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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Solidarietà

di Zannini Chiara

Breve itinerario attorno a una parola

Un essere umano è parte di un tutto che chiamiamo «universo», una parte limitata nel tempo e nello spazio.
Sperimenta sé stesso, i pensieri e le sensazioni come qualcosa di separato dal resto, in quella che è una specie di illusione ottica della coscienza. Questa illusione è una sorte di prigione che ci limita ai nostri desideri personali e all’affetto per le poche persone che ci sono più vicine. Il nostro compito è di liberarci da questa prigione, allargando in centri concentrici la nostra compassione per abbracciare tutte le creature viventi e tutta la natura nella sua bellezza.
Albert Einstein

Rispetto alla generazione del ’68, i quarantenni e i ventenni di oggi sembrano abissalmente più lontani dalla partecipazione politica. Per quanto sia erroneo idealizzare il passato, non si può negare che la partecipazione alla vita politica attiva – al seguito delle bandiere di partiti e partitini – fosse incommensurabilmente più diffusa di oggi.

Intrecci etimologici

Soldi e soldati si intrecciano saldamente dai tempi in cui i soldati erano professionisti «assoldati» a quelli recenti in cui 135 cacciabombardieri spremono diciotto miliardi di euro dalle finanze di un paese sull’orlo del default. La parola «solidarietà», che apparteneva in origine al medesimo campo semantico (nel lessico economico e giuridico indica l’obbligazione in solidum a pagare integralmente un debito), si è sganciata da quel tipo di solidità per assumerne precariamente un’altra. La rivoluzione irrompe nella storia smobilitando canoni, credenze e tradizioni, ma anche parole, a dimostrazione che la lingua, a differenza della natura, «facit saltus». Dal 1789, solidarité comincia a indicare il sentimento di fraternità che unisce i cittadini di una stessa nazione libera e democratica. In sostanza solidarité va a occupare il significato di fraternité, che, pur rimanendo nel noto slogan, per così dire, trinitario, passa in subordine nell’uso, forse per eccesso di contiguità con la fraternità lanciata come sfida al mondo antico dalla religione trinitaria ufficiale e troppo disinvoltamente sconfessata dai suoi stessi portavoce. Le lotte sociali si diffusero come una miccia accesa per l’Europa e anche l’italiano adottò quella parola con uno di quei processi di fagocitosi linguistica cui tutti i presenti della storia guardano inizialmente con certo snobismo autarchico, quasi le lingue potessero essere preservate dall’osmosi reciproca mediante severe misure protezionistiche.

Iponimo più o meno verace di solido, la solidarietà evoca ancora solide suggestioni. Solido è porzione di materia che si trova in stato condensato e resiste alla deformazione. Il liquido invece si sparge e perde la sua coesione se non è contenuto in un recipiente. Liquida è la solidarietà che ha bisogno di pareti, quando la famiglia, il clan, la religione, la «razza», il partito, la nazione, diventano fortezza che difende, prigione che rinchiude. La solidarietà solida alla minaccia si espone, perché è intera e compatta; sa di resistenza, di resilienza, di nonviolenza. Come quella silenziosa di un sindacato polacco, dal nome inequivocabile nonostante la sibilante finale.

Solidarietà mi ricorda la struttura cristallina dei solidi, le reti neurali di cui è fatto il nostro cervello e la scoperta dei neuroni a specchio che i nostri cervelli collegano con «conseguente cambiamento di paradigma nella ricerca neurocognitiva dell’intersoggettività», o più semplicemente, la dimostrazione scientifica di un sentimento già noto col nome di empatia e definito più di venti secoli fa nella nostra lingua antica e essenziale: «Homo sum humani nihil a me alienum puto» (sono un uomo e niente di ciò che è umano mi è estraneo).

