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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Non ho partorito, è nato

di Heymat

Esercizio (poco spirituale) di spersonalizzazione

Pietro è nato il giovedì grasso dell’anno cinese del dragone. Sotto il governo Monti e durante il mandato del sindaco Pisapia. Quel giorno i titoli dei giornali annunciavano la revisione delle deroghe Ici per la Chiesa, la quale, dal canto suo, proprio dalle stesse prime pagine, esigeva le scuse di Adriano Celentano, reo di aver caldeggiato dal palco del Festival di Sanremo la chiusura delle testate cattoliche perché «si occupano di politica e non di Dio e dei suoi progetti». E i 700mila euro di compenso che il molleggiato aveva promesso di devolvere alle famiglie bisognose? Non gli potevano procurare qualche indulgenza? Per la cronaca, non è importante.

È una splendente giornata di febbraio. Perfetta per venire al mondo, penso, mentre il taxi che mi porta all’ospedale attraversa Milano. E infatti, tutto avviene nel migliore dei modi: contrazioni, travaglio, spinte, parto. Nemmeno l’anestesia mi concedono. Mi rendo conto di come l’uso frequente e superficiale della locuzione «è stato un parto» sia in realtà incorretto. Non ho nella mia testa esperienze minimamente paragonabili per intensità, dolore, fatica. Eppure, magicamente, appena il pupo mette la testa fuori e fa sentire la sua voce, si comincia a dimenticare. Lui diventa soggetto autonomo della propria storia. E non è certo una storia che inizia nel dolore: quella è la parte che si omette, che cade subito nell’oblio. «È nato», «è venuto al mondo», «è arrivato», si dice. È un’epifania, insomma, quasi divina, perché fuori dal controllo dell’uomo. Di fronte alla quale non si può far altro che commuoversi. Nessuno si sogna di dire, a sottolineare il lavoro che lo ha reso possibile, «è stato partorito», «è stato spinto fuori». Nemmeno la sua mamma: tecnicamente l’agente sottinteso nella costruzione passiva della frase. Ma non è lei che decide il giorno e l’ora fatali. Non è lei che guida l’andamento delle contrazioni, né coscientemente dà il via alle spinte. È il suo corpo, il suo dna. La mente cerca solo di proteggersi dallo sforzo, di farlo durare il meno possibile, mentre le membra sono percorse da un’onda fortissima che va ritmicamente verso l’esterno e non si può arrestare. Insieme a tutte le altre viscere, anche la voce è fuori controllo. Porta fuori l’aria, porta fuori tutto, aiuta chi sta ancora dentro a uscire. E poi, dopo la spinta finale, ecce homo, il resto non conta. Anche in seguito, nella memoria, difficilmente si dirà «ho partorito due settimane fa, tre mesi fa, vent’anni fa»; quanto piuttosto: «Mio figlio ha quindici giorni, tre mesi, vent’anni».

L’eventualità del parto è scritta nei nostri geni, per questo la possiamo sopportare. Tuttavia mi sono trovata a chiedermi più volte perché tutto questo processo debba essere così doloroso. Non si poteva battezzarlo diversamente? Piacevole, per esempio? Può essere il solo peccato originale la causa della fatica universale, del lavoro per l’uomo e del parto per la donna (che non lavora)? Sono domande che cadono nel vento. Appena il vagito primordiale del figlio – atteso, ma finalmente reale – risuona nella stanza, tutta l’attenzione è per lui e per quello che sarà. Poi la madre espelle anche la placenta, che lo ha custodito per nove mesi. Così si dissolve l’eco lunga e magica del concepimento, il residuo più intimo di quel tempo carico di speranze, di paure, di dubbi, di sogni, di fantasticherie e di una ispirata spiritualità che è stato la gravidanza, a partire da quel grumo di cellule che in un caldo giorno di luglio ci aveva fatto sentire per la prima volta il miracoloso battito del suo cuore. Già allora, la comunicazione all’esterno della vita che cresceva dentro di me aveva certificato che io non ero più io. Non ero più solo io. Non eravamo più solo noi. E ora, definitivamente, la coppia si rompe, arriva il tertium non datur. E lo fa attraverso la prova di spersonalizzazione tutta fisica data dal parto, la sensazione di non avere il controllo di sé, di non riuscire a dire «io» ma solo «lui». Altro che mistica. È il primo esercizio (non spirituale) che traghetta la madre, e anche il padre, certo, ma in maniera diversa, nella fase successiva, tutta schiacciata sui bisogni primari del bambino: mangiare, digerire, dormire, stare bene. Di nuovo, lo spazio per il sé, per la propria vita, le proprie scadenze, i propri desideri e ritmi, scivola in sottofondo, messo da parte. Ma con grandissima felicità. Non sarà questo il vero mistero della vita che si rigenera?