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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Non può rimanere l’ultimo contadino

di Rube Ottavio, Realdi Giovanni

L’utopia realizzata di Valli Unite

In direzione ostinata e contraria

La storia di Valli Unite inizia con una società di tre ragazzi (Ottavio, Enrico, Cesare) e subito dopo una quarta, che è Carla. Non avevamo, infatti, il numero per fare una cooperativa. Le cose che ci muovevano in quegli anni – era il 1976 – erano principalmente due: la prima era la voglia di fare i contadini in un momento in cui era difficilissimo (Enrico e Ottavio erano gli unici due agricoltori giovani in tutto il Comune, di 550 abitanti), un periodo in cui andare via dalla campagna era la normalità, in cui bisognava strappare a tutti costi: nessuno voleva più lavorare la terra, perché era vergognoso. C’erano donne che per lavorare si coprivano il volto, lasciando liberi gli occhi, per non far vedere l’abbronzatura quando andavano in città, per non essere additate come contadine. Per noi questo era un rinforzo. Per i maschi fare i contadini significava non potersi sposare, ci sono paesi svuotati per questo motivo: le donne erano scappate in città. Queste storie ci toccavano.

Il secondo motivo: volevamo farlo in modo dignitoso, a testa alta e capendo che, se tutti scappavano, qualche errore lo avevano fatto anche i contadini. Fare una vita di sacrifici, senza l’idea delle ferie… Poi con gli anni capisci perché non si va in ferie, ma a vent’anni, quando tutti ci vanno, pensi che faccia parte dell’aspetto negativo dell’esser contadini. C’era l’idea che mettendoci insieme potevamo affrontare meglio queste cose, che ce l’avremmo fatta a conservare da un lato la nostra «contadinità» con fierezza, e però anche a fare una vita normale.

Mai l’ultimo

In questo ci aiutato molto, qualche anno dopo, Nuto Revelli, autore de Il mondo dei vinti e partigiano nelle valli cuneesi. Abbiamo una frase di Nuto: «Non può rimanere l’ultimo contadino». C’è bisogno di contadini. Questo ci ha dato forza, perché abbiamo fatto sacrifici, più che se non fossimo rimasti da soli. Avevano chiuso tutte le stalle, perché non c’era un caseificio e non si valorizzava il latte; per noi era essenziale ripartire dall’equilibrio aziendale: quello che la cooperativa adesso fa in grande è ciò che allora faceva una piccola famiglia contadina. Non è diverso: abbiamo una coltura di rotazione, l’autosufficienza – che per noi è essenziale (con vino, formaggi, orto, frutta, cereali) – perché allora la campagna era autosufficiente, ma negli anni settanta queste cose non si facevano più, era una vergogna e tutto andava industrializzato. Di lì a poco, la scelta dell’agricoltura biologica: non nasciamo come azienda bio ma come agricoltori tradizionali – che però avrebbe di per sé allora significato avvicinarci alla chimica. Siamo andati subito in discussione su questo. C’era un aspetto salutistico che non ci consentiva di usare veleni. Sentimmo che in Piemonte c’era un frutticoltore biologico, Aldo Mariano. L’abbiamo conosciuto e abbiamo fatto la scelta.

Poi sono subentrati altri soci e la società Valle Ossona è diventata Cooperativa Valli Unite. La storia si è fatta economicamente più complicata. Abbiamo investito in alcuni settori – le stalle – contenendo l’investimento al minimo, facendo legname di recupero, traversine della ferrovia, pali della sip – il recupero è una parola che accompagna Valli Unite negli anni. Pensavamo che investire nel cemento armato non aveva senso e costruire le «cattedrali nel deserto», megastalle alte come capannoni industriali, men che meno.

Dalla terra ai cittadini, e ritorno

È stata una lotta. Non avevamo finanziamenti: non hanno voluto conteggiare questa stalla in legname di recupero. Ma l’abbiamo fatta lo stesso. Ci siamo indebitati di meno, investendo nelle persone e non su macchine iper-tecnologiche. Al punto che oggi Valli Unite vanta almeno trenta persone che vivono del suo lavoro. Le cose non andavano bene dal punto di vista economico: prodotti di grande qualità, biologico in un momento in cui non ve n’era alcuna cultura. Ma poco grano: pagavamo ugualmente la tassa di sovrapproduzione dei cereali a ettaro, pur facendone la metà. Dovevamo confrontarci con le produzioni estensive e chimiche… Tutto questo ha pesato. Ci ha fatto capire che dovevamo arrivare alla vendita diretta. Di lì, lo spaccio, il primo passo per portare le cose ai consumatori, ai cittadini. Carne, vino e poi sempre più cose. Abbiamo poi aperto l’agriturismo, proprio su richiesta dei clienti che chiedevano dove mangiare, nei primi anni novanta. Poi gli appartamenti per l’ospitalità, l’agricampeggio con area camper (è importantissimo: vengono molte famiglie, più dall’estero, a portare a vedere ai bambini una realtà agricola effettiva – il bue e l’asinello non son messi qui perché i bambini ci giochino ma perché ci danno da vivere – e questo i bambini lo capiscono). Valli Unite è diventato un esempio di agricoltura sostenibile: su cento ettari di terra, di cui venti a pascolo, viviamo in trenta persone. L’impatto ambientale è basso. Non dipendiamo dagli aiuti europei: se domani chiudono il rubinetto dei finanziamenti, Valli Unite non chiude. La quota è qualche migliaio di euro l’anno, avvertiremmo il colpo ma non chiuderemmo.

