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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Crescenti disuguaglianze e crisi delle democrazie

di Gandini Andrea

Siamo la prima generazione che ha avuto 76 anni di pace. I nostri nonni e padri hanno avuto guerre terribili, ma ora una grande minaccia incombe su di noi: il cambiamento climatico.
Dall’epoca del Cristo l’umanità è rimasta per 1800 anni in una situazione quasi stazionaria di reddito. I nostri antenati hanno vissuto nel paese più ricco del mondo. Romani, liberi comuni (prima forma di democrazia dopo quella ateniese), Rinascimento sono radici che molti ci invidiano. E furono i genovesi che diedero a Isabella I di Castiglia il know how (Cristoforo Colombo) e i soldi (prestiti bancari). Isabella ci mise visione, coraggio e organizzazione (spinta da valori morali, evangelizzare il nuovo mondo, anche se le cose andarono molto “storte”) e così fece ricco il suo paese con la scoperta dell’America. Poi subentrò la Spagna e infine l’Inghilterra. Perché non l’Italia? Era necessario uno Stato con un grande esercito, ma eravamo divisi in tante signorie: Venezia, Genova, Pisa, Firenze, Napoli… che solo unite avrebbero formato una potente “armada”. Da quella divisione nasce il nostro declino (che dura ancora oggi).
L’Inghilterra, sfruttando schiavi e materie prime dell’America (altro che spiritualità), realizzò un’accumulazione primaria che, ancora oggi, consente agli anglosassoni di governare il mondo.
Con la rivoluzione industriale il reddito in Europa e nord America aumentò senza precedenti e così il progresso scientifico e tecnologico, ma anche lo sfruttamento delle risorse della Madre Terra che oggi rischia di portare all’estinzione la specie umana.
Gli italiani nel 1946 avevano un quarto del reddito degli inglesi e il film Mediterraneo di Salvatores descrive bene le condizioni di allora. L’Italia, dopo il Giappone, è il paese che più si è arricchito nel secondo dopoguerra, al punto che nel 1990 avevamo l’80% del reddito degli inglesi (100% nel Nord Italia)..

Che cosa non funziona più

Ma… dal 1992 non cresciamo più né come produttività del lavoro (caso unico in Europa) né come reddito. Sono ormai 30 anni che la maggioranza degli italiani non riesce ad avere più soldi. Con l’ingresso nell’Euro nel 2001 ci fu un miglioramento nei primi anni, ma con la crisi 2008-11 e quella attuale siamo tornati ai salari e ai redditi del 1990. Se poi consideriamo la distribuzione dei redditi, si nota, proprio a partire dal 2000, che i guadagni enormi di reddito (che pure ci sono stati) hanno favorito il 20% più ricco, mentre l’80% degli italiani (ma anche degli europei e americani) non ha guadagnato, nonostante questo enorme aumento di ricchezza. E la pandemia ha accentuato questa tendenza. Alla crisi climatica si somma così la crescente disuguaglianza che ha portato a una crisi delle democrazie: nessun paese può avere stabilità in queste condizioni, anche perché non si vive di solo “pane” e tutto ciò che conta nella “vita bona” declina: dal welfare alle relazioni umane, a crescere sono solo gli svantaggi: inquinamento, congestione, stress, solitudine, divisioni sociali…
C’è quindi “qualcosa” di molto grande che non funziona nell’attuale modello economico. Non è sempre stato così. Nei primi 30 anni del secondo dopoguerra a un aumento eccezionale dei redditi si accompagnò una crescita dell’uguaglianza. Come mai? I valori morali cresciuti con la sofferenza per la guerra portarono allo sviluppo di un poderoso welfare egualitario: pensioni, scuola, sanità di prossimità…
È la conferma che «per fare un passo nella conoscenza (e nel progresso) occorre fare tre passi nella morale». Le tragedie “svegliano”, ridanno importanza a ciò che conta, a quella “vita bona” che si nutre non tanto di soldi e tecnologie, ma di uguaglianza, relazioni umane e di comunità.
Così fu in tutta Europa e, non a caso, è questa l’area del mondo dove oggi si vive meglio. Gli americani hanno un reddito medio più alto che però favorisce solo una minoranza: la maggioranza ha una pessima qualità della vita, ci sono più poveri e sono ormai 10 anni che si riducono gli anni di vita buona (senza gravi malattie): consumismo, solitudine, conflitti sociali, alimentazione spazzatura, obesità fuori controllo sono tratti salienti dello sfacelo umano americano (prossimo venturo da noi?).
Le indagini sulla felicità collocano gli Stati Uniti al 19° posto (ma se escludiamo reddito e consumi precipitano oltre il 100° posto). Ai primi posti troviamo invece i paesi del nord Europa. L’altro “polo” mondiale è la Cina, che prosegue una sfrenata corsa consumistica sotto l’egida di un dispotismo (“comunista”) che non ammette opposizione e democrazia (con green pass permanente e credito sociale già sperimentato in 43 città): un modello inquietante di sorveglianza che premia e punisce i suoi cittadini, addolcito dalla periodica redistribuzione del reddito da alcuni ricchi magnati cinesi ai poveri (quando sale la tensione sociale).
Dopo il disastroso modo con cui gli Americani si sono ritirati dall’Afghanistan (e il patto con UK e Australia per il controllo dei mari e di internet), l’Europa deve costruire rapidamente una propria autonomia, un ruolo nel mondo, stabilizzare la Libia, organizzare flussi legali di immigrazione, ecc.

