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La lotta per il mio pane è materialismo, la lotta per il pane degli altri è spiritualità

Stoppiglia Giuseppe

«Segui il messaggio del maestro,
non la sua personalità.
Segui il senso, non le parole.
Segui la saggezza della sua mente,
non il giudizio comune».
Buddha

La montagna dilata gli orizzonti

Nel giorno di Pasquetta, con Gaetano sono andato a trovare Leonardo Valente, che svolge la sua attività educativa in un agriturismo dell’Alta Valle di Seren del Grappa, in provincia di Belluno. È diverso contemplare la cima dei monti stando in pianura e guardare invece la pianura dalla cima dei monti: è come contemplare le opere di Dio dal basso con gli occhi dell’uomo e vedere le opere dell’uomo dall’alto con gli occhi di Dio. La montagna, dilatando gli orizzonti, rende più profondo il respiro, ridimensiona le vicende quotidiane e la storia del mondo.

Nella montagna noi scopriamo l’essenza dell’ascesi, che certamente è quella estatica dei grandi mistici e dei monaci, o di asceti divorati dalla sete di assoluto o di solitudine. È, soprattutto, un atteggiamento spirituale, che può manifestarsi nell’esperienza della vita quotidiana. Non mi sto riferendo all’alpinista, divorato dal desiderio di raggiungere la vetta, o all’ascesi del religioso: parlo di una gita in montagna, di un cammino, di una passeggiata, o di un’arrampicata in parete, e subito il mondo appare ridimensionato rispetto all’infinito e nello stesso istante più amato. Guardare da lassù affratella, avvicina.

Il soffio di Dio

Con tutto il nostro peso, noi esseri umani non cessiamo mai di aspirare alla leggerezza. Possiamo non averne coscienza, possiamo anche sentire che i nostri giorni sono come piombo e, nel groviglio di tutto quello che ci tocca di vivere e sperimentare, incontriamo spesso il contrario della leggerezza. Eppure, siamo abitati da un persistente e inesauribile desiderio di ciò che la leggerezza significa. Noi siamo desiderio di cose leggere e dobbiamo ricordarlo a noi stessi.

Gaetano ha ripreso a parlare una lingua coinvolgente, filosofica, ma soprattutto una lingua rapsodica, sostenuta dal pensiero ribelle delle avanguardie: una straordinaria poetica dell’utopia. Ora dobbiamo ricominciare, la vita è nelle nostre mani – scrive – anche se da tempo è diventata vuota. La sua lettura parla all’immaginazione e al sentimento e, per questa via, alla ragione. A tratti barcolla, come l’aquilone nel furore dei venti, ma resta fermo sulle linee di un pensiero che intravvede, nel senso di vivere, l’ultimo baluardo…

Se è vero che la legge universale della gravità ci tiene incollati alla Terra, è anche vero che in noi pulsa una tensione di trascendenza. Se è vero che siamo impastati di argilla, siamo anche leggeri come il soffio di Dio. La leggerezza esige una conversione del nostro modo di guardare alla vita. Liberata dagli equivoci che l’assediano, la leggerezza ci insegna qualcosa di fondamentale sull’arte di essere.

Proposta cristiana e messaggio evangelico

Noi siamo nati nel terreno di cultura del cattolicesimo romano, dove siamo stati educati e dove abbiamo accolto il messaggio cristiano. Molti, con condivisioni maggiori o minori, se ne sentono ancora partecipi, altri ne hanno preso, in modo diverso, le distanze. La storia di Macondo ha proposto un’esperienza cristiano-religiosa da vivere in comunione ecclesiale, pur nella convinzione che nessuna Chiesa, in quanto istituzione umana, possa definirsi una società perfetta ed esaurire l’ansia di spiritualità propria dell’essere umano, che sta sempre a fianco di chi condivide la ricerca di giustizia, di libertà e di fraternità. Questo, pur con il rammarico e il turbamento, talvolta la rabbia delle contraddizioni, dei tradimenti, degli scarti operati sulla Parola da parte delle Chiese lungo i secoli. La Chiesa, non solo quella romana, ha spesso emarginato e punito proprio chi aveva impegnato passione e studio per richiamare allo spirito evangelico e alle necessarie riforme. A questa responsabilità ci sentiamo chiamati da quel Macondo, speriamo non afono, voluto dai fondatori.

