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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

La poesia

di Capitini Aldo

«Se dovessi indicare i punti dove ho espresso la tensione fondamentale, da cui tutte le altre, del mio animo per l’interesse inesauribile agli esseri e al loro animo, e perché a essi sia apprestata una realtà in cui siano tutti più insieme e tutti più liberati, segnalerei due righe di un mio libro poetico, Colloquio corale (sulla festa), nel quale ho ripreso accentuando la compresenza, un modo di esprimermi lirico, già presentato negli Atti della presenza aperta». [Aldo Capitini in Attraverso due terzi del secolo]

Questi i versi che di seguito riporta. È l’inizio di Episodio in Colloquio corale, ed. Pacini Mariotti, Pisa 1956.

La mia nascita è quando dico un tu.

Mentre aspetto, l’animo già tende.

Andando verso un tu, ho pensato gli universi.

Non intuisco dintorno similitudini pari a quando penso alle persone.

La casa è un mezzo ad ospitare.

Amo gli oggetti perché posso offrirli.

Importa meno soffrire da questo infinito.

Rientro dalle solitudini serali ad incontrare occhi viventi.

Prima che tu sorridi, ti ho sorriso.

Sto qui a strappare al mondo le persone avversate.

Ardo perché non si credano solo nei limiti.

Dilagarono le inondazioni, e io ho portato nel mio intimo i bimbi travolti.

Il giorno sto nelle adunanze, la notte rievoco i singoli.

Mentre il tempo taglia e squadra cose astratte, mi trovo in ardenti secreti di anime.

Torno sempre a credere nell’intimo.

Se mi considerano un intruso, la musica mi parla.

Quando apro in buona fede l’animo, il mio volto mi diviene accettabile.

Ringraziando di tutti, mi avvicino infinitamente.

Dò familiarità alla vita, se teme di essere sgradita ospite.

Quando tutto sembra chiuso, dalla mia fedeltà le persone appaiono come figli.

A un attimo che mi umilio, succede l’eterno.

La mente, visti i limiti della vita, si stupisce della mia costanza da innamorato.

Soltanto io so che resto, prevedendo le sofferenze.

Ritorno dalle tombe nel novembre, consapevole.

Non posso essere che con un infinito compenso a tutti.

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E questo è l’inizio di Atti della presenza aperta (Firenze Sansoni Editore 1943) ai quali, sempre in Attraverso due terzi del secolo, Capitini dedica questa annotazione: «Se i miei Elementi del ’37 potevano appartenere a una letteratura esistenzialistica, per altro verso il richiamo al singolo era inquadrato, appunto, in nome dell’«apertura» e di una escatologia. Il libretto degli Atti della presenza aperta espresse, nella forma letteraria di salmi molto sintetici, questa posizione costruttiva di apertura».

Se tutto in te sarà amore, non si vedranno più i lineamenti in qualche scopo o l’angustia tua.

Quando dirai una parola sarai infinitamente in essa, anche umile;

vivrai così la vita del verme, del nido, del sospiro, del silenzio.

E la morte vivrai, se davanti a essa non ci sarà nulla in te che si distacchi dalla sua presenza.

Se canterai fa che tu sia tutto canto; anche le cose lo riconosceranno come loro.

E se un solo cuore resterà come prima, tu non avrai saputo trarre da te il vero tutto, a cui ogni viso è rivolto.

Ma basterà il tuo solo apparire e il tuo tacere modesto, perché si riconosca se c’è in te una pretesa o una dedizione senza riserva.

E non coglierai i fiori.

Solo il fiore che lasci sulla pianta è tuo.

Mostrerai che tu non sei figlio del torrente che scava, usurpa e fugge.

Ogni tuo pensiero sarà anima di tutti: vivrai nella vita dei cuori e di ogni sostanza e luce.

Così cadrà ogni riparo di tua solitudine. Ti sentirai aperto in assoluta purezza.

Capirai la verità che l’amante parli all’assente.