Grammatica, fisica e poesia

Un predicatore e poeta del Seicento scrisse un sermone che rintocca ancora dal titolo di un famoso romanzo del secolo scorso: non chiedere mai per chi suona la campana, essa suona per te. Nessun uomo è un’isola, intero in sé stesso, ma un pezzo del continente, una parte della Terra. Se una zolla viene portata via dall’onda del mare, la terra ne è diminuita, come se un promontorio fosse stato al suo posto, o la casa di un amico o la tua stessa casa. Ogni morte d’uomo mi diminuisce perché io partecipo dell’umanità. John Donne parlava dell’imprescindibile uguaglianza fra esseri umani, fratelli in primis per aver tutti in sorte quella strana sorella che Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi, detto Totò, chiamava ’a livella. Nunc lento sonitu dicunt, Morieris (adesso con lento rintocco dicono: morirai n.d.r.). A modo suo, una buona notizia.

Fratelli, parola strana e paradossale, pronunciata nel Carso: «(…) involontaria rivolta / dell’uomo presente alla / sua fragilità», il 15 luglio 1916.

Parola che la poesia evoca intrecciando fragili reti silenziose. Un poeta turco si faceva visitare metà del suo cuore malato, perché l’altra era in Cina nella lunga marcia verso il Fiume Giallo. Ogni mattina era fucilato in Grecia, ma di notte tornava in una vecchia casa di legno a Istanbul. Diceva che non l’arteriosclerosi, non il vizio del fumo, non i lunghi anni passati in carcere avevano provocato quell’angina, ma l’avere offerto il cuore, come una mela rossa, alla sua gente. Guardando attraverso le sbarre, nonostante la forte oppressione sul petto provocata da tutti quei muri, il cuore batteva sempre al ritmo della stella più lontana.

La rete tra noi

Eccessi di poesia, forse. La parola solidarity rimanda su Google a un mondo di link in successione, dall’Asabyya di Ibn Khaldun, che era già settecento anni fa un’idea di rete sociale, a Émile Durkheim. Su internet, appunto, la rete sociale per antonomasia, ambiguamente inserita tra la realtà di popoli in rivolta e lo schiaffo virtuale di un bel volto di donna trasfigurato dall’agonia su un marciapiede di Teheran o delle scie di sangue sull’asfalto di piazza Tahrir.

Facebook, settecento milioni di iscritti, continua a fare proseliti in Africa, Iran e Siria, quando non viene censurato dai governi. In Brasile primeggia ancora Orkut. Nei territori dell’ex Unione Sovietica, il più forte player locale V-Kontakte subisce gli attacchi di Odnoklassniki. Un’impalcatura virtuale avvolge il globo, ha potenzialità enormi che oggi possiamo solo intuire e che travalicano il commercio di amicizie farlocche.

Oltre la macrostoria, oltre l’ambigua solidarietà di internet, la microstoria si fa attraverso gli altri: «La mia nascita è quando dico un tu», dice Aldo Capitini. L’io si struttura attorno al tu, focalizzarsi sull’uno o sull’altro produce alienazione. Altruismo e il suo antonimo, egoismo, condividono quel suffisso adatto ai movimenti politici, religiosi, letterari, alle sindromi patologiche, agli atteggiamenti e alle pose. Presuppongono un centro di interesse che sbilancia la relazione. La relazione non ha un centro se non mutuo e reciproco.

Solidarietà è l’alternativa lessicale più attuale e più di moda rispetto ai sorpassati: carità, filantropia, beneficienza, compassione, misericordia. Anche solidarietà cederà all’abuso e diventerà solidarismo ma sorgeranno dal lessico altre declinazioni di un iperonimo che abbiamo paura di nominare ma senza il quale siamo come una campana stonata, un tamburo che suona a vuoto.

I centri concentrici di Einstein non sono bolle conchiuse ma filamenti sottili che si espandono e si intersecano con quelli degli altri esseri umani e con la natura stessa a costruire una struttura reticolare che come e meglio di internet avvolge il mondo. Se il legame con i nodi più lontani della rete non è tangibile come quello spesso già denso di conflitti con i nostri vicini, nutrire la consapevolezza di questa appartenenza globale può valorizzare la vasta gamma di connessioni solidali cui ci è dato realisticamente di accedere, in casa nostra e ovunque.

Chiara Zannini