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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

L’esperienza della perdita e la depressione

di Miola Carmelo

Separazione e perdita

L’esperienza della perdita accompagna lo sviluppo psico-affettivo ed evolutivo di ogni essere umano; la crescita, infatti, avviene attraverso esperienze continue di perdita, separazione, cambiamento, abbandono, che generano emozioni vitali quali la rabbia, il dolore, la perplessità, lo stupore, lo sbigottimento, la colpa, l’impotenza, l’indignazione, la nostalgia…

Nella nascita, la separazione dal corpo della madre, e la conseguente differenziazione psichica dal rapporto simbiotico finora conosciuto, marca e imprime, a livello psichico, la successiva individuazione e identificazione del sé. Questa viene riconosciuta come la prima esperienza di perdita che impegna la vita neonatale di ogni uomo che si trova a dover elaborare, per la prima volta, un distacco importantissimo: venuto al mondo attraverso un corpo di donna e grazie a una relazione, l’essere umano fa la sua prima esperienza di mondo legato a una madre e attraverso di lei; separarsi dalla propria madre segna la prima esperienza di solitudine che consegna il neonato, gradualmente, a sé stesso. L’esperienza di questa prima fondamentale separazione marca tutti indistintamente, il modo poi di elaborarla diventa specifico di ogni relazione e percorso evolutivo.

L’elaborazione infantile è connotata da vissuti corporei poco mentalizzabili che inizialmente non possono essere verbalizzati. Indubbiamente la successiva acquisizione del linguaggio pone una connessione più esplicita tra l’idea, il pensiero e il comportamento. Proprio con il linguaggio, infatti, queste prime emozioni possono essere individuate, riconosciute, circoscritte, nominate, comunicate, elaborate e condivise. L’energia psichica, investita inizialmente in modo totalizzante nel rapporto con la madre, deve trovare, prima di tutto, una sua ridistribuzione sul sé, sul proprio corpo e all’interno di altre relazioni familiari. Solo grazie a una buona separazione dalla madre la persona può aprirsi al padre e alle altre relazioni sociali.

Nella seconda nascita della coscienza, ovvero nella fase adolescenziale, dove avviene il definitivo commiato dal sé bambino e si entra nel cammino che definitivamente porterà alla maturazione adulta, avviene un’altra importante esperienza che è quella dello svincolo dalla famiglia di origine. Qui si prendono le distanze non solo dalla madre ma da tutte quelle relazioni familiari strette che hanno marcato fino a quel momento la vita del bambino e dell’adolescente. Questa fase di svincolo, così importante nel ciclo vitale, rilancia l’idea di separazione e perdita a favore di un’esperienza di autonomizzazione e di possibile cambiamento di ruolo: da figlio ad adulto e potenziale genitore.

L’ultima fase del ciclo vitale è proprio quella dell’anziano, che deve prepararsi ad accomiatarsi dal mondo, dall’esperienza terrena, con il carico di perdita che ne consegue: del ruolo lavorativo e del riconoscimento sociale, degli affetti, della memoria, della salute, dell’autonomia, dell’energia. Un’ultima elaborazione delicata e fondamentale, tanto importante quanto quella del neonato che entra a far parte del mondo.

Passare in rassegna, anche se sommariamente, i fondamentali momenti del ciclo vitale rispetto alla separazione e all’esperienza di perdita è fondamentale per sottolineare come, in maniera diversa, questo tipo di esperienza accompagni tutta la vita e non solo quella dell’anziano.

Il cambiamento di ruolo da un lato e le elaborazioni continue delle perdite sono dunque una straordinaria occasione evolutiva che se anche porta con sé fattori di vulnerabilità e fatica, d’altro canto permette l’attivazione di nuove possibilità dello stare al mondo. Quando invece questo percorso di crescita e di elaborazione rallenta, o si blocca, si può creare un’impasse evolutiva per la persona e per il suo contesto di riferimento ed è in questo momento che si entra in un percorso di possibile sofferenza e malattia.

La depressione

La depressione nelle sue varie forme, da lieve a moderata a grave, è il disturbo psichico più frequente nell’arco della vita. Una persona su 4 accusa un episodio depressivo importante nella propria esistenza, una su due dopo i 65 anni.

I disturbi affettivi sono in assoluto la seconda affezione patologica medica dopo i disturbi cardio vascolari. La frequenza aumenta con l’età in quanto le difese psichiche si indeboliscono e diminuiscono durante il processo di invecchiamento. Le donne presentano una vulnerabilità al disturbo affettivo doppia di quella maschile, questo probabilmente per la specificità biologica del genere femminile (adolescenza-menarca, gravidanze, allattamento e menopausa).

