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Associazione MACONDO

per l'incontro e la comunicazione tra i popoli

Siamo vecchi e senza nipoti

di Allievi Stefano

È brutto guardarsi attorno e scoprire che stiamo invecchiando molto più di quelli che ci stanno accanto, che riescono a mantenersi più giovani di noi. Ormai siamo il paese in Europa con il minor numero di figli per donna (1,26). Solo Malta ne fa meno di noi. Ancora nel 2015 la Germania ne faceva meno di noi ma poi con un’immigrazione programmata e coraggiosa è tornata a crescere e oggi ha 1,54 figli per donna: di più, anche se sempre meno del necessario per stabilizzare la popolazione. Una caduta che viene da lontano: era il 1964 quando avevamo ben 2,7 figli per donna, ma già dal 1995 siamo stati il primo paese occidentale ad avere più morti che nati.
Nel 2020 i nati sono stati solo 404mila (erano 540mila 10 anni fa) e i morti circa 746mila. Ma, a parte il covid che li ha accresciuti, ogni anno i morti si collocano ormai stabilmente sopra i 650mila, per cui il saldo è negativo di almeno 250mila unità.

Calano le donne fertili e i giovani vanno altrove.
Invertire questa tendenza è molto difficile perché le donne che fanno figli (dai 15 ai 49 anni) sono in forte calo: un milione in meno in 10 anni e continueranno a calare. Da un lato quindi calano le donne, dall’altro cala la fecondità (da 1,46 figli per donna a 1,26 in 10 anni). E poiché il calo delle donne in età fertile continuerà, anche una ripresa della natalità non avrà effetti significativi sul numero dei nati: e tutto questo comunque avrà effetti sul mercato del lavoro tra vent’anni.
Se a questi sommiamo circa 200mila giovani che ogni anno se ne vanno, vuol dire che perdiamo ogni anno qualcosa come 400-450mila italiani. Le previsioni al 2030 parlano di un calo di 2,2 milioni (ma saranno probabilmente superate). C’è chi pensa che così inquineremo meno e staremo più larghi, ma il problema è quello che accadrà all’interno di questa popolazione.
Un primo aspetto riguarda i bambini e i giovani (3-18 anni) che diminuiranno nei prossimi 10 anni di un milione (da 9 a 8 milioni). Questo apparentemente piccolo cambiamento ha l’effetto di rendere obsoleti 55mila insegnanti. Ma fin qui potrebbe essere anche un fatto positivo, perché si potrebbe cogliere l’occasione di ridurre finalmente le classi “pollaio” e rendere l’insegnamento più efficace con classi meno numerose.

Spopolamento dei borghi, carenza di manodopera al nord.
A causa della polarizzazione in corso che porta a un crescente inurbamento (se non cambiamo traendo spunto dall’esperienza covid), i più colpiti sono gli abitanti delle zone marginali (montagna, appennino, lontani dalle città) che vedono diminuire i nati sotto certe soglie che portano poi a chiudere scuola d’infanzia ed elementare, il cui effetto è accelerare lo spopolamento delle aree marginali già in gravissima crisi demografica.
Un secondo effetto riguarda l’offerta giovanile di lavoro, cioè i giovani che ogni anno si presentano sul mercato del lavoro che sono in gran parte i nati 20 anni prima. Le stime indicano che questa offerta di giovani dai 20 ai 24 anni andrà inesorabilmente calando anno dopo anno (un dato certo in quanto sono già nati), creando crescenti problemi anche solo per rimpiazzare chi va in pensione. Nel momento in cui poi ci fosse una crescita dell’occupazione che va oltre il turn over per pensionamenti (probabilmente nel 2023-24) ci troveremo con una grave carenza di manodopera soprattutto nel nord e nei poli di sviluppo.