Dimostriamo di essere un’agricoltura indipendente: dagli aiuti comunitari, con poco impatto ambientale, attiva nel recupero non solo del legname. Abbiamo messo su una piccola falegnameria, e tutto parte dal bosco o dai castagni acquistati dai contadini del luogo, creando economia locale. Siamo nella decrescita e facciamo crescere di più l’economia: l’economia di Valli Unite viene distribuita non dalle multinazionali, ma nei negozi del paese, nel ristorante vicino e nei bar, come negli anni sessanta quando i paesi erano pieni di vita. È una cosa che si nota, al punto che c’è una decina di case – tra cui una cascina abbandonata da noi recuperata – che sono state acquistate dai soci (non da Valli Unite direttamente, che dà una mano a fare i lavori, in inverno quando c’è più tempo) che ha fatto sì che questo piccolo comune sia quello con meno case vuote, con più aziende agricole in assoluto e, cosa ancor più importante, con più bambini di tutti i comuni limitrofi, perché arrivano le coppie giovani. Nascono coppie dalle quali dipende il futuro di un villaggio, di un paese.

Pane e salame

Negli anni settanta i rapporti si stavano distanziando, l’individualismo stava crescendo. Tra i contadini esisteva però una comunità e nelle difficoltà tutto il paese interveniva. Se moriva una mucca di indigestione, per esempio, il contadino non la vendeva a bassa macellazione, perdendo tutto, ma tutto il paese acquistava una parte di quell’animale, a prezzo quasi normale e il danno veniva così diviso tra tutti. Gli acquedotti venivano fatti col volontariato. Il nostro amico partigiano Bianco diceva: se non fosse stato per i morti, la guerra partigiana sarebbe stata il momento più bello della mia vita. Perché? Per l’intensità dei rapporti con i suoi compagni. Noi l’abbiamo vissuta questa intensità, specie nei primi dieci/quindici anni: era fortissima. Avevamo – ci dicevano – sposato la cooperativa. E non è che non ci fosse ideologia in questo: in quegli anni nascevano tante cooperative, a partire dal «reflusso» della contestazione, ma talmente ideologiche nel voler cambiare tutto che non hanno cambiato nulla e hanno chiuso. Noi volevamo sì cambiare ma quello che ha salvato Valli Unite sono state le radici contadine. Eravamo figli di contadini, gente del posto: facevamo un salto impensabile per i nostri vecchi, ma da gente del luogo, per migliorare la comunità nella quale eravamo. Senza immaginare quello che sarebbe successo. Ci dicevano di spostarci in pianura, dove c’erano campi ancora attivi e cascine in disuso, perfette per una cooperativa, ma qui i terreni venivano abbandonati, crescevano le erbacce. Aveva senso stare qui, non è un caso che certe lotte si fanno nelle zone depresse, nascoste, come la Resistenza si colloca in montagna. Oggi la resistenza contadina si colloca ancora più in montagna che non in pianura.

Nato qui, mi portavo dietro un bagaglio di piccole esperienze agricole. Per esempio sapevamo innestare e quindi mantenere le vecchie varietà locali e quindi un certo discorso sulla biodiversità. Ma non l’abbiamo subito fatto con i cereali, dove si erano già perse le varietà locali. Questo l’abbiamo recuperato con il tempo, facendo un campo sperimentale sulle vecchie varietà di grano, che piantiamo e modifichiamo cercando di fare un pane migliore. Quello che riusciamo a fare è salvaguardare dei gusti, prodotti altrimenti spariti, come il nostro salame, che abbiamo imparato a fare dal macellaio Gino che andava per le famiglie, in inverno. La stessa cosa vale per il vino, ma questo lo fanno un po’ tutti: è più facile, perché è un prodotto di immagine più forte anche dal punto di vista commerciale. Sul pane e sul salame siamo invece l’unica realtà del tortonese.

intervista a Ottavio Rube di Giovanni Realdi

www.valliunite.com