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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Quando l’escluso diventa l’eletto

di Stoppiglia Giuseppe

Uno sguardo luminoso allieta il cuore

«O privilegio del genio!
Quando si è appena ascoltato un brano di Mozart,
il silenzio che subentra è stato scritto ancora da lui».
Sacha Guitry

Chi mi conosce sa che Mozart riesce a catturare
tutta la mia emozione, la mia mente
e la mia speculazione, tanto da invitare gli
amici, quando verranno all’ultimo addio,
a cantare per me l’Ave Verum. Un brano sublime.
G.S.

Una richiesta insistente

Dalle orbite punteggiate di rosso, gli occhi lattiginosi mi fissano senza pietà. È un povero senza educazione, abituato a ricevere e somministrare disprezzo. Insiste da dieci minuti con voce ruvida e alta. Lo conosco da tempo, da quando lavoravo a Mestre, facendo il pendolare. È uno di quelli che più mi hanno fatto perdere la pazienza. Non è mai contento.

Alle mie spiegazioni, volenterosamente miti, risponde sempre con un taciturno silenzio, ma dopo una pausa mi ributta addosso il suo lamento come se non mi avesse sentito. Per questo, qualche volta, ho creduto che fosse sordo. Quello che da tempo mi fa arrabbiare è la sua assurda richiesta: vuole a ogni costo un paio di occhiali. Non un paio d’occhiali da sole, esige un paio di buone lenti.

Lo guardo bene. La nuca color mattone conosce il sole e la polvere di tutte le strade. I lineamenti del volto sembrano incisi a fatica, si direbbe col coltello. Sotto le sopracciglia gli occhi sono più vivi per il movimento dei globi che per la vivezza delle pupille: una minuscola nube grigia è sempre ferma su di esse. Non ci avevo mai riflettuto, ma ora capisco l’andatura timida, a strattoni, dell’uomo, quando lo incontro ai crocicchi e nelle piazze, quel fare da incantato che gli guadagna gli improperi di tutti gli automobilisti dietro i parabrezza.

Incompreso e povero due volte

Dice che nessuno vuol capire quanto lui abbia bisogno di quei benedetti occhiali. Chi gli dà un euro, chi gli paga una camicia o un bagno caldo, ma finora nessuno ha voluto pensare ai suoi occhi.

Ora che siamo soli, abbassa improvvisamente la voce: avvicina la sua faccia alla mia, più gesticolando che parlando, sembra voglia ficcarsi i pollici negli occhi, per convincermi. Intanto sento il puzzo dei suoi stracci mai cambiati e un allegro odor di vino che mi fa sorridere, nonostante il nervoso.

«Lei è come tutti gli altri» – dice – «non vuol capire che, se non ci vedo, sono povero due volte. Deve sapere che se sono distante dalle cose, io non vedo che stracci. Un giorno finirò sotto un’automobile».

Meno male che non mi vede bene. S’accorgerebbe che sono arrossito. Vorrei darmi un contegno ma mi sento goffo come un pinguino. Quest’uomo è veramente povero due volte, solo adesso l’ho capito. Come tutti gli altri, ho creduto di dare vita quotidiana allo stomaco di un miserabile con uno o due euro. Ho dimenticato che esistevano le orecchie, il naso, la bocca, gli occhi di una creatura, cose fragilissime, complicate nei loro mille segreti, nelle loro insopprimibili necessità che fanno e disfanno la giornata e la vita di un uomo.

La gioia di vedere

Vorrei dire qualcosa per dimostrare che ho capito, per riparare all’indifferenza di tanti mesi, ma resto in silenzio. Ho mormorato in fretta all’uomo l’indirizzo di un amico oculista. «Si faccia misurare la vista, poi, per gli occhiali, vedremo».

Ho raccontato il fatto a un’amica insegnante. Ho scelto lei perché donna sensibile e capace di ascoltare, sapevo che avrebbe capito. Quando è tornato col referto, l’insegnante ha acquistato un paio di occhiali splendidi, degni di un capo ufficio. Il povero così vociante e selvatico, è parso tornare bambino. Non ha parlato subito: si è messo a tastare i muri, a carezzare i gatti, a camminare diritto come un granatiere. Poi mi ha stretto la mano con forza, ed è partito.

Appena entrato nel chiaro del sole, ha fatto un malizioso cenno di saluto alla prima auto che è passata. Ho avuto solo il tempo di gridargli dietro che non andasse ora a vendersi gli occhiali per bere qualche bicchiere di vino.