Chi sosterrà lo stato sociale?
Questo fenomeno è aggravato dal fatto che tutti i paesi europei, seppure in maniera meno grave, sono in una situazione simile (chi più, chi meno) e quindi Germania, Francia, nord Europa attirano giovani lavoratori dai paesi limitrofi (e quindi anche italiani), che scelgono questi paesi perché offrono salari e lavori più vantaggiosi. Ciò spiega il crescente flusso di espatriati italiani.
Se il problema dei giovani può essere risolto (in parte) con un’immigrazione regolata e regolare, nulla si può fare però contro un invecchiamento in corso che diventa minaccioso per chi non è anziano, in quanto le pensioni, sanità e welfare sono finanziati da chi oggi lavora. Se già oggi è difficile offrire un’assistenza dignitosa a 14 milioni di over 65, la domanda diventa non solo come, ma se riusciremo a farlo tra soli 30 anni quando saranno diventati oltre un terzo in più: 19 milioni con 1,3 milioni di ultranovantenni (contro gli attuali 800mila). Sappiamo infatti che il 70% delle risorse assorbite dal servizio sanitario pubblico è destinato alle cure degli over 65 ed è quindi prevedibile, ad assistenza invariata (non migliore), una spesa sanitaria maggiore di 40 miliardi all’anno solo per farvi fronte. Anche perché i dati dicono che è vero che aumenta la speranza di vita ma non gli anni di buona salute e quindi è atteso un forte incremento di spese assistenziali (più ancora di un terzo) per via dell’aumento dell’età.
Rispetto al calo demografico, le sfide sono dunque tremende anche perché l’Italia con la pandemia ha accresciuto ulteriormente il suo debito pubblico (160% del Pil) e oggi i pensionati (16 milioni che ricevono 23 milioni di pensioni) sono ancora meno dei lavoratori (23 milioni). Ma cosa succederà in futuro (2045) quando, per le previsioni del FMI, i pensionati diventeranno 24 milioni, probabilmente come i lavoratori? Si passerà infatti da un rapporto tra lavoratori attivi e pensionati che oggi è di 3 a 2, a quello di 1 a 1.
O il carico contributivo pagato da chi lavora salirà moltissimo (ed è improbabile) o i pensionati si vedranno ridurre le loro pensioni. L’altra via è una crescita dell’occupazione rilevante che può avvenire però solo con politiche simili a quelle della Germania, che hanno ridotto gli orari e accresciuto il flusso di immigrati, anche perché si è visto che certe lavorazioni sono sostenibili solo per la presenza di lavoratori ad alta professionalità (spesso nazionali) e a bassa professionalità (spesso immigrati) in un rapporto che a volte è di 1 a 5.

Impiegare anziani validi part-time e inserimento dei giovani.
Occorre inventare quindi nuove forme di re-ingegnerizzazione delle fasi della vita. Se ne stanno ipotizzando molte. Una può essere quella che propone il CDS di Ferrara (www.cdscultura.com, monografia Giovani e lavoro), che è quella di garantire agli anziani che si avvicinano alla pensione un lavoro part-time ma con una retribuzione piena (usando l’altro part-time di salario pagato coi contributi maturati), in modo da consentire (a chi vuole) di lavorare fino a 70 anni e oltre, in quanto le ore di lavoro ridotte diventano sopportabili per anziani sempre più in forma. Questa modalità di pensione consentirebbe a molti più giovani l’ingresso al lavoro a tempo pieno, in quanto l’impresa risparmia con un senior a part-time. Nello stesso tempo può usare la sua parte più importante di lavoro col part-time per formare i giovani o i colleghi e non disperdere così un patrimonio professionale prezioso per l’azienda. Di tutte le ipotesi occorrerà verificare la realizzabilità e la sostenibilità: quello che è certo è che non possiamo mantenere in piedi il sistema così com’è.
Il problema numero uno oggi è quello di inserire prima possibile i giovani al lavoro, anche con integrazioni tra scuola e lavoro, interruzione e ripresa dei percorsi, che stanno già praticando alcune società nordeuropee. Rompendo la spirale drammatica per cui il giovane, nonostante i suoi buoni studi (laureato o diplomato) entra tardi al lavoro (pieno, sostenibile e regolare), facendo stage e lavoretti, non ha una sua autonomia, rimane a casa con i genitori, si sposa tardi e così non fa figli (o ne fa solo uno quando va bene), riducendo sia la sua carica produttiva che riproduttiva e avviando l’intero paese a un declino certo.

Facilitare il desiderio di maternità.
Il 45% delle donne in età riproduttiva (convenzionalmente, 18-49 anni) non ha figli, ma solo il 5% delle donne, dichiara di non includere la genitorialità nel proprio progetto di vita: in questo scarto drammatico, che misura la differenza tra desideri e realtà, sta anche il margine possibile di miglioramento della situazione.
Un altro aspetto riguarda l’età al primo parto per le donne, che sfiora i 32 anni e, com’è noto, dopo i 35 anni crescono i problemi soprattutto per le primipare. Avendo un primo figlio a 32 anni, nel 50% dei casi questo rimane spesso un figlio unico. Il che significa anche che per metà dei nuovi nati la parola fratellanza (o sorellanza) non esiste, e gli studi mostrano che non fare questa esperienza non aiuta nelle relazioni sociali in un mondo che è già minato sul piano relazionale dalla tecnologia e dall’uso del digitale. La minaccia è palpabile se pensiamo a quanto già la pandemia abbia minato le relazioni sociali.
Se le donne avessero il primo figlio in età più giovane crescerebbe molto la possibilità di fare un secondo figlio, e ciò ha a che fare con l’uscita, anticipata rispetto a oggi, dalla famiglia, che è strettamente connessa col lavoro. Se non c’è lavoro non si diventa autonomi, non ci si sposa e non si fanno figli. La Germania ha certamente usufruito della maggiore fecondità dei propri immigrati, ma ha anche inaugurato da 30 anni un modello sociale che vede una riduzione strisciante dell’orario di lavoro che consente spesso alle coppie di avere orari più ridotti e quindi più tempo da dedicare alla famiglia e ai figli.

Stefano Allievi

Professore ordinario di sociologia, Università di Padova, autore di La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ha futuro, Laterza 2020

www.stefanoallievi.it