Resurrezione e fraternità

La ricorrenza annuale della Pasqua è alimento di speranza nella duplice dimensione storica ed escatologica. Un incoraggiamento all’impegno nell’agire e un richiamo urgente alla verifica della fedeltà e della coerenza. La stessa liturgia diventa, perciò, uno strumento per interrogarci sui nostri errori, ma soprattutto per chiederci quale sia l’intensità della nostra passione per Gesù, il Cristo. Quanto questa sia fuoco e richiamo nella nostra vita alla fraternità, molto oltre alla speranza di un premio.

Cristo è passione, innamoramento, coinvolgimento esistenziale, apertura agli altri, gioia, non perché risolva i problemi o ci tiri fuori dai pasticci, ma perché appaga i nostri desideri e ci garantisce serenità. Tutto è presente e complesso nel cuore dell’uomo, ma la parola nuova e incredibile della resurrezione, è un lancio verso una nuova dimensione. La resurrezione, insondabile e illuminante mistero, senza la quale vana sarebbe la nostra fede (1 Cor.15, 17), liberata dall’idea catechistica e iconografica della rivitalizzazione di un cadavere, appassiona pur attraverso quelle donne e quegli uomini, turbati e spaventati, che ne hanno raccontato l’esperienza.

Come l’esperienza dell’innamoramento, immateriale ed essenziale, per chi ha avuto la fortuna di viverlo e qualunque ne sia stato l’esito, essa apre gli occhi su una vita diversa, testimonia l’intuizione della felicità, il desiderio di fronte a cui tutto diventa secondario, anche se non risolve alcun problema. Anche se fossimo gli ultimi cristiani, non possiamo rassegnarci a una vita spenta, formale, indifferente; nell’idea di resurrezione la fede diventa gioia contagiosa, urgenza di comunicazione, partecipazione. Una comunione in cui condividere, gratuitamente, il vino generoso di cui sono state riempite le nostre anfore. Ancora meglio sarebbe, se esistesse una comunità cristiana in cui stupirci, nel sentirci chiamare per nome, come è accaduto a Maria, presso la tomba di Gesù.

La società non è un singolo popolo, ma la famiglia umana

Alle elezioni per il Parlamento Europeo bisogna partecipare e occorre partecipare bene. La prima opzione politica è etica, umana: non scelgo solo per me, per noi, ma per tutti. Se voglio che la politica non sia un terreno di caccia, ma un con-vivere, “molti insieme”, allora dovrò cercare il meglio per tutti, ricordando che la prima giustizia è quella dovuta a chi soffre ingiustizie. La sintesi tra l’uguale dignità e la diversità di ciascuno è la solidarietà attiva, è l’azione politica che rimuove gli ostacoli che limitano di fatto lo sviluppo delle persone, come vuole la Costituzione italiana, nel bellissimo art. 3, modello per ogni politica umanistica.

L’Europa è da rifare. La convivenza umana è sempre più larga e plurale. La società non è più un singolo popolo, ma la famiglia umana. L’autogoverno di ogni popolo o comunità non può essere la sovranità statale, che non riconoscendo “nulla di superiore” assume la forza come legge.

La nostra epoca deve salvarsi dai nevrotici sovranismi politici ed economici. Tutta l’Europa deve rinnovare la coscienza delle sue fonti umanistiche e spirituali. L’emancipazione dalla volgarità è compito anche della politica, altrimenti ignora di aver bisogno del pensiero. L’Europa è più degli Stati ed è meno dell’umanità, bella perché varia. È in debito verso i popoli che ha depredato, tra i quali ha seminato guerre, deve dialogare con le altre culture perché possa esserci un futuro umano.

Un ricordo, un nome, un fiore

Ogni volta che percorro il Viale dei Martiri a Bassano del Grappa, lo sguardo corre sui nomi dei partigiani – accompagnati da una foto un po’ sbiadita e qualche volta da un fiore – che furono impiccati, nel settembre del 1944. Non ho nessuna idea di chi fossero, solo l’età è ricordata nella targa di ferro, inchiodata all’albero. I responsabili di quell’esecuzione immagino siano stati fascisti o tedeschi in fuga. Soltanto vendetta, senza nessuna speranza di poter evitare la sconfitta, ormai cosa fatta. Non so quanto l’azione di quei ragazzi abbia contribuito alla Liberazione, neppure quanto possano essere stati consapevoli della loro scelta; meritano la riconoscenza di noi tutti, che di quella liberazione abbiamo goduto. E oggi, cosa è successo, perché tanto di quello spirito si è dissolto? Dove si è perduta quella riconoscenza? Quanti siamo, ancora, a credere in quel sacrificio?

Giuseppe Stoppiglia
prete e viandante,
fondatore e presidente onorario Associazione Macondo Onlus