Dopo diverse settimane me lo ritrovo davanti dimagrito, abbattuto, stanco. Indossa una canottiera mangiata dai buchi e le scarpe di tela si aprono sempre più all’urto delle dita enormi. Lo hanno derubato di tutto. Ai giardini pubblici, una di queste notti s’è addormentato finalmente contento. Sdraiato sull’erba, le lucciole gli ricamavano sogni intorno. Sulle panchine accanto, i fidanzati si dicevano parole di cui, egli, nel dormiveglia, capiva la bellezza soltanto dal suono. La mattina, il fagotto degli stracci, con i panini secchi e il cartoccio delle cicche non c’era più. Me lo racconta piangendo. È la prima volta che lo vedo piangere.

Neppure le lacrime riescono a scostare la piccola nube grigia delle sue pupille: lacrime più desolate che mai. «Anche gli occhiali?», domando. Un barlume di gioia appare di colpo in quel pianto. Tira fuori di tasca l’astuccio degli occhiali e me li mostra con aria di trionfo goffo e commovente: «No, questi non me li hanno presi. Vede che non li ho venduti per bere? Ora non ho più bisogno di bere molto. Lo sa perché prima, qualche volta, bevevo troppo?». Comincia a sorridere: «Era l’unico modo di vedere le cose chiare… e le vedevo chiare, sa? Chiare e doppie».

Una domanda aperta

Fare o no l’elemosina per strada? Certo, ci sono i falsi poveri. Tutte le persone migliori che conosco preferiscono farsi ingannare che negare. Ma si incoraggia il vizio! I vizi sono due: l’inganno e l’abbandono. Il primo può essere suo, il secondo è mio. Mi devo occupare del mio vizio. Un buon metodo è dire a chi chiede: «Io ti credo. Tu hai una coscienza. Se hai veramente bisogno, questi soldi sono tuoi. Se fingi, sono del primo vero povero che incontri. Se li tieni per te, sei un ladro».

Indignarsi, indignatevi

È morto a 95 anni, Stéphane Hessel, politico, scrittore e diplomatico, autore di «Indignatevi!». Nel 2011 scrisse un libretto di una ventina di pagine che divenne un caso editoriale e ispirò il movimento degli Indignados.

Per ricordarlo, riproponiamo qui un brano a firma di padre Giuseppe Bettoni, fondatore di Arché, che nel marzo 2011 citava Hessel per celebrare i vent’anni dell’associazione che a Milano si occupa di minori (quando è nata, di quelli malati di Aids, oggi più in generale di minori in difficoltà) e per tracciarne, in qualche modo, la strada futura: «Il volontario fa comodo quando va a mettere le pezze, ma deve avere anche la dignità di indignarsi, perché indignarsi è un atto di cittadinanza», ci aveva spiegato Bettoni quando avevamo chiesto il perché del riferimento così forte a Hessel.

Solidarietà e cittadinanza

Sono responsabile in solido. La solidità di una società non sta nel costruire tante isole felici, ma nello stare dentro la fragilità e costruire una cittadinanza di relazioni autentiche, fatte di attenzione all’altro. Anzitutto mi sembra che ci sia una cosa molto semplice da fare e che potrebbe apparire scontata ma purtroppo non lo è, ed è quella che un anziano resistente francese, Stéphane Hessel, ha espresso in poche pagine che hanno ottenuto in Francia un successo editoriale sorprendente, «appellandoci alle nuove generazioni, perché mantengano in vita e tramandino l’eredità e gli ideali della Resistenza».

Possiamo impegnarci solo se ci siamo indignati per qualcosa. Ecco il compito che potrà segnare il cammino di Macondo oggi e dopo di noi, consapevoli che si tratterà di un tratto di strada in salita e a volte anche contromano: ciascuno di noi dovrebbe dire che chi distrugge la dignità umana a una sola persona, è come se distruggesse quella del mondo intero e che ciò porta una lacerazione inscritta in maniera irreversibile nell’ordine delle cose. Perché, volenti o nolenti, siamo responsabili gli uni degli altri.

In lapide: e visse come…

Per ciascuno di noi, quando morirà, si dovrebbe dire che visse come un granello di sabbia incolore sulla riva del mare, confuso, tra mille suoi simili. A un certo momento, si sollevò un vento impetuoso, che lo portò sull’altra sponda. Nessuno se ne accorse. Nell’immagine del granello di sabbia c’è la storia di tutti. Passano accanto a noi ignorati, non osano stendere la mano, non implorano un conforto. Forse solo Dio è in grado di accorgersi di loro: di tanti uomini e di tante donne.