Economia-Madrugada 082

Pane e barconi

Panebianco Fabrizio

Da piccolo mi dicevano che un tempo, nella Sicilia dei miei nonni, il pane a tavola non si metteva mai sottosopra e, se cadeva per terra, una volta raccolto lo si baciava prima di rimetterlo in tavola. Ancora oggi qualcuno, intorno alla tavola, dice una preghiera per il cibo. Come dire che il cibo è vita, è diverso da altri beni, va preservato. Ancora oggi, nonostante tutto, a Lampedusa qualcuno offre cibo a chi sbarca. Eppure lo scorso anno l’Inghilterra ha buttato via metà del cibo prodotto, non consumato da chi lo aveva acquistato. Così anche noi in Italia. È un problema dell’Occidente opulento? Forse sì, ma, secondo la FAO, nei paesi poveri circa un terzo del cibo prodotto viene perso ancor prima di andare sui banchi del mercato. In parte questo spreco è un’inevitabile conseguenza dei processi produttivi e distributivi, ma non creerebbe problema se non succedesse che, a fronte di questo, negli ultimi anni, stanno scoppiando rivolte del pane in mezzo mondo. I prezzi del grano, per esempio, da giugno ad aprile sono raddoppiati, creando situazioni drammatiche per chi guadagna lo stretto necessario per la sopravvivenza, e si tratta di centinaia di milioni di persone in tutto il pianeta. Come mai è successo questo? Alla base esistono quasi sempre motivi di bilanciamento di domanda e offerta: previsioni di minori raccolti fanno aumentare i prezzi, mentre previsioni di raccolti abbondanti fanno scendere i prezzi. Allo stesso modo un aumento del reddito in alcuni paesi, come la Cina, fa sì che aumenti la domanda di cibo e quindi il prezzo. Solitamente queste oscillazioni sono però limitate perché, su scala planetaria, a livello annuale, non c’è una grossa variazione di produzione o di domanda tale da giustificare questo raddoppio dei prezzi, mentre a livello locale le oscillazioni possono essere più ampie. Avviene però che, proprio come ogni altro bene, i prezzi siano determinati nelle borse mondiali.

Questo sistema fa sì che invece di commerciare grano vero e proprio si scambino titoli con la possibilità di vendere in futuro il grano a un dato prezzo, in pratica una scommessa sul prezzo del grano futuro. Per esempio, se i prezzi tendono ad aumentare per una previsione di un raccolto di grano disastroso in una data regione, questo, essendo un potenziale guadagno per chi venderà quel grano, farà aumentare il numero di persone che vogliono detenere quel titolo-scommessa, e quindi farà aumentare il suo prezzo. Ma questo prezzo sarà il prezzo finale del grano. In questo modo le normali variazioni del prezzo possono diventare molto ampie. In alcuni paesi la situazione è aggravata dalla decisione di sostituire molte colture destinate alla produzione di cibo in colture per la produzione di bio carburanti. In questo modo l’offerta di cibo diminuisce ulteriormente e questa scarsità permette un aumento dei prezzi ancora maggiore. Questo ha portato in molti paesi alle rivolte del pane, e questo aumento dei prezzi è stata una delle scintille scatenanti le rivolte nei paesi del Nord Africa. Chi poi ne scappa viene qui a cercarlo, quel pane.

Fin qui il dato economico. Che fare ora? Anche questo è un tassello della fantomatica “crisi”? Dipende. Qualche mese fa dicevo che crisi, analizzando il suo significato originario, vorrebbe indicare un momento che separa un modo d’essere da un altro. Forse qui sta una possibile chiave. Dovremmo riprendere l’idea che il cibo, nonostante abbia un prezzo, e nonostante gli incentivi del mercato siano, a oggi, il sistema migliore per produrlo e distribuirlo, ha uno status particolare, proprio perché senza cibo non c’è vita. Ai piccoli si insegna che col cibo non si può giocare, i grandi invece lo fanno, ma in borsa. Accade forse perché, per molti di noi che leggiamo, fa poca differenza il prezzo del pane, e non ne intuiamo la relazione, ormai persa, con la vita. Forse, peggio, questa relazione la abbiamo persa perché non più abituati a condividere il cibo con chi ne ha bisogno. Rieccoci ancora alle relazioni umane come perno anche della vita economica. Moralismo? No, perché l’economia, originariamente, nasce come disciplina per costruire la felicità pubblica, è nella missione originaria degli economisti occuparsi di questo. Diversamente saremmo solo degli amministratori e continueremo, ancora, ad affidarci alla carità invece che alla giustizia per la risoluzione di questi problemi. Ancora una volta non capiremo le domande che si nascondono dietro quei barconi pieni di ragazzi che arrivano dal mare.

Fabrizio Panebianco
ricercatore di Economia politica,
università degli studi Milano-bicocca