Allo stato attuale si ammette, comunque, che vi sia un certo grado di predisposizione congenita in parte ereditaria e in parte acquisita. Perché la malattia mentale depressiva si manifesti è necessaria quindi la contemporanea interazione di disfunzioni neurotramettitoriali con fattori concomitanti di natura psicologica e ambientale. I fattori psicologici sono legati alla struttura di personalità, al carattere della persona e alle esperienze di perdita precedentemente vissute. Le perdite possono essere oggettuali e facilmente riconoscibili: la perdita di persone care, di relazioni sentimentali importanti, di ruolo, del lavoro, della casa, della propria terra determinano quelle depressioni chiamate «reattive» facilmente comprensibili. Ci sono poi perdite funzionali fisiche quali: le malattie, i traumi, le amputazioni ecc., che determinano le depressioni «secondarie»; le perdite ideali di aspettative fantasmatiche determinano, invece, le depressioni «endogene». Per essere riconosciute si deve affrontare un percorso psicoterapico che permetta l’individuazione di eventi critici interni ed esterni e la loro elaborazione.

Da un punto di vista sintomatologico, la perdita di interesse per le attività che normalmente danno piacere alla persona è da sola un segnale di disturbo depressivo; alcuni possono essere i tratti immediatamente riscontrabili: la facies è triste, lo sguardo è spento, la piega delle labbra è verso il basso, l’espressione del viso è amimica e vuota, il tono della voce è basso, la postura è ricurva e la tendenza alla chiusura e all’isolamento è molto evidente. Il sonno è spesso disturbato e diminuito, frequenti sono i risvegli precoci con difficoltà al riaddormentamento. La perdita di interesse coinvolge la sfera alimentare e sessuale, le funzioni psichiche superiori: il pensiero, la memoria, la percezione, l’apprendimento, la capacità di giudizio appaiono rallentate.

Le complicanze di questa patologia sono spesso gravi: la riduzione delle difese immunitarie rende il paziente più vulnerabile alle altre patologie psicofisiche e relazionali. Il suicidio rimane però il vero e proprio fattore di rischio più importante per la depressione: il 97% dei suicidi è infatti riconducibile a disturbi della sfera affettiva. L’incidenza annua dei suicidi riconosciuti è di circa 15 ogni 100.000 abitanti.

È proprio la diagnosi il vero punto critico della patologia depressiva: a tutt’oggi il riconoscimento di questa malattia rimane controverso e difficile da attuare. Si parla in genere di depressione «mascherata» quando il paziente non chiede aiuto e l’entourage familiare e sociale non ne riconosce la sofferenza. Solitamente la persona si ritira e si isola, ritenendosi la causa del proprio disagio, l’idea di colpa la isola dalle relazioni; se non viene adeguatamente trattata, questa idea di colpa può divenire un’idea di rovina per sé e per le proprie relazioni significative e il rischio suicidario diventa multiplo (esempio madre/padre con bambini). Molto spesso il disagio si maschera dietro dolori corporei variegati: mialgie, nevralgie, dolori ossei, insonnie e inappetenze. Equivalenti depressivi infatti sono appunto le insonnie, i disturbi alimentari (anoressia, bulimia) abuso di sostanze stupefacenti e alcolismo, i disturbi ansiosi, fobici e ossessivo-compulsivi.

Il mondo dell’anziano

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, sostiene quanto importante sia «dare vita agli anni e non solo anni alla vita», un invito fondamentale a rivalutare le risorse, le possibili opportunità della vecchiaia che va ripensata e la cui cura non è solo pensiero dei geriatri, psichiatri, cardiologi e di tutti gli esperti di patologie croniche invalidanti, ma dell’intera comunità che deve pensare e «sfruttare» le risorse ancora attive degli ultra sessantacinquenni, affinché l’aumentato numero di anni che si vivono da vecchi non sia considerato tempo di progressiva decadenza, invalidante, ma stagione ancora feconda e generosa della vita.

Nell’anziano il misconoscimento della malattia depressiva è un’esperienza molto frequente, quasi che la vecchiaia sottenda sempre una componente depressiva. Ma i due fenomeni sono completamente distinti. L’episodio depressivo, in questa fase di vita, va particolarmente indagato, riconosciuto e trattato. Spesso la depressione nell’anziano va differenziata da altri quadri di decadimento cognitivo (pseudo demenza depressiva).

La terapia in parte è biologica, con molecole antidepressive che tendono a migliorare il metabolismo dei neurotrasmettitori. Queste sono molecole ormai raffinatissime, che non danno dipendenza né fisica né psichica, non danno effetti collaterali a parte semplici effetti di impatto iniziali (secchezza delle fauci, sonnolenza, irritabilità), non danno interazioni farmacologiche con altri farmaci di uso comune. Gli ultimi studi anzi dimostrano che tali molecole sono trofiche, quindi danno nutrimento alle fibre nervose. Gli effetti terapeutici iniziano dopo un periodo di latenza di circa 10-15 giorni: migliora il sonno, l’appetito, aumenta l’interesse e la motivazione, cala l’ansia. L’integrazione di tale terapia biologica con trattamenti ambientali quali la psicoterapia cognitivo-comportamentale aumentano moltissimo la possibilità di miglioramento verso la guarigione.