi in vita, appunto: grazie, con e tra altri. Ci sono uomini e donne che 43si ritrovano lì, quando la vita è flottant, quando sussulta e prova a essere una risorgiva. E non temono di vedere riflessa la loro piccolezza e la loro pochezza, le loro paure e loro impotenze. Le incontrano e incontrano il mistero dell’altro che viene loro incontro.
È un poco il sentiero che scelgono per farsi incontrare dalla verità, per farne esperienza. Per venire sorpresi e incontrare la realtà nell’aperto. E per incontrare ogni altro e ogni altra come dono unico, differente e specifico: dono che viene a me.
Ci sono uomini, e certo donne, che questo hanno scoperto, che questo ci indicano e ci consegnano. Uomini e donne attenti alle crepe della vita: lì nidifica la colomba del Cantico.

Ivo Lizzola saggista, professore ordinario di pedagogia sociale e pedagogia della marginalità e dei diritti umani Università di Bergamo

Senso e speranza.
A volte sembra di vivere in un mondo deluso e depresso dove non si vede traccia di speranza. Questo mondo spesso ingiusto ci porta a credere che la speranza sia una di quelle virtù teologali che nel mondo d’oggi hanno perso il loro significato. Invece la speranza di cui ci parla la fede, nel nostro caso la fede cristiana, è ben altro di quello che l’uomo contemporaneo intende come speranza, o di ciò che ci viene 44 offerto come la speranza. La speranza non è una «offerta» a breve termine, essa è attesa di un futuro migliore, oppure l’attesa fiduciosa di un futuro che ci aspetterà al di là.
La speranza cristiana è spesso confusa con i desideri e le attese terreni, purtroppo in questa trappola spesso cadono anche l’annuncio cristiano e la teologia scientifica quando seguono i concetti mondani. La caratteristica principale dell’uomo contemporaneo è la «frammentazione del senso» (Ivan Å arčevič), ciò ci permette di affermare che l’uomo contemporaneo non ha perso il senso, ma si è disorientato a causa della frammentazione, pluralità, dei sensi che gli si offrono. Trovandosi nel «mercato dei sensi» l’uomo vaga e cerca sempre più insoddisfatto, perché i sensi offerti sono le cose terrene che soddisfano per un breve periodo, poi l’uomo si mette di nuovo in ricerca.
Diversamente dal senso, che è una nostra concezione e che possiamo «perdere» oppure «trovare», la speranza è un dono. Ma anche se dono, essa non rende l’uomo passivo.
Essa sta dall’altra parte della disperazione, senza però l ’idea presuntuosa secondo la quale il futuro sarebbe nelle mani dell’uomo. Nel cristianesimo tutto ciò che è importante arriva da altrove, da Dio. Così la speranza pone il suo fondamento in Qualcuno che è sopra di noi, che non ci promette la vita senza difficoltà e senza sacrifici, ma ci permette però di «sperare» che il futuro possa essere migliore, ci promette che non ci abbandonerà.

Vikica Vujica docente alla facoltà di teologia, Sarajevo