Uno sguardo all’Europa

Ma l’Europa non è senza problemi: crescono anche qui, da 40 anni, disuguaglianze tra ricchi e poveri e tra Nord e Sud (tra Stati e all’interno). Così non va bene: questo modello produttivo, consumistico e sociale porta anche noi allo sfacelo umano e politico americano ed è foriero di enormi rivolte. Non si può far finta di non vederlo solo riempendosi la bocca di Europa, che pure ha fatto passi avanti sotto la minaccia della pandemia, con un debito europeo che finanzia finalmente investimenti sociali.
Perché non si è fatto prima? Perché impoverire i greci (anche se il loro governo aveva fatto gravi errori) e svendere i loro porti ai cinesi? La domanda ora è: Europa e governi useranno la stessa determinazione usata nella pandemia per contrastare cambiamento climatico, disuguaglianze e crisi delle democrazie? Dopo aver privilegiato la moneta (euro), l’armonizzazione delle banche, gli scambi commerciali (e l’economia come nuova religione), si avvierà un nuovo patto con i cittadini per estendere il welfare, la sanità di prossimità, la scuola, nuovi diritti che attendono, favorendo l’uguaglianza, le relazioni umane, le comunità locali? Sarà contrastata la minaccia delle multinazionali le cui strategie di portata mondiale distruggono i nostri centri storici, le comunità…
costringendoci a una vita digitale, di e-commerce individualista che nulla ha a che vedere con la “vita bona”? Su questi problemi rischia la stessa Europa, pur così necessaria nel mondo. Si sono accumulate troppe inadempienze per dare carta bianca. Senza unità politica e soprattutto politiche che favoriscano tutti i cittadini europei, le tensioni porteranno allo sfacelo europeo.
Non ci serve un super-Stato che non risponde ai cittadini e al parlamento europeo (com’è successo nella trattativa sui prezzi dei vaccini), che rischia il condizionamento dalle lobby internazionali che gradiscono avere un solo interlocutore.

Un uomo solo al comando

L’Italia vive una fase delicata in cui i partiti hanno delegato il potere a un uomo solo al comando (Draghi). La storia ci dice che la democrazia si basa su due presupposti: a) istituzioni forti (autorevoli, non autoritarie), che proteggono i cittadini, che non rubano; b) una società civile che controlla lo Stato, che pretende trasparenza, che si mobilita e che partecipa.
La pandemia ha ridimensionato ogni iniziativa civile e per 2 anni siamo vissuti in uno stato di emergenza (speriamo cessato quando uscirà questo numero), con enormi sofferenze soprattutto per milioni di bambini, studenti, lavoratori, anziani. È importante che la società civile riprenda con le proprie associazioni (dal volontariato ai sindacati ai partiti) quel ruolo fondamentale di partecipazione e mobilitazione.
Metà dei cittadini ha vissuto condizioni drammatiche. Se si escludono ricchi, pensionati, dipendenti pubblici e quei privati che hanno beneficiato della pandemia, più di metà del paese e la maggioranza dei lavoratori (e gli studenti) ha preso una legnata senza precedenti: 1,2 milioni sono coloro che hanno perso il lavoro anche se mezzo milione l’ha ritrovato (ma con contratti a termine). I giovani hanno avuto almeno 15 mesi di stop nelle assunzioni, gli studenti delle medie hanno perso da 6 mesi a un anno di apprendimento.
Nonostante la grancassa dei media e tv, l’Italia è nell’Occidente il paese più colpito dalla pandemia: ha il record mondiale di morti (dopo il Brasile), ha avuto le maggiori restrizioni nelle libertà e nelle scuole, una caduta dell’occupazione maggiore (-0,9%) della media europea nel 2020 (-0,7%). Non ci interessa che il PIL cresca nel 2021 del 6% (con l’inflazione al 4% e l’elettricità che aumenta del 30%), peraltro solo al 2%, vogliamo che crescano l’occupazione, uguaglianza, le relazioni umane, le comunità… il vero benessere e siamo stanchi della nuova religione dell’economia liberista!

Che fare?

Occorrono cambiamenti radicali a cui possiamo dare un contributo sia come singoli con i nostri stili di vita sostenibili, sia partecipando alle associazioni di volontariato come Macondo che realizzano iniziative che favoriscono la creazione di comunità che aiutano e si aiutano. Possiamo costruire una società nella società, fatta di buone pratiche, di incontri, di relazioni umane, di viaggi di solidarietà e di buone opere.
Ovviamente poi ci vogliono grandi cambiamenti capaci di rilanciare una sanità pubblica di prossimità, una scuola inclusiva e di relazione, stroncare la speculazione di banche e finanza affinché tornino a servire famiglie e imprese, innovazioni guidate dalle scelte dei cittadini e non dai tecnocrati (o esperti), politiche egualitarie, autority internazionali che stronchino lo strapotere delle multinazionali (come fece l’America negli anni ’20), eliminare i paradisi fiscali, tassare la ricchezza, aprire una nuova stagione di espansione del welfare, rinnovare il modo con cui si aiutano i poveri, riformare le pensioni, istituire servizi di transizione dei giovani al lavoro. E soprattutto partire dalle buone pratiche, sperimentarle e solo dopo estenderle a tutto il Paese. Auguri alle donne e uomini di buona volontà!

Andrea Gandini

Economista, già docente di economia aziendale, università di Ferrara,
con la quale collabora per la transizione al lavoro dei laureandi.

Componente della redazione di